Cultura Suoni
Beck,
Ride lonesome
Beck (Mikai Karl)

Archi che sembrano sospirare, una chitarra acustica, poi una voce intrisa di pena amorosa che entra in scena canticchiando: “Non so dove sto andando / ma ho la sensazione di esserci già stato”. Pochi avrebbero accolto con gioia la notizia del divorzio di Beck Hansen dalla moglie Marissa Ribisi nel 2021, eppure si può ben dire che un Beck col cuore spezzato dia il meglio di sé, come dimostrano i primi 45 secondi del brano Bleed. Tra le vette della sua discografia, Odelay (1996) è stato il capolavoro postmoderno, ma è stato Sea change (2002) – scritto all’indomani della rottura con la compagna Leigh Limon – a consacrare Beck tra i grandi. Ride lonesome è l’ultimo capitolo della sua serie di album acustici che comprende anche Mutations e Morning phase. Il padre di Hansen, il settantottenne David Campbell, torna a lavorare con il figlio alle orchestrazioni barocche, tra cui spicca l’accompagnamento di In the night. Ride lonesome è un album solido dall’inizio alla fine. L’essenza del suo struggimento è racchiusa nel ritornello: “I want you / Yes I do”. Riservando il meglio per la conclusione, il brano finale Beyond the light intreccia tutti i fili del disco in cinque minuti e mezzo d’intensità crescente e catartica. Non si vorrebbe mai augurare a Beck Hansen ulteriori tormenti emotivi, eppure questo brano offre una dimostrazione straordinaria di quell’alchimia capace di trasformare il dolore in bellezza.
Tom Doyle, Mojo

Ow ∞
Sylvan Esso (Tonje Thilesen)

Quando il debutto dei Sylvan Esso arrivò nel 2014 il loro modo di scrivere canzoni elettroniche era innovativo. Se al tempo sembravano sperimentali, ora rappresentano l’indie pop: costruito sui beat e incline a occasionali mea culpa culturali. Quello che ha sempre reso speciale il duo statunitense è la voce di Amelia Meath: un po’ roca ma giocosa, intonata e calda anche quando è distorta. Ow ∞ è un album coerente con il percorso fatto finora; anche se inquieto, disegna un chiaro arco emotivo, con una produzione curata nei dettagli insieme a Nick Sanborn. La cantante prende lo spazio di cui ha bisogno per fare i conti con i suoi dilemmi: come possiamo funzionare in mezzo a un flusso inarrestabile di orrori? Cosa fare con la rabbia? Domande che non trovano mai risposte definitive ma è lo svolgimento a essere avvincente. E tutto ruota attorno a poche canzoni concepite alla perfezione. La chiave è questa: spesso i brani si trascinano, anche se in modo piacevole, tra un’epifania pop e l’altra. La spinta arriva sottile, a volte con ritmi sfuggenti e campionamenti evocativi. Sia il disco sia la band trovano la salvezza nel movimento che va in avanti, nei loop musicali e nei piaceri condivisi.
Will Hermes, Pitchfork

Paris-Bruxelles 1830. Musica di Maignen, Ferranti, Coste

Per il suo primo album solista la chitarrista Élodie Brzustowski esplora il repertorio romantico del suo strumento e ci trova dei gioiellini poco conosciuti. Li difende senza nessun virtuosismo dimostrativo e con un’intelligenza nella scelta dei colori, una finezza e una sensibilità che colpiscono nel segno. È registrata da vicino, e questo rende bene la grana sonora che Brzustowski ha trovato in tre chitarre d’epoca dal timbro un po’ opaco e penetrante. Molti ascoltatori scopriranno qui Marco Aurelio Zani de Ferranti (1801-1878), virtuoso di Bologna e molto apprezzato in giro per l’Europa, pieno di umorismo ed eccentricità. La sua Fantasia variata sulla romanza dell’Otello op. 7 è resa con una scioltezza che ne trasmette tutti gli aspetti più divertenti. Ma per noi il colpo di fulmine arriva con i suoi Sei notturni biblici: la linea melodica si dispiega in maniera quasi vocale, servita da un legato morbido, armonici integrati con cura e una grande espressività. La Fantasia su un motivo del balletto Armide op. 4 di Napoléon Coste (1805-1883) conferma le qualità poetiche di questo disco.
Julien Gobin, Diapason

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1683 - 18 settembre 2026
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