Cultura Schermi
Odissea
Matt Damon, Anne Hathaway, Zendaya, Charlize Theron
Stati Uniti 2026, 173’. In sala
Odissea (dr)

In vent’anni di carriera Christopher Nolan ha raggiunto lo status di “super-autore” di Hollywood, mentre il concetto stesso di autore, nella sua forma più pura e semplice, è stato silenziosamente accantonato. Il motivo è chiaro. Le sue narrazioni costantemente intricate, basate su concetti mutuati dalle scienze esatte o dalla filosofia, la sua propensione per l’eccesso visivo e sonoro, unite a budget astronomici, rendono ciascuno dei suoi film una sorta di cattedrale autoriale, permettendo al cinema statunitense di acquisire una coscienza universale.

Negli ultimi anni Nolan si è dedicato esclusivamente a progetti monumentali, perciò una sua rilettura dell’Odissea di Omero non sorprende. Alla ricerca di un’estetica originale Nolan gioca la carta del primitivismo grandioso. Cieli minacciosi, mari in tempesta, interni scuri, deformità di mondi magici, battaglie “omeriche”, una colonna sonora percussiva e dissonante. Si tratta di un tentativo lodevole, nonostante il potenziale mal di testa causato dall’assordante trasposizione di un poema in un viaggio cinematografico. Alcuni episodi dell’Odissea, come gli incontri con il ciclope Polifemo o la maga Circe, sono visivamente suggestivi.

Il film, tuttavia, vacilla sui personaggi. Anne Hathaway-Penelope, Tom Holland-Telemaco, Charlize Theron-Calipso, Robert Pattinson-Antinoo e Zendaya-Atena lasciano una sensazione di delusione. Ulisse stesso, interpretato dal muscoloso Matt Damon, è ben lontano dall’astuto eroe omerico. Mettendo da parte le polemiche razziste sulle scelte di casting – in particolare sulla scelta dell’attrice messicano-keniana Lupita Nyong’o per il personaggio di Elena – ci si potrebbe lamentare però della totale mancanza di profondità dei personaggi. Infine, vale la pena di chiedersi se una denuncia da 250 milioni di dollari dell’arroganza greca non manchi di un minimo di credibilità morale.
Jacques Mandelbaum, Le Monde

La casa. Il rogo del male
Souheila Yacoub
Stati Uniti 2026, 112’. In sala
La casa. Il rogo del male (dr)

Il rogo del male è il secondo di una serie di reboot di La casa pensati per dare a promettenti registi horror l’opportunità di mostrare il proprio talento. La trama è poco più di un pretesto per orchestrare ingegnosi squartamenti, più o meno efficaci. Una battuta di pesca porta alla luce uno spirito demoniaco che provoca un incidente d’auto in cui muore Will (George Pullar), sconvolgendo la vita della vedova Alice (Souheila Yacoub) e dei burberi genitori di Will. Il funerale dà luogo a una riunione di famiglia comicamente tesa in una scricchiolante villa coloniale, dove lo spirito maligno prende rapidamente il sopravvento. I fan della saga sanno bene che non si può paragonare Il rogo del male all’originale di Sam Raimi del 1981, un capolavoro fai-da-te di un’epoca ormai lontana del cinema indipendente. E si può anche dire che il francese Sébastien Vaniček non riesce mai a controllare il caos. Comunque, l’atmosfera del film è squallida in modo convincente, in sintonia con le cupe idee sulle false promesse della famiglia tradizionale. Il bizzarro e crudele senso dell’umorismo degli autori si sposa perfettamente con l’obbligo dissacrante dell’intera serie. E, tra i riferimenti al cinema di Tobe Hooper e a Terminator, il film rende anche omaggio a una generazione di successi horror che hanno trasformato gli Stati Uniti, i loro sogni e le loro case, in un incubo per il resto del mondo.
Beatrice Loayza, The New York Times

Agent of happiness. Il Bhutan e la felicità

L’idea di “felicità nazionale lorda” è stata introdotta in Bhutan negli anni settanta e successivamente è diventata un pilastro dell’identità del paese. Ma come si misura la felicità? Qui entra in gioco Amber, l’ispettore della felicità, protagonista di questo sereno documentario. La combinazione di paesaggi mozzafiato con il delicato umorismo del film inizialmente fa pensare a un documentario innocuo. Ma Agent of happiness affronta temi più cupi, come l’alcolismo, la solitudine e la paura di una donna transgender di perdere il sostegno della madre.
Wendy Ide, The Observer

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1674 - 17 luglio 2026
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