Il 10 luglio 1976 il guasto a un reattore dello stabilimento chimico Icmesa, situato a Meda nella provincia di Monza e della Brianza in Lombardia, liberò nell’atmosfera una nube di tccd, una delle diossine più tossiche conosciute. La nube contaminò vari comuni della zona, colpendo soprattutto Seveso. Migliaia di animali morirono o furono abbattuti, 193 persone svilupparono la cloracne (una grave malattia della pelle causata dalla diossina), circa ottocento furono costrette a lasciare la loro casa e più di 220mila furono sottoposte a controlli sanitari. Il ritardo con cui l’azienda e le autorità comunicarono la gravità dell’incidente contribuì ad alimentare paura e sfiducia, lasciando fratture e incertezze.

A quasi cinquant’anni di distanza, il fotografo Mattia Marzorati ha partecipato a Sottobosco, un progetto nato per riflettere su quella vicenda e sul modo in cui è stata raccontata, ricordata e interpretata nel tempo. Il lavoro accompagna la nascita del Museo Bosco delle querce, uno spazio permanente dedicato alla memoria del disastro, promosso dal Comune di Seveso con il contributo della regione Lombardia e realizzato dallo studio creativo Sfelab, specializzato in allestimenti museali.

La Roche Tower, l’edificio più alto della Svizzera, ospita la sede della multinazionale farmaceutica Hoffmann-La Roche a Basilea. Proprietaria della Givaudan, azionista di maggioranza della Icmesa, è considerata responsabile dell’incidente del 1976 (Mattia Marzorati)

Il museo prende il nome dal Bosco delle querce, il grande parco creato tra il 1983 e il 1984 sull’area più contaminata dalla diossina, dove è stato costruito questo nuovo spazio dedicato alla memoria del disastro. Dopo l’incidente la popolazione si oppose alla costruzione di un inceneritore destinato a smaltire il terreno, le abitazioni, gli alberi e le carcasse degli animali contaminati. Al termine di una lunga battaglia, prevalse una soluzione allora innovativa: realizzare due grandi vasche di contenimento per i materiali inquinati e ricoprirle con un bosco.

“L’idea è che il museo sia uno stimolo alla ricerca e all’approfondimento, non un luogo dove trovare risposte definitive”, spiega Marzorati. Per questo il progetto restituisce anche le diverse posizioni che hanno attraversato la comunità nel corso dei decenni. Le questioni dell’aborto terapeutico, delle bonifiche, delle responsabilità industriali e delle conseguenze sanitarie, che continuano ancora oggi a suscitare interpretazioni differenti.

Alcune delle case abbattute durante le operazioni di bonifica (Archivio Ersaf - Regione Lombardia)
Un gruppo di lavoratori dopo una giornata di bonifiche nella zona più contaminata (Archivio Ersaf - Regione Lombardia)

A Marzorati è stato affidato il compito di contribuire alla costruzione del percorso espositivo, alla selezione dei materiali d’archivio e di fotografare i luoghi legati al disastro. Prima di cominciare a lavorare, ha trascorso quattro mesi studiando libri, articoli, podcast e confrontandosi con storici e studiosi locali, tra cui Massimiliano Fratter, tra i maggiori esperti della vicenda. “Ho capito subito che il problema non era solo raccontare quello che era successo, ma il modo in cui quell’evento continua a essere ricordato”, spiega.

Originario di Cantù, a pochi chilometri da Seveso, Marzorati ha frequentato per più di un anno incontri pubblici, commemorazioni e iniziative organizzate sul territorio. “Per le mie foto ho scelto di mantenere una certa distanza dalle persone: non ho realizzato ritratti perché non volevo creare protagonisti. Ho cercato piuttosto di inserire la comunità nel paesaggio, restituendo uno sguardo discreto e rispettoso degli equilibri che si sono costruiti nel tempo”.

La prima fotografia del progetto l’ha scattata a Basilea, in Svizzera, davanti alla Roche tower, sede della multinazionale che controllava l’Icmesa. “Mi sembrava importante allargare subito il racconto oltre i confini di Seveso e ricordare la dimensione internazionale della vicenda”.

Una manifestazione, nel 1977, per protestare contro la lentezza delle operazioni di bonifica, la mancanza di informazioni adeguate e la ripresa delle attività produttive (Simone Meroni)
Convegno popolare sulla salute, Seveso, 1 marzo 1977 (Simone Meroni)

Accanto alle sue foto, il progetto si fonda su un vasto lavoro di ricerca d’archivio realizzato grazie alla collaborazione con la regione Lombardia, l’Ersaf e le associazioni e famiglie del territorio.

Tra i materiali più significativi ci sono quelli della famiglia Ottolina, che ha messo a disposizione fotografie personali trasformate in una sorta di album collettivo; quelli dell’associazione Don Mezzera, che documentano il ruolo del mondo cattolico nell’assistenza alla popolazione; l’archivio Seveso in Lotta, che raccoglie volantini, documenti scientifici e materiali prodotti dai movimenti di sinistra e dal Comitato tecnico scientifico popolare; e infine l’archivio della famiglia Volpi, fotografi sevesini da generazioni.

Un gruppo di scout accanto alla vasca di contenimento di Meda, al confine con l’area “desertificata” dopo la bonifica (Mattia Marzorati)
Bambini di una scuola elementare visitano il Bosco delle querce, aperto al pubblico nel 1996 (Archivio Ersaf - Regione Lombardia)

Il percorso museale è costruito attorno a cinque parole chiave – corpo, buca, linea, eco e legame – che guidano il visitatore attraverso le diverse dimensioni della tragedia. “I corpi della popolazione colpita, delle persone nelle piazze e degli esseri viventi che abitano il Bosco; le vasche che custodiscono ancora oggi i materiali inquinati e insieme le memorie come un enorme archivio; le linee di confine delle aree contaminate, la linea di produzione di una fabbrica e la linea temporale degli eventi; gli effetti che continuano a propagarsi nel tempo e l’ecologismo profondo che è nato sul territorio, e infine i legami chimici tra gli elementi, economici della Brianza e relazionali, che tengono unita una comunità”, spiega Marzorati.

Oltre alla mostra, il fotografo e lo studio studio Sfelab hanno curato la realizzazione di un volume pubblicato dalla casa editrice Overlapse, con il contributo dell’Istituto italiano di cultura di Londra, che sarà disponibile alla fine di luglio 2026.

“Più che un catalogo, il libro è concepito come un diario personale composto da fotografie, ritagli di giornale, pubblicazioni scientifiche e documenti raccolti nel corso degli anni. Vogliamo che sia percepito come un contenitore di memorie aperto, non come una narrazione definitiva”, conclude Marzorati. “L’idea è lasciare alle generazioni future uno strumento per continuare a interrogarsi su ciò che è accaduto e su come una piccola comunità sia riuscita, nonostante le divisioni, a difendere la propria idea di territorio e a trasformare il luogo della più grave contaminazione in un bosco.”

La Via Crucis a Seveso all’interno del Bosco delle Querce (Mattia Marzorati)

Il Museo Bosco delle querce aprirà il 10 luglio 2026 in occasione del cinquantesimo anniversario del disastro.

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