“Benvenuti nel giardino dell’Eden”, canta Jack White all’inizio dell’album in G.O.D. and the broken ribs. “Qui non c’è nessuno tranne me e te. Allora, cosa mangiamo?”. Ci si aspetta una mela, ma lui risponde subito: “Prova microfono, uno-due, uno-due”. È la musica il grande tentatore, la fine del paradiso e l’inizio della storia. Da questo momento in Frozen Charlotte la chitarra è protagonista assoluta, mentre le melodie vocali finiscono in secondo piano. White sembra decisamente pronto a divertirsi: non è più il giovane rocker ossessionato dal mito, che con i White Stripes fece l’opposto di Adamo ed Eva trasformando sua moglie in una specie di sorella. Ora sembra imperturbabile e rilassato. Frozen Charlotte prende il nome da una bambola di porcellana dell’ottocento, a sua volta battezzata in onore di una ragazza di una canzone popolare che si rifiutò di indossare un cappotto sopra il suo bel vestito e morì congelata mentre andava al ballo. È una metafora azzeccata per un album come questo. Una bambola Frozen Charlotte costava appena un penny e, anche se non riusciva a fare la spaccata come Barbie, portava gioia nelle case più povere. Qualcosa di economico che stimola l’immaginazione, come la chitarra per White: un insieme di parti inanimate che, nelle mani giuste, possono diventare un mondo intero. Questo disco è una lettera d’amore al suo strumento preferito. E nonostante l’attenzione si sia spostata dai testi alla musica, non è mai stato così facile vedere l’uomo vero dietro l’icona.
Wren Graves, Consequence of Sound
C’è un momento brevissimo all’inizio di new avatar, nuovo album di questa originale artista r&b, in cui avviene una specie di risoluzione. Non del tutto, perché è troppo presto, ma sicuramente è uno spazio di sollievo. Succede durante idea 1, quando il ritornello segna un cambiamento deciso, portando il brano da un downtempo fatto di arpeggi delicati e synth raffinati a un inno spaziale, con chitarre fulminee e armonie vocali che svettano verso il cielo. È una mossa notevole, perché dopo trenta secondi il ritmo torna come all’inizio, senza strappi. È un esempio dell’approccio irrequieto e movimentato di Kelela fin dal suo debutto, tredici anni fa. In against me ascoltiamo alcune delle sue interpretazioni vocali più spettacolari dai tempi di Take me apart del 2017: una voce che combina il tipico staccato e melisma r&b con un vibrato morbido e una schiettezza colloquiale. Forse sono il virtuosismo e l’imprevedibilità del canto a non renderla mai ripetitiva. Il disco può essere considerato il suo lavoro più riuscito perché sa combinare lo spirito di avventura intellettuale con la leggerezza e la sicurezza di sé.
Luke Cartledge, Paste Magazine
Affascinato dalla Rhapsody in blue di George Gershwin, il pianista-compositore Vyacheslav Gryaznov ha deciso di scrivere una musica basata sui temi dell’opera Porgy and Bess. Il risultato è questa Rhapsody in black, che non è una semplice trascrizione, ma riprende i due personaggi principali dell’opera e il suo materiale musicale organizzandolo in tre movimenti: Day in New York, Night Bess e Bess and Porgy. È la base che serve a Gryaznov per puntellare un mondo che parte da blues e jazz e arriva alle frontiere dell’atonalità. L’opera ricicla il materiale esistente per scavarlo, riprenderne il controllo e utilizzarlo secondo nuove regole. Alcuni passaggi sono più gershwiniani di Gersh-win, ricordando l’uso che ne fece Bernstein in On the town. Altri si staccano dal modello per evocarlo liberamente, tra impressioni di New York, variazioni jazz e piccole scene. Tutto con un virtuosismo sbalorditivo e una costante inventività di temi e timbri, sempre tra malizia e tenerezza. Nell’album c’è anche una riuscitissima Rhapsody in blue.
Sylvain Fort, Diapason
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