Cultura Suoni
Lost weekend
Phoebe Bridgers (Olof Grind)

Tra le giovani cantautrici che hanno messo a nudo la propria anima con una chitarra acustica, cosa ha reso la californiana Phoebe Bridgers un’icona? La voce, un sussurro delicato capace di esplodere nei momenti decisivi? I testi, ipnotici e poi diretti, gelidi e ironici? O il modo in cui vita privata e scrittura autobiografica l’hanno trasformata, suo malgrado, in una figura quasi da giornali scandalistici? Fin dall’inizio di Lost weekend, però, Bridgers sembra voler sfuggire a tutto questo. The outside apre il disco con una spirale d’immagini e una voce deformata dal vocoder. Ma è in parte un depistaggio: nonostante 16 brani e oltre 50 minuti, Lost weekend è il suo album più quieto e coeso. Rispetto a Stranger in the Alps e Punisher cerca emozioni più sottili attraverso il folk tradizionale. Al centro ci sono esperienze intime: la morte del padre, con cui aveva un rapporto difficile, la separazione dall’attore Paul Mescal e l’abbraccio ansioso ed euforico di un nuovo amore. La produzione, curata con Tony Berg ed Ethan Gruska, arricchita da Jack Antonoff e Alex G, è minuziosa e ricca di dettagli. Ma il vero punto di forza resta la scrittura: Bridgers attraversa lutto, memoria, successo e amore senza semplificarli. Lost weekend guarda alle fratture tra ambizione e destino, passato e presente, dolore e desiderio, mostrando un’artista ancora in movimento, dentro un mondo tutto suo.
Sam Sodomsky, Pitchfork

Lost in another world
James Ellis Ford (Dan Wilton)

Il secondo lavoro solista di James Ellis Ford è stato scritto in ospedale a Londra durante nove mesi di chemioterapia. A tratti straziante, mai sdolcinato, in tutto il racconto si percepisce quel senso di dignità che spesso deriva dalla consapevolezza che la morte potrebbe essere dietro l’angolo. Ford, cantautore e produttore britannico (Arctic Monkeys, Depeche Mode, Pet Shops Boys), si mostra attraverso un diario istintivo e sincero. È stoico, filosofico, resiliente e non si autocommisera mai. Questo successore di The hum del 2023 è un ottimo disco electropop riflessivo. Prima della diagnosi di leucemia Ford aveva pensato a un lavoro un po’ diverso, influenzato dall’ambient di Harold Budd e dall’afrofuturismo della Sun Ra Arkestra. Anche se non è quello che intendeva realizzare, Lost in another world è importante, vista la scarsità di altre testimonianze musicali sulle malattie. La morte è un tema spesso esplorato nel pop ma i dettagli su come ci si arriva sono rari. È un disco elettronico fai da te impressionante, che senza risultare noioso cattura la noia di stare distesi con gli occhi intontiti dagli oppioidi che fissano il vuoto e soprattutto il senso di spaesamento dovuto alla sensazione di distaccarsi dal proprio corpo.
Jeremy Allen, The Quietus

Esistono molte opere dimenticate, ma Marina (1889) è un caso speciale. È la prima scritta da Umberto Giordano, che la presentò a un concorso e gli fruttò un contratto con l’illustre editore Sonzogno. Poi la ritirò, riciclandone delle parti per la sua seconda opera, Mala vita. La prima esecuzione da allora è stata quella a Milano del 2026 da cui viene anche questa registrazione. Marina è una tragedia verista in un atto ed è un esordio riuscito e pieno di personalità. Racconta la drammatica storia d’amore tra Marina, sorella di un ufficiale montenegrino, e Giorgio, un soldato nemico ferito in battaglia. È un lavoro conciso e riuscitissimo dal punto di vista teatrale, l’orchestra è sempre ardente (fa pensare un po’ a Puccini) e le parti dei solisti sono efficaci e ricche di melodia, anche se purtroppo Giordano non è riuscito a scrivergli un’aria memorabile. Eleonora Buratto e Freddie De Tommaso sono protagonisti molto convincenti e Vincenzo Milletarì assicura un’ottima esecuzione. È un esempio perfetto di come andrebbero presentate al pubblico le opere sconosciute.
Richard Bratby, Gramophone

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1679 - 21 agosto 2026
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