Schmitt ha una certa intimità con la musica di Mozart fin dai quindici anni, quando, all’Opéra di Lione, l’aria della contessa delle Nozze di Figaro lo salvò da un suicidio che aveva già progettato. “La guarigione attraverso la bellezza”: così definisce oggi quell’incontro. Diventare padre tardivamente gli ha fatto guardare con occhi nuovi Leopold Mozart, a lungo dipinto come un manipolatore che guadagnava esibendo i figli. La realtà è più complessa, suggerisce Schmitt. La prima tournée europea della famiglia – ottanta città in tre anni – servì a mostrare al mondo il genio di Wolfgang, che allora aveva sei anni. In seguito Leopold, insegnante di musica, si rese conto di non avere più nulla da insegnare al prodigioso figlio e lo portò in Italia perché incontrasse i grandi maestri. È questo il Leopold che emerge dalla penna di Schmitt: esigente – “Un Mozart non deve mai essere mediocre” – ma anche lucido e consapevole dei propri limiti. Non l’uomo arido e inflessibile della leggenda, bensì l’accorto consigliere di un Wolfgang irriverente e maldestro nei rapporti con i potenti. Melomane appassionato, Schmitt ha letto praticamente tutto su Mozart, compresa la sua sterminata corrispondenza, dove ha trovato la frase che dà il titolo originale al romanzo: “Subito dopo Dio viene papà”. Devozione, ribellione, emancipazione: questo è il racconto appassionante e vivace di un meraviglioso e tempestoso rapporto tra padre e figlio. E viene un’irresistibile voglia di riascoltare Mozart.
Marianne Payot, L’Express
Madeline Cash, al suo esordio nel romanzo e poco più che ventenne, ambienta Pecorelle smarrite in un anonimo sobborgo della west coast, spogliato di riferimenti culturali, politici o storici reali. Al loro posto ha creato una costellazione di trovate argute, a metà tra un esercizio di branding creativo e una parodia delle disfunzioni della provincia statunitense. Al centro ci sono i Flynn, una famiglia che sta andando in pezzi, e soprattutto le tre figlie, di dodici, quindici e diciassette anni. Rispondono male, rincasano tardi e trattengono il respiro fino a svenire: sono le nemiche naturali degli adulti prepotenti, irresponsabili o semplicemente malvagi che popolano il romanzo. La più giovane, Harper, è anche il personaggio più riuscito: intelligentissima, priva di qualsiasi rispetto per l’autorità, affronta senza paura un mondo disonesto e in disfacimento. Cash dipinge questo universo parallelo con una prosa vivace, leggera, accesa da un umorismo quasi casuale. Il suo vero colpo di genio sono però i dialoghi: bruschi, perfino un po’ legnosi, ma maneggiati con tale abilità da produrre raffiche di battute a metà tra un perverso programma educativo per adolescenti e le meditazioni esistenziali di un film di Hal Hartley. Non tutte le sottotrame funzionano ma quella che altrove potrebbe sembrare trascuratezza qui diventa parte del fascino. Con la sua prosa e la sua immaginazione irrequieta, Cash non si limita a osservare il mondo: lo reinventa.
Hannah Gold, The New Yorker
La narratrice di La rivolta delle capre torna indietro con la memoria ai due anni trascorsi nell’appartamento della zia Lidia, una donna singolare e imprevedibile, in lite con i fratelli, separata da un’altra donna, dipendente da un gatto e dotata di certi poteri soprannaturali che si attivano solo quando sopraggiunge una grande tristezza. Al ritratto affascinato dell’indomabile e mutevole Lidia si affiancano le scoperte della narratrice: un romanzo di formazione che prende definitivamente quota quando lei si trasferisce a Madrid e le due smettono di vivere insieme. Da quel momento il libro riflette, senza alcuna solennità, sulla “stranezza di essere vivi”. C’è poi una terza figura femminile: la giovane capra Juana, invenzione di Lidia per mettere alla prova la nipote, prepararla a ciò che significa entrare nel mondo e costringerla a mettersi nei panni dell’animale per prendere decisioni importanti. Juana finirà addirittura per studiare teoria e storia del cinema e dirigere i propri film. Stando alla trama si potrebbe pensare che sia una grande buffonata. Non lo è, se non nella misura in cui lo vuole Chivite, indocile, scatenata e originalissima che ci offre carisma, gioia letteraria e talento a piene mani.
Juan Marqués, El Mundo
Nella sua straordinaria raccolta d’esordio, il poeta nigeriano Gbenga Adesina intreccia il lutto per la perdita del padre al dolore di immigrati, rifugiati e della popolazione nera nel mondo, dando vita a “un’elegia privata per un dolore collettivo”. Per Adesina esiste un silenzio nella lingua dei morti che deve risuonare nel canto dei vivi. Nella sezione che dà il titolo al libro, le voci di fantasmi, migranti, marinai e annegati creano una struttura polifonica in cui la poesia diventa un’espressione a più voci. La raccolta è attraversata dalla consapevolezza dell’evanescente appartenenza degli esseri umani a un mondo devastato dalla morte e dalla distruzione e tenta, a partire dalla memoria, di costruire un “paese corale”. Adesina attinge immagini potenti dal mondo naturale, in particolare dal regno dell’acqua – oceani, mari, uccelli migratori, e i cavalli, “animali del dolore”. Come fa la grande poesia, questa raccolta amplia il mondo, affermando che la memoria è una forma di luce, e che vivi e morti si muovono insieme sulle acque che li hanno plasmati.
Timi Sanni, Epoch
Inserisci email e password per entrare nella tua area riservata.
Non hai un account su Internazionale?
Registrati