Il 12 agosto, quando Jessica Arenas è tornata nella strada in cui viveva, nel quartiere Medrano di Quibdó, i suoi vicini la guardavano come se fosse un fantasma: la credevano morta. Solo quando ha raggiunto l’angolo dell’isolato ha visto quel poco che restava del suo palazzo: un ammasso di macerie alto quattro metri nel quale frugavano decine di soldati, poliziotti e paramedici della Croce rossa. A quel punto Arenas si è fatta strada in mezzo a un fiume di gente che assisteva alla scena e ha raggiunto uno dei soccorritori. “Credo che stiate cercando me”, gli ha detto.
A salvarle la vita è stato un caso del destino. Il giorno prima la figlia maggiore, Salomé, era andata a Medellín per il funerale di uno zio. Arenas e i due figli piccoli erano al compleanno di un’amica quando Salomé li ha chiamati per dirgli che aveva inavvertitamente portato via l’unico mazzo di chiavi di casa. Arenas voleva comunque tornare e cercare di aprire la porta con un manico di scopa – lo sapeva fare – ma Blair Mosquera, una parente tutta intuizioni e presentimenti, l’ha convinta a passare la notte dall’amica. Lei ha accettato, schivando la morte.
Quando l’edificio in cui viveva è crollato, i vicini hanno notato l’assenza di Jessica e dei bambini. Credendo che fossero rimasti intrappolati tra le macerie, li hanno cercati per ore. I soccorritori della Croce rossa hanno lavorato per un giorno intero. Quando Arenas è tornata, lei e i figli erano le ultime persone disperse a Quibdó.
Mentre i soccorritori cominciavano ad andare via, Arenas osservava le macerie incredula. In quello stesso palazzo erano morti quattro suoi vicini e altre persone erano rimaste ferite. Lei si era salvata.
Il crollo dell’edificio è stato l’incidente più letale di tutto il Chocó, il dipartimento colombiano che il 10 agosto è stato colpito da un terremoto che ha causato più di trecento vittime.
Serratura difettosa
Lizeth Mosquera viveva all’ultimo piano del palazzo. Alle 7.34 del 10 agosto, nella calma che anticipa la disgrazia, stava stirando una camicia del fidanzato, Yavier Palacios, quando le finestre hanno cominciato a tremare. Palacios ha cercato di calmarla: le ha detto che la scossa sarebbe finita presto e che sarebbe andato tutto bene. Ma quando il pavimento ha cominciato a oscillare come gelatina hanno capito che dovevano scappare. Sono corsi fuori, in preda all’agitazione. Erano nell’angolo più remoto di un edificio vecchio e malmesso. Hanno corso lungo lo stretto corridoio del quarto piano fino alle prime scale disponibili. Il pavimento dava scossoni così forti che li sbatteva da una parete all’altra. Lei ha perso l’equilibrio, Palacios l’ha afferrata aiutandola a rimettersi in piedi. Quando sono arrivati al terzo piano si sono resi conto di essere in trappola. L’edificio aveva un difetto che in quel momento si è rivelato fatale: al secondo e terzo piano c’erano dei cancelli chiusi sempre a chiave. Solo chi viveva effettivamente lì poteva entrare. Inoltre, entrambe le serrature funzionavano male.
Quattro persone erano già abbarbicate contro il cancello del terzo piano, e la coppia si è unita a loro. “Le chiavi, le chiavi!”, ha gridato Palacios. “Ce le ho io”, ha detto un vicino ridando la speranza a tutti. L’uomo ha inserito la chiave nella serratura senza riuscire ad aprirla. Tutti i presenti sapevano che, in un giorno normale, per aprire quel cancello potevano volerci diversi minuti. Ora, con l’agitazione del momento, sembrava un’impresa impossibile. L’edificio ha cominciato a crollare.
Indicatori di sviluppo
In volo da Bogotá verso il Chocó, nella zona occidentale del paese, l’aereo segue la traiettoria opposta al terremoto: dalle città più lontane dall’epicentro, dove le scosse si sono sentite ma non hanno causato danni, fino al punto in cui la devastazione è stata più grave.
Muovendosi dal Chocó verso il centro della Colombia, le onde sismiche hanno attraversato un paese in cui lo sviluppo, per decenni, è avanzato in senso contrario: prima la città, poi le periferie. Il Chocó ha avuto il primato solo per la disgrazia: è la regione con i peggiori indici di qualità della vita di tutta la Colombia.
Secondo le statistiche nazionali il 67,4 per cento degli abitanti del dipartimento vive in una situazione di povertà monetaria: i soldi che guadagnano ogni mese non bastano per avere accesso a un paniere alimentare di base. A Bogotá la percentuale scende al 17,8 per cento. Se nella capitale il 95 per cento della popolazione ha accesso alla rete fognaria, nel Quibdó la quota scende al 16 per cento. E queste proporzioni valgono per la maggior parte degli indicatori di sviluppo.
Verso la metà del volo si comincia a vedere la cordigliera Centrale, dove si trovano alcune delle città più colpite dal terremoto, come Pereira o Manizales. Le cime delle montagne sono coperte dalle nuvole, i fiumi sembrano serpenti che si muovono pigri tra valli profondissime. Con la prospettiva offerta dall’altezza, è facile mettersi a divagare sulla vastità della natura e sul nostro essere completamente in balia di forze incommensurabili che pulsano sotto terra.
Per più di settemila chilometri, dal sud del Cile quasi fino ai confini di Panamá, la placca di Nazca – che occupa gran parte dell’oceano Pacifico – spinge contro la placca sudamericana e ci sprofonda sotto. Entrambe si spostano ogni anno di circa cinque centimetri. Sembra una variazione trascurabile, eppure è un’interazione geologica così potente da aver creato la cordigliera delle Ande. I pochi centimetri di spostamento accumulati negli anni possono liberare in pochi secondi una quantità di energia in grado di provocare terremoti come quello del 10 agosto.
Oltre la cordigliera si apre una foresta fitta: stiamo sorvolando la parte meridionale del Chocó, probabilmente l’esteso territorio di San José del Palmar, l’epicentro del sisma. Ma di colpo il cielo si fa grigio e il piccolo aereo viene avvolto da una successione di nuvole dense che non danno tregua.
Si scende per vari minuti in mezzo alle nuvole: si percepisce che la terra è vicina, ma non si vede niente. La speranza di osservare Quibdó dall’alto per rendersi conto dell’entità dei danni svanisce, perché le nuvole si diradano quando la pista di atterraggio è a pochi metri. Ma la distruzione non tarda a mostrarsi.
Verso le scuole
Il 14 maggio un terremoto di magnitudo 5,6 aveva già fatto tremare Quibdó, il capoluogo del dipartimento. L’epicentro era vicino a quello del sisma del 10 agosto. Lizeth Mosquera l’aveva sentito molto forte e aveva detto a Palacios che dovevano trasferirsi altrove: un’idea come tante che alla fine non si mettono in pratica. Allo stesso modo i vari condomini avevano già parlato tra loro di sistemare le serrature, in caso di emergenza.
Il 10 agosto Lizeth Mosquera, Yavier Palacios e i loro quattro vicini erano ammassati contro la cancellata del terzo piano mentre le finestre e i muri cominciavano a staccarsi dalla struttura principale dell’edificio. Finché Álex Borja, che conosceva il difetto della serratura, non si è fatto avanti per assumersi il compito più urgente della sua vita. Cercando di ignorare il mondo che gli crollava intorno, l’uomo ha inserito la chiave e finalmente il cancello si è aperto. Ma il tempo a disposizione era poco.
Sono corsi giù tutti e sei: alcuni erano nudi e si aggrappavano ai corpi degli altri come se fossero un’unica persona. Al secondo piano Mosquera ha sentito le grida di alcuni bambini che chiedevano aiuto. Quando hanno raggiunto il corridoio del primo piano, la parte posteriore dell’edificio era crollata.
Il gruppo è uscito compatto, un nodo di braccia e gambe, proprio nell’istante in cui l’edificio è venuto giù. Una nuvola di polvere si è alzata sull’intero isolato, accecando tutti per qualche istante. C’erano ancora otto persone intrappolate nell’edificio. I vicini si sono ammassati in strada. La prima reazione di molti è stata correre verso le scuole dei figli, che avevano cominciato le lezioni da poco.
Arenas, ricordandosi le grida che aveva sentito al secondo piano, ha cominciato a urlare: “Dentro ci sono dei bambini!”. Subito un ragazzo si è avvicinato alle macerie ancora pericolanti e sentendo la voce di un bimbo, ha urlato a sua volta: “Sono vivi”.
Mateo Valencia aveva sei anni ed era il figlio di Jairson Valencia, sindaco di Bahía Solano, e di Yirley, un’assistente sociale che viveva con il piccolo al secondo piano del palazzo. Quel giorno la madre era uscita presto per andare al lavoro e aveva chiesto alla sua migliore amica di preparare Mateo e di accompagnarlo all’asilo. A Quibdó la scuola materna comincia alle otto. Stavano per uscire quando c’è stata la scossa.
Sono stati tratti in salvo vivi, ma sono morti tutti e due in ospedale. Gabriel Rondón, della Croce rossa, ha confermato che i sopravvissuti dell’edificio di Medrano sono stati soccorsi dai vicini nelle cinque ore successive al terremoto.
Ospedale al collasso
Verso le nove del 10 agosto, mentre l’ospedale San Francisco de Asís di Quibdó era nel caos, tra l’evacuazione dei pazienti e l’arrivo dei feriti del terremoto, sono apparsi due uomini estranei alla calamità naturale: avevano gravi ferite da arma da fuoco. Erano stati portati lì dagli agenti di polizia. Sembra che fossero vittime della guerra tra bande criminali – alcune legate all’Esercito di liberazione nazionale altre al clan del Golfo – che si contendono il controllo di Quibdó.
Uno dei due doveva essere operato d’urgenza, ma l’ospedale non aveva i materiali di base per l’intervento, ha raccontato un testimone. I medici hanno contattato i familiari affinché li procurassero, ma nessuno ha risposto. L’uomo è morto dopo poche ore. Non è la prima volta che succede un fatto del genere: spesso sono gli stessi medici a dover comprare di tasca propria garze e fili di sutura per le operazioni, ha detto un dipendente dell’ospedale. La carenza di strumenti e medicinali non è una novità e il terremoto l’ha solo messa in evidenza.
Mentre l’ospedale si riempiva di feriti, la direzione ha rilasciato un comunicato in cui chiedeva la donazione di oltre cento prodotti medici e farmaceutici, da quelli di base come il paracetamolo o i tamponi, fino al materiale necessario per gli interventi chirurgici d’urgenza. Data l’entità del disastro, decine di feriti sono stati portati in elicottero e in aereo a Medellín. La prima risposta, tuttavia, non è arrivata da nessuna istituzione pubblica. Un aereo inviato dal calciatore Jhon Arias, carico di medicinali e aiuti, ha raggiunto Quibdó nel pomeriggio del 10 agosto per tamponare l’emergenza.
I continui trasferimenti di pazienti e il materiale di base insufficiente sono all’ordine del giorno nel sistema sanitario del Chocó. Anche se è un centro di secondo livello, l’ospedale San Francisco non può dare assistenza in neurologia, cardiologia o gastroenterologia. Ogni paziente che ha bisogno di queste cure specialistiche deve andare in un altro dipartimento. E i problemi non finiscono qui. La rete fognaria va in tilt quando piove forte – a Quibdó può esserci un acquazzone ogni giorno –, i water si intasano e rigurgitano acque fetide e rifiuti dalle tubature; l’impianto elettrico non riesce a coprire tutta la struttura ospedaliera e alcune stanze rimangono al buio; il personale può aspettare mesi senza ricevere lo stipendio.
Il terremoto ha solo messo a nudo la crisi sanitaria della regione. Dilon Martínez, rappresentante del comitato civico per la salvezza e la dignità del Chocó, spiega che la costruzione di un ospedale di terzo livello, capace di rispondere alle necessità del dipartimento, è una delle promesse che gli ultimi tre governi non hanno mantenuto. Lo stato si era impegnato a costruirlo nel 2016, dopo che migliaia di persone avevano manifestato con uno sciopero di una settimana indetto dal Comitato civico di salvezza e di dignità del Chocó.
Dopo dieci anni c’è solo un terreno assegnato nella periferia di Quibdó, dove si spera che prima o poi sarà avviato un cantiere. Alla fine del 2025, il governo dell’ex presidente Gustavo Petro ha firmato un documento del consiglio nazionale di politica economica e sociale dal quale emerge uno stanziamento di quasi 200 miliardi di pesos (circa 55,5 milioni di euro) per la costruzione. Per il momento, però, non è stato poggiato neanche il primo mattone.
◆ Il presidente di estrema destra Abelardo de la Espriella ha cominciato il suo mandato il 7 agosto 2026, tre giorni prima del terremoto di magnitudo 7,4 sulla scala Richter (con epicentro nel dipartimento del Chocó) che ha provocato più di trecento vittime, 4.500 persone ferite, più di 36mila case distrutte e duecentomila danneggiate. A questo si aggiungono i danni a centri sanitari, scuole, strade, ponti e aeroporti. Ha suscitato polemiche la decisione iniziale del governo di accogliere gli aiuti internazionali solo da tre paesi ideologicamente vicini alla Colombia: Stati Uniti, Israele ed Ecuador. La ricostruzione è comunque al centro dell’agenda del nuovo governo, che in assenza di fondi statali sta dando la priorità a investimenti di aziende private e di imprenditori milionari. Si stima che ci vorranno almeno cinque anni e più di trenta miliardi di pesos (circa otto milioni di euro). El País, Afp
Temporali notturni
Il sisma ha evidenziato anche un altro problema: la pessima manutenzione della rete stradale. I comuni sono rimasti isolati da Quibdó. Le stesse autorità hanno impiegato giorni a scoprire cosa fosse successo in alcune località vicine. Persone ferite di altri comuni hanno continuato ad arrivare a Quibdó fino a quattro giorni dopo il terremoto.
“La manutenzione delle strade è in mano a persone corrotte”, dice Martínez, uno dei leader dello sciopero indetto dal comitato civico che dieci anni fa spinse il governo a sottoscrivere quasi duecento accordi per trasformare il Chocó. Si tratta di una serie impegni a intervenire in tutti gli ambiti possibili: servizi pubblici, lavoro, sistema scolastico, politiche per la casa. L’obiettivo era favorire lo sviluppo della regione. Secondo i dati delle istituzioni stesse, solo il 40 per cento di quelle promesse è stato mantenuto. Per questo Martínez è scettico sul futuro del Chocó dopo il terremoto: “Ora ci faranno tutte le promesse del mondo. Ma chissà cosa riceveranno davvero le comunità colpite”, dice.
Secondo le stime preliminari delle autorità, nel Chocó sono state distrutte almeno 2.600 abitazioni, 13mila risultano danneggiate e circa 41mila persone hanno subìto dei danni. “In questo momento c’è grande incertezza. Non possiamo ancora quantificare l’impatto definitivo del terremoto. La situazione potrebbe migliorare, se gli aiuti fossero convogliati nel modo giusto e ci si concentrasse sulla ricostruzione. Ma il rischio è che il governo si disinteressi in fretta della situazione”, osserva Martínez.
Nei primi giorni successivi al terremoto, centinaia di persone hanno dormito sui binari di Quibdó. Alcune perché le loro case erano ormai inagibili e non avevano un posto dove andare, molte per paura di una nuova scossa. La natura ha risposto estranea e indolente alle loro necessità e alle loro paure: la notte del 12 agosto un acquazzone ha abbattuto tutto ciò che era rimasto in bilico. Il giorno dopo un forte temporale ha allagato lo stadio di boxe, che in quel momento era l’unico centro di accoglienza della città. Lampi, vento forte e piogge hanno costretto gli abitanti a notti insonni con i nervi a fior di pelle.
La cosa più angosciante sono state le continue scosse di assestamento. Erano giustamente tutti molto agitati. In piedi davanti alle macerie della sua casa, Cristina Rentería chiedeva spaventata al fratello se la terra stesse tremando di nuovo, solo perché lui aveva spostato un tavolo che avevano recuperato.
La mattina del 13 agosto, una delle scosse di assestamento più forti ha fatto scattare l’allarme tra il personale dell’ospedale San Francisco. Poi è arrivato l’ordine di evacuazione: i pazienti in barella condotti nel rovente parcheggio delle ambulanze, gente che si avviava verso l’uscita con stampelle e bastoni. Quando ha controllato la notifica sul cellulare, un’infermiera si è accorta che la scossa era avvenuta diversi minuti prima, ma a causa dell’intermittenza del segnale l’avviso era stato generato in ritardo.
Nei primi giorni gli abitanti raccontavano a chiunque incontrassero dov’erano quando la terra aveva cominciato a tremare e come erano riusciti a sopravvivere. Poi, quell’euforia di sapersi in salvo si è trasformata in una profonda incertezza. Come se il ricordo della scossa fosse passato in secondo piano, e la forza improvvisa che aveva sconvolto le loro vite cominciasse ad apparire per quello che sarebbe stata da lì in poi: una circostanza straordinaria e incontrollabile che gli aveva reso la vita ancor più difficile di prima. Così, le conversazioni sul momento del terremoto si sono fatte più laconiche. Sono emerse domande sugli aiuti umanitari e sulle condizioni delle case rimaste in piedi. Ma la vera questione è: cosa ne sarà di noi?
Nel frattempo, Jorge Almansa cerca di vendere ai vecchi clienti le poche merci che ha recuperato dalla sua bottega, al primo piano di un edificio distrutto. “Da una parte spero, e dall’altra no, perché qui nel Chocó si incasina sempre tutto, oppure le risorse finiscono nelle mani di chi sta più in alto. Se gli aiuti non arrivano, dovrò ricominciare da zero con le mie forze”, dice.
Dilon Martínez ha costruito un alloggio di fortuna nel cortile della sua casa distrutta per ripararsi dai temporali. Di giorno si riunisce con i suoi compagni del Comitato civico per elaborare il piano con il quale tenteranno di distribuire gli aiuti umanitari della società civile, perché non si fidano delle istituzioni locali.
Lizeth Mosquera aspetta che la vita della città torni alla normalità per ottenere il contratto come psicologa che stava per firmare prima del terremoto. Sul pendio della carrera 9, davanti a un cumulo di macerie dove sono morte quattro persone, un bambino prende la rincorsa con la sua bicicletta, tira indietro il manubrio fino a sollevarla solo sulla ruota posteriore. Cercando di non perdere l’equilibrio, si allontana giù per la strada fino a scomparire. ◆ gz
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Questo articolo è uscito sul numero 1683 di Internazionale, a pagina 52. Compra questo numero | Abbonati