Anubi Lussurgiu D’Avossa fu l’orecchio assoluto del movimento della Pantera. Merito, forse, di un severo digiuno televisivo nell’infanzia, e di una vitalità che pareva eccedere i limiti dell’umano. La sua morte inaspettata – prematura e arrivata a un corpo che tutti ritenevamo disobbediente anche alle leggi della natura – ha riacceso l’amarcord di una stagione di spiccata intelligenza comunicativa. Nel 1990 Michele Santoro si collegò in diretta con la Sapienza e l’università di Palermo, fino ad allora ignorate dai tg. A rivedere oggi quegli spezzoni in rete colpisce l’eloquio asciutto degli studenti, il senso politico condensato in poche battute, tutto dentro un protocollo preciso: rifiuto sistematico dei programmi montati, quindi manipolabili; troupe sempre accompagnate; interventi a solo titolo personale; espulsione dalle assemblee per chi diffondeva notizie false. Il tema non era se farsi riprendere, ma a quali condizioni. Non era rifiuto della tv, ma legittimo controllo sulla propria rappresentazione. Un ragionamento da semiologi. Nasceva così una dialettica autentica tra lo studio e la “piazza”, presto tradita dall’uso biecamente populista che se ne farà. Anubi intervenne per ultimo. In pochi secondi elevò i termini di una protesta “studentesca” verso un gran finale universalmente politico. La platea esplose, plaudente, e sommerse quel corpo che credevamo capace di sabotare perfino la morte. ◆
Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it
Questo articolo è uscito sul numero 1673 di Internazionale, a pagina 78. Compra questo numero | Abbonati





