Cultura Suoni
Everything in readiness
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Shovel Dance Collective (Dr)

Con il terzo album Everything in readiness gli Shovel Dance Collective confermano il loro approccio radicale al folk britannico. Il collettivo londinese, formato da nove musicisti schierati fieramente a sinistra, trasforma brani tradizionali in un vortice di distorsioni, rumori industriali e improvvise aperture melodiche. L’inizio è travolgente: una suite di oltre dieci minuti attraversa atmosfere ipnotiche, violini ed esplosioni di caos sonoro, evocando perfino i Velvet Underground. Il paragone con gli irlandesi Lankum è inevitabile, anche se il gruppo londinese segue una strada più sperimentale. Tra lo-fi, canti a cappella e inquietanti paesaggi ambient, il disco recupera la dimensione più oscura e politica della tradizione popolare inglese. Brani come Bold captain Avery rileggono antiche ballate alla luce delle contraddizioni del presente, smascherando miti di eroismo e potere. L’esperienza lascia storditi, quasi si fossero incassati troppi pugni. Everything in readiness non somiglia a nient’altro in circolazione, ma non sorprende che un gruppo di musicisti sperimentali – alcuni dei quali militano anche nei Caroline – abbia deciso di abbracciare la tradizione. La dimensione politica è lì, per chi vuole coglierla, ma il piacere di Everything in readiness risiede nelle sue sorprese sonore. Mentre la musica procede a scossoni, si fatica a starle dietro, segno che ci troviamo di fronte a qualcosa di veramente originale. Questo disco fa sembrare brani vecchi di secoli freneticamente vivi.
Alexis Petridis, The Guardian

Fine,
Jazz dreams
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Fine (dr)

Non è facile descrivere il momento ideale per ascoltare una determinata musica. Il secondo album della cantautrice danese è adatto a questa situazione: mentre si fa sesso prima della fine del mondo, aprendo un portale per un universo alternativo in cui il tempo si ripete e animali parlanti vanno in giro senza controllo. Fine Glindvad Jensen è una specie di fantasma. Appare e scompare sulla scena musicale quando meno te l’aspetti, è ubiqua e nascosta allo stesso tempo. È presente quanto basta per rendersi irresistibile agli ascoltatori. Ogni canzone è un quadro e nell’insieme i brani creano una collezione non lineare di manufatti confusi. In tal senso, possiamo considerare questo album un disco jazz: improvvisato, errante e rilassato. Sembra quasi un mix­tape oppure qualcosa che la cantante ha ascoltato in sogno e che poi ha cercato di ricostruire. Fine ha prodotto questo lavoro con un’accuratezza che emerge poco a poco, mentre chi ascolta viene trascinato nel suo mondo. C’è una magia misteriosa in questa musica, una sensazione di verità profonda. E Fine lo sa.
Miranda Wollen, Paste

Carlo Vistoli è uno dei contraltisti più esperti sul panorama internazionale e in questo disco, diretto da Emmanuelle Haïm, firma un lavoro prezioso. Il programma comprende una dozzina di arie e duetti tratti da oratori inglesi di Georg Friedrich Händel e scritti per castrati italiani: a volte dovevano fare i conti con la lingua originale e in qualche caso avevano un testo tradotto dallo stesso compositore per per dare più tranquillità agli interpreti. Sono arie tratte da sette oratori che coprono tutto il percorso del compositore in questo genere, dal 1732 (Esther) al 1751 (Belshazzar), passando per Athalia, Sansone o il Messia, e furono cantate da celebrità dell’epoca come Senesino, Guadagni, Carestini o dal meno noto Andreoni. Sotto la direzione di Haïm, Vistoli le presenta con sicurezza e versatilità, passando dal dramma alla tenerezza con un virtuosismo misurato e un’ornamentazione discreta. Il soprano Giulia Semenzato lo accompagna in un paio di duetti da Esther e Teodora e in un altro breve recitativo. Le loro voci si completano, arric­chendo un disco molto raccomandabile.
Mariano Acero Ruilópez, Scherzo

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1689 - 30 ottobre 2026
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