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on avrebbe dovuto essere difficile: 72 x 72. Dal sedile posteriore mia figlia voleva controllare se la sua risposta era giusta. Forse perché era fine giornata, perché stavo cercando di parcheggiare o per qualche altro motivo, mi sono bloccata, cognitivamente parlando.

Normalmente una moltiplicazione di questo tipo non mi spaventa. Di recente però, ho la sensazione che il mio cervello non funzioni a pieni giri. Non si tratta solo di matematica, ma di una specie di rallentamento generale.

Per me è importante. Non solo perché mi occupo di cervello per lavoro, ma anche perché mi impegno molto per mantenerlo in buona salute: mangio bene, faccio attività fisica e suono perfino la tromba.

A differenza di un girovita che si allarga o di un aumento della pressione, però, è difficile monitorare la salute del cervello, nascosto com’è dentro una spessa scatola cranica. Ma i tempi stanno cambiando.

“Probabilmente siamo all’inizio di una svolta che porterà a trattare la salute del cervello un po’ più come quella fisica: qualcosa da controllare in modo proattivo, invece di intervenire solo quando emerge un problema”, dice Hedley Emsley, neurologo dell’università di Lancaster, nel Regno Unito.

I progressi tecnologici, l’intelligenza artificiale e l’ossessione per i dati sanitari personalizzati stanno dando vita a una nuova generazione di strumenti che promettono di offrirci una visione senza precedenti di ciò che accade tra le nostre orecchie, e perfino di rivelare se il nostro cervello è in forma per la sua età.

Così, di fronte a una miriade di opzioni – dalle più avanzate analisi del sangue alle costose scansioni cerebrali – ho cercato di scoprire quali sono davvero utili e quali possono dirmi se le cose che faccio per il mio cervello stanno funzionando.

All’inizio degli anni duemila erano in pochi a parlare di salute celebrale. Le neuroscienze erano più interessate a capire cosa fa ammalare un cervello che a stabilire cosa lo fa funzionare al meglio. In quel periodo gli studi sull’argomento si contavano sulle dita di due mani. Oggi ne vengono pubblicati più di quattromila all’anno.

Questo improvviso interesse è dovuto in parte a un cambiamento culturale. Monitoriamo i passi, il sonno, la frequenza cardiaca: era quasi inevitabile che il cervello fosse il livello successivo. Probabilmente hanno contribuito anche i timori legati alla salute mentale. Circa il 40 per cento degli adulti statunitensi intervistati dalla Muse, un’azienda che produce neurodispositivi indossabili, crede di avere un disturbo cerebrale non diagnosticato; in cima alle preoccupazioni ci sono ansia e depressione. La maggior parte delle persone dice che se potesse farebbe un test sulla salute del cervello, anche se dovesse rivelare una malattia incurabile.

Gli esami del sangue per l’alzheimer possono individuare i livelli di beta-amiloide e tau, due delle proteine associate alla malattia

Anche la tecnologia è cambiata. I dispositivi per l’encefalogramma, che controllano l’attività cerebrale in modo non invasivo, sono sempre meno costosi, e oggi l’intelligenza artificiale è in grado di analizzare i dati di neuroimaging in tempo reale, cosa che sarebbe stata impossibile anche solo cinque anni fa. Il risultato è un mercato in rapida espansione di strumenti che ci promettono informazioni sulla salute del nostro cervello.

Per saperne di più ho deciso di cominciare da qualcosa su cui ho già qualche informazione: i test genetici. Più di dieci anni fa ho fatto analizzare il mio dna e ho scoperto di avere una copia della variante genetica Apoe4, che aumenta di tre o quattro volte la probabilità di sviluppare l’alzheimer. Esistono molti test che possono dirti se hai questa variante, ma volerli fare o meno è un’altra questione.

Quel risultato probabilmente mi fa pensare un po’ di più alla salute del mio cervello, ma non mi dice come sta in questo momento. Del resto, so anche che avere una storia familiare di alzheimer o una sola copia di Apoe4 non rende inevitabile la malattia. Anzi, le organizzazioni che si occupano di alzheimer nel Regno Unito e negli Stati Uniti non raccomandano affatto questi test, perché molti fattori legati allo stile di vita incidono sul rischio finale.

Particelle rivelatrici

Un’opzione più allettante è fare una scansione cerebrale. Le immagini possono rivelare emorragie, tumori, riduzione del volume cerebrale, danni vascolari e altri cambiamenti legati all’età in grado di fornire informazioni preziose sulla salute attuale e futura del cervello. Io ho già un’immagine del mio cervello ottenuta durante uno studio clinico a cui ho partecipato. Sono stata fortunata: non rilevava nessuna anomalia imprevista, i cosiddetti reperti incidentali.

Molte persone non sono altrettanto fortunate, dice Rab Khan, un medico specializzato in ictus. Si stima che circa il 4 per cento delle scansioni riveli reperti incidentali. Alcuni, come piccole cisti o anomalie dei vasi sanguigni, sono innocui, ma possono comunque causare ansia, ulteriori accertamenti e spese. In effetti, nessuno dei medici con cui ho parlato raccomanda di fare regolarmente scansioni cerebrali. “Fare una scansione all’anno può sembrare previdente, ma non è una strategia supportata da prove”, dice Khan.

Per questo ho deciso di non fare un’altra scansione e di orientarmi invece sulle analisi del sangue. Un semplice controllo dei livelli di vitamina B12, dei folati e della funzionalità della tiroide può essere indicativo, perché carenze e squilibri ormonali possono provocare perdita di memoria e compromettere le funzioni cognitive. Un test che ho fatto nell’ambito di un pacchetto “benessere donna” non segnalava nulla di particolare, quindi almeno sotto questo aspetto il mio cervello sembra a posto.

Questi test, però, sono strumenti piuttosto approssimativi, e oggi sono disponibili alternative più accurate. Gli esami del sangue per l’alzheimer, per esempio, possono individuare i livelli di beta-amiloide e tau, due delle proteine associate alla malattia. Alcuni di questi test ormai superano perfino le scansioni cerebrali, e in certi casi riescono a cogliere i segni della malattia molto prima che compaiano i sintomi. È un progresso entusiasmante, ma anche delicato. Questi test sono disponibili a pagamento, ma di solito non sono raccomandati alle persone che non hanno sintomi perché il loro valore predittivo è ancora oggetto di studio e le possibilità di trattamento restano limitate.

Altre analisi del sangue sperimentali puntano a rilevare processi infiammatori nel cervello. Evgeniia Lobanova dell’università di Cambridge e i suoi colleghi stanno studiando aggregati proteici chiamati speck, rilasciati dalle cellule immunitarie del cervello quando individuano un problema. Questi speck sembrano provocare infiammazione e morte cellulare, e la loro forma e dimensione potrebbero aiutare a capire chi ha una maggiore probabilità di sviluppare il parkinson o l’alzheimer fino a cinque anni prima della comparsa dei sintomi. “Questo esame permette di individuare i pazienti che potrebbero trarre più benefici da una sperimentazione farmacologica”, dice Lobanova.

Ma questi test sono ancora lontani dall’essere disponibili al pubblico. Nel frattempo, se il funzionamento del vostro cervello vi preoccupa, si può chiedere una valutazione al medico di famiglia per verificare eventuali problemi di memoria, concentrazione e orientamento nel tempo e nello spazio. Esistono anche moltissimi test online che misurano di tutto, dalla velocità di reazione alle funzioni esecutive. Il problema è che tutti questi test sono pensati soprattutto per individuare un deficit. E se invece non v’interessa identificare o escludere una particolare malattia, ma volete semplicemente sapere se il vostro cervello è in forma?

A quanto pare, potremmo già avere la risposta allacciata al polso. “I ricercatori sono sempre più interessati ai segnali comportamentali passivi”, dice Emsley. Si riferisce a segnali provenienti da altre aree del corpo che possono dirci qualcosa sul cervello. Io ho uno smartwatch che monitora il sonno, l’attività fisica e la frequenza cardiaca per tenere d’occhio la mia salute fisica, e i ricercatori pensano che dati di questo tipo possano offrire anche indicazioni sulla salute cerebrale.

Il sonno è il punto di partenza più ovvio. Sta diventando sempre più chiaro che non ha solo una funzione ristoratrice, ma è uno stato altamente organizzato in cui ritmi neurali sincronizzati contribuiscono a ripulire il cervello attraverso il sistema glinfatico. Nel lungo periodo, dormire male può compromettere la rimozione di sostanze come la proteina beta-amiloide e la tau. “Molti disturbi che aumentano il rischio di demenza alterano anche i ritmi di sonno del cervello”, dice Maiken Nedergaard dell’università di Rochester, negli Stati Uniti.

Allora forse questi ritmi cerebrali potrebbero dirci qualcosa sulla salute complessiva del cervello. In passato per farsi un’idea di come si comportano le nostre onde cerebrali, dovevamo passare una notte collegati a vari sensori in una clinica del sonno, mentre oggi abbiamo un parametro indiretto che è più facile da misurare. La variabilità della frequenza cardiaca, o Hrv, misura le piccolissime differenze nell’intervallo di tempo tra un battito e l’altro. L’Hrv è associata a diversi disturbi cognitivi e psichici. Un valore basso, per esempio, è collegato a una maggiore probabilità di depressione, ma anche di demenza, schizofrenia e disturbo da stress post-traumatico.

Quasi la metà dei casi di demenza potrebbe essere prevenuta o ritardata intervenendo su 14 fattori legati soprattutto allo stile di vita

Secondo Nedergaard, un recente studio che ha condotto con i suoi colleghi potrebbe fornire il collegamento cruciale tra l’andamento della frequenza cardiaca e la salute del cervello. Lo studio mostra come i processi responsabili della pulizia glinfatica dipendano dagli stessi meccanismi che regolano l’Hrv mentre dormiamo. La ricercatrice ipotizza quindi che l’Hrv possa essere usata come indicatore della capacità del cervello di liberarsi delle scorie. Anche se questa idea non è ancora stata verificata direttamente, dice Nedergaard, la letteratura indica che un’Hrv bassa predice un invecchiamento meno favorevole, compreso un maggior rischio di demenza.

Sono sempre stata un po’ preoccupata per la mia Hrv: è costantemente più bassa della media, segno che trascorro molto tempo in uno stato di allerta, come se fossi sempre pronta ad attaccare o fuggire. Lo prendo già come un invito a ridurre lo stress, ma sapere che potrebbe essere anche indice di un sistema di eliminazione delle scorie cerebrali compromesso mi spinge a dare una priorità ancora maggiore a questo aspetto, sebbene le prove siano ancora preliminari.

Finora, però, tutti questi segnali restano frammentari. “Il problema è che il cervello è molto più complesso e variabile di qualcosa come la frequenza cardiaca, quindi credo che in futuro non ci baseremo tanto su un unico ‘punteggio della salute cerebrale’ quanto su un insieme di segnali diversi raccolti nel tempo, per individuare precocemente cambiamenti significativi e ottenere indicazioni che permettano di intervenire invece di generare ansia”, dice Emsley.

Ricompensare gli sforzi

Ma alcuni ricercatori vogliono sviluppare un test unico della salute cerebrale. Un metodo proposto nel 2018 tenta di combinare quattro diverse risonanze magnetiche, ciascuna sensibile a problemi diversi, come lesioni, atrofia o alterazioni della sostanza bianca che riflettono danni ai tessuti, e di condensare tutte queste informazioni in un solo numero: il brain health index, o Bhi.

David Dickie dell’università di Glas-gow e i suoi colleghi hanno mostrato in vari studi che il Bhi è correlato ai tempi di reazione – considerati un indicatore di un invecchiamento sano perché riflettono la capacità del cervello di elaborare le informazioni – e ai punteggi ottenuti nei test cognitivi. Questa correlazione è addirittura più forte di quella con i dati sull’atrofia cerebrale e sulla malattia considerati singolarmente. Nel 2023 uno studio guidato da Jodi Watt, anche lei dell’università di Glasgow, ha individuato il Bhi di quasi tremila persone tra i 48 e i 77 anni e ha ricavato una curva di Bhi “normale” per le diverse età. In seguito, lei e i suoi colleghi hanno mostrato che il Bhi rifletteva vari fattori che influenzano la salute del cervello. Per esempio, l’istruzione sembrava migliorarlo, mentre il fumo, il diabete di tipo 2 e l’ipertensione lo peggioravano.

Questo strumento dev’essere ancora perfezionato, ma i motivi di interesse sono evidenti. Raramente la cattiva salute cerebrale è causata da un’unica patologia. Riunire informazioni diverse in un unico punteggio potrebbe essere più utile per capire lo stato di salute del proprio cervello rispetto alla norma.

Ancora una volta, però, l’attenzione sembra concentrarsi su ciò che non va. Una parte del motivo per cui voglio capire meglio la salute del mio cervello è che lavoro sodo per migliorare gli aspetti del mio stile di vita che dovrebbero aiutarlo, perciò sarebbe bello vedere ricompensati questi sforzi, un po’ come si vedono crescere i muscoli o diminuire il colesterolo.

In teoria, questo impegno dovrebbe fare la differenza. Nel 2024 la Lancet commission on dementia prevention, intervention and care ha concluso che quasi la metà di tutti i casi di demenza potrebbe essere prevenuta o ritardata intervenendo su 14 fattori legati allo stile di vita, tra cui il fumo, l’attività fisica, l’isolamento sociale, o patologie come il diabete e la perdita dell’udito.

Per Christin Glorioso, fondatrice della Neuroage Therapeutics, questo rapporto ha avuto un significato particolare. Ha una storia familiare di alzheimer e una copia di Apoe4, quindi era interessata a capire come rendere più sano il suo cervello. “Lo stile di vita è una componente enorme e possiamo intervenire subito per migliorarlo”, dice. Ma voleva anche un modo per monitorare gli effetti di questo lavoro.

Glorioso e i suoi colleghi avevano già mostrato che, sulla base di determinati schemi di attività genica nel tessuto cerebrale, il cervello di alcune persone è biologicamente più vecchio o più giovane della loro età anagrafica. Le persone con un cervello più vecchio della loro età avevano un maggior rischio di alzheimer o declino cognitivo. Ma hanno scoperto che un’età cerebrale inferiore di cinque anni a quella reale può compensare l’effetto di avere una copia di Apoe4.

“Allora ho pensato: ‘Ok, se l’obiettivo è cinque anni di meno, come faccio a controllare l’età del mio cervello e capire cos’è che non funziona?’”, racconta Glorioso. “Ecco come abbiamo concepito il test Neuroage”.

Al prezzo di 1.398 dollari per il pacchetto completo – che comprende una risonanza magnetica, un’analisi genetica, valutazioni cognitive e una consulenza – il test è troppo costoso per me. Ma la valutazione cognitiva, disponibile a 9,99 dollari al mese, offre una stima approssimativa dell’età cerebrale usando test di memoria, attenzione, capacità visuospaziali e velocità di elaborazione.

The Voorhes, Gallery Stock

I limiti sono evidenti. I test cognitivi hanno stabilito che la mia età cerebrale era 21 anni inferiore a quella reale, il che sospetto dipenda da alcuni trucchi mnemonici che conosco, ma anche i miei tempi di reazione erano giovanili, quindi forse il mio cervello sta meglio di quanto io pensi. In ogni caso, l’aspetto davvero utile potrebbe essere non tanto il numero in sé quanto la possibilità di monitorare i cambiamenti nel tempo. Mi rendo conto che può essere importante, ma non credo di voler spendere centinaia di dollari ripetendo i test per anni.

Aspetti sociali

Trovo anche incoraggiante pensare che, pur avvicinandomi alla mezza età, non è troppo tardi per riportare indietro l’età del mio cervello. “La salute celebrale non consiste solo nel cercare di tenere sotto controllo il declino o la malattia, ma significa anche chiedersi: ‘Come posso fare in modo che l’anno prossimo sia il migliore in assoluto per la salute del mio cervello?’”, dice Lori Cook dell’università del Texas a Dallas. “Bisogna riconoscere che la salute del cervello può seguire una traiettoria positiva, indipendentemente dal punto di partenza”.

Per aiutare a raggiungere questo obiettivo, Cook e i suoi colleghi nel 2020 hanno lanciato il BrainHealth project, che punta a creare una misurazione più olistica della salute celebrale in grado di monitorare i progressi e capire cosa funziona e cosa no. Lo studio punta a coinvolgere fino a centomila persone nell’arco di dieci anni, raccogliendo dati cognitivi, informazioni sullo stile di vita e parametri come l’Hrv.

Cook sottolinea inoltre che la salute del cervello va ben oltre i tempi di reazione e la memoria. “Noi valutiamo la salute cerebrale non solo in termini di prestazione cognitiva, ma anche in base alla definizione dell’Organizzazione mondiale della sanità, che comprende fattori sociali ed emotivi”.

I partecipanti forniscono dati ogni sei mesi e ricevono un punteggio composito, ma l’obiettivo non è confrontarlo con la propria età. “Lo scopo non è paragonare persone o gruppi”, dice Cook. “Serve a mostrare come la salute cerebrale di un individuo possa cambiare e migliorare nel tempo: è una gara con se stessi”.

Circa 40mila persone si sono già iscritte, e i primi risultati mostrano quanto siano interconnessi alcuni fattori. Il sonno, per esempio, sembra favorire enormemente la crescita cognitiva. La compassione sembra avere un effetto positivo sulla cognizione, non solo sul benessere. Il multitasking, al contrario, sembra avere un effetto nocivo. “Pensiamo che passare continuamente da un’attività all’altra produca uno stress cronico che ostacola il funzionamento neurale e incide negativamente sulla regolazione delle emozioni”, dice Cook. Quindi niente più calcoli a mente mentre parcheggio.

Quello che suggeriscono i primi risultati di Cook, insieme a misure come il Bhi, è che non esiste un unico modo perfetto per valutare la salute cerebrale, almeno per ora. Tuttavia la combinazione di test diversi nel tempo può offrire indizi in grado di rivelare se la salute del nostro cervello sta andando in una direzione positiva o negativa.

Tenendo conto di tutto questo, continuerò a monitorare i fattori più facili da misurare, tra cui il sonno, l’Hrv e le relazioni sociali, e ogni sei mesi farò il punto con l’app BrainHealth. Nel loro insieme, questi strumenti dovrebbero riuscire a dirmi se i cambiamenti che introduco stanno davvero contribuendo alla salute del mio cervello. E con un po’ di fortuna, la prossima volta che dal sedile posteriore mi arriverà al volo un calcolo come 72 x 72, sarò in una posizione migliore per rispondere. ◆ gc

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Questo articolo è uscito sul numero 1681 di Internazionale, a pagina 50. Compra questo numero | Abbonati