Tra il 1997 e il 2010 Erykah Badu ha pubblicato cinque album fondamentali, contribuendo a ridefinire l’rnb e diventando una figura centrale del neo-soul, etichetta che però ha sempre rifiutato. Il suo stile, influenzato da soul, hip-hop, jazz spirituale e psichedelia, si distingue per una voce intima e giocosa e per una componente afrocentrica e mistica. Dopo sedici anni senza un vero album in studio torna con Before the world blows, realizzato insieme al produttore The Alchemist. Anziché sfoggiare melodie riconoscibili, il disco preferisce privilegiare atmosfere oniriche, ritmi sinuosi e sperimentazione. Brani come Crossfade e Witch doctor alternano canto, rap e interpretazioni quasi teatrali, mentre alcune sonorità richiamano i Funkadelic e il Prince più eccentrico. L’album ospita anche artisti come Thundercat, Earl Sweatshirt e Kamasi Washington, musicisti accomunati dalla capacità di trasformare la propria originalità in un punto di forza. Pur rinunciando alla componente melodica dei lavori precedenti, Badu realizza un disco imprevedibile, che celebra l’eccentricità e conferma la sua influenza sulla nuova generazione dell’rnb.
Mark Richardson, The Wall Street Journal
I Westside Cowboy sono una band di Manchester che dialoga con un immaginario proveniente dal rock alternativo statunitense. Nel loro debutto sembra di stare al tramonto in un’eterna estate oziosa, in uno stato di permanente malinconia. Il suono di It goes on è dominato da chitarre tese ma sfocate, spezzate da ritmici sintetizzatori che sfociano in una frenesia elettrizzante. Il movimento è lo stesso dall’inizio alla fine, in ogni canzone, che si sviluppa strumento dopo strumento per raggiungere un apice melodico e lasciare che le emozioni si schiantino in maniera brusca. È come se Take the skinheads bowling dei Camper Van Beethoven fosse stato ampliato e trasformato in un album. L’effetto è irresistibile. Ogni volta che sembra sopraggiungere la stanchezza veniamo investiti da gioia pura. La malinconia di Paper chains, per esempio, si libra da melodie strumentali allegre, perfette per un film di formazione. In Worried age la band si limita a cantare estasiata negli ultimi venti secondi, prima che la versione più incisiva del riff principale porti la conclusione. L’album chiude in maniera laconica, come ogni altro loro brano inferiore ai quattro minuti, e il cantante Reuben Haycocks sospira semplicemente: “È tutto”.
Alexander Ralston, The Skinny
Quando Mahler precipita dal sublime al mondano è per questioni irrisolte della sua infanzia (o almeno così gli fece credere Freud). Quando lo fa Šostakovič è una frecciata contro qualche apparatčik sovietico. Mieczysław Weinberg ricorre spesso allo stesso procedimento, ma è più enigmatico. Era molto vicino a Šostakovič dal punto di vista sia artistico sia personale (erano vicini di casa), ma non ci ha mai dato spiegazioni: sapeva di essere un outsider e teneva per sé i segreti della sua musica. Il quartetto n. 10, datato 1964, cerca di piacere. Cinque anni dopo, il n. 12 è nevrotico e mette alla prova la tolleranza dell’ascoltatore: dura più di mezz’ora, ma il sollievo arriva solo nel bellissimo movimento finale. Il n. 17 appartiene a un’altra epoca: quella dell’inizio della disgregazione sovietica (1987). Weinberg ci offre un quarto d’ora spensierato in quattro brevi movimenti che guardano con un vago sollievo al passato e con incertezza al futuro. Questo rifugiato ebreo polacco non smise mai di comporre: il quartetto n. 17 era la sua opera n. 146: il compositore aveva davanti a sé ancora dieci anni d’impegno creativo. Non so se l’Arcadia Quartet troverà tutte le risposte agli enigmi di Weinberg, ma questo ciclo dedicato ai suoi quartetti è eroico: ci terrà impegnati ancora per qualche anno.
Norman Lebrecht, Scherzo
Inserisci email e password per entrare nella tua area riservata.
Non hai un account su Internazionale?
Registrati