Il 14 ottobre l’Arabia Saudita ha messo a morte un uomo e una donna del Bangladesh, condannati per “atti immorali” che avrebbero commesso dentro una moschea della Mecca, e la reazione di Dhaka è stata molto cauta. A quanto pare il consolato bangladese a Jedda ha cercato di ottenere una conferma ufficiale delle esecuzioni, mentre il ministero degli esteri ha chiesto ulteriori dettagli, rassicurando Riyadh che le relazioni bilaterali non ne avrebbero risentito.

L’opinione pubblica in Bangladesh ha reagito con un’ondata di post sui social media carichi di rabbia e frustrazione. Le esecuzioni di Nazrul Islam Abdul Basir e Siti Akhtar (che stando alle famiglie si erano trasferiti in Arabia Saudita quattro anni fa per lavorare) hanno suscitato un’indignazione diffusa tra i bangladesi. Il presunto reato – un bacio in un luogo sacro – è considerato grave dalla legge saudita e la pena inflitta è irreversibile. Ma alcune domande fondamentali restano senza risposta. Cos’è successo di preciso? Gli imputati hanno potuto contare su un’assistenza legale adeguata? Sono stati messi a loro disposizione degli interpreti? Hanno potuto presentare ricorso? E dov’erano i diplomatici bangladesi durante il procedimento? Sono interrogativi che riguardano il rispetto delle garanzie processuali, sulle quali finora sono mancate quasi del tutto le risposte.

Una lezione

La sottosegretaria agli esteri del Bangladesh Shama Obaed Islam ha ammesso che né Dhaka né la sua rappresentanza diplomatica in Arabia Saudita erano state informate in anticipo della messa a morte dei due cittadini. Ha definito le esecuzioni “inaspettate” e ha parlato di una “grande lezione”. Ma una lezione per chi? I bangladesi che lavorano all’estero sono tenuti a rispettare le leggi dei paesi che li ospitano. Il loro governo, però, ha il dovere di tutelarne i diritti. Dhaka ha messo l’accento sul primo aspetto, fornendo pochi chiarimenti sul secondo.

Le condanne sarebbero state pronunciate in base al ta’zir, una categoria di pene previste dal diritto islamico che lascia un margine di discrezionalità al giudice. Questo rende particolarmente importanti gli interrogativi sulla proporzionalità delle pene e sulle motivazioni delle sentenze. L’importanza della Mecca dal punto di vista religioso è indiscutibile. Profanare la sacralità di una moschea è profondamente offensivo per i musulmani, compresi quelli bangladesi. Ma mettere in discussione una condanna a morte non significa attaccare l’islam.

La riluttanza di Dhaka ha un’evidente spiegazione economica: l’Arabia Saudita è il principale mercato del lavoro all’estero per i cittadini bangladesi, che nel 2025 vi si sono trasferiti in più di 752mila, pari a circa due terzi dei lavoratori emigrati. Si stima che 3,5 milioni di bangladesi lavorino nel regno saudita. Nell’anno fiscale 2025-2026 le rimesse inviate da lì hanno raggiunto i 5,85 miliardi di dollari, facendo del regno saudita la principale fonte di questo denaro per il Bangladesh.

I lavoratori bangladesi contribuiscono alla costruzione delle infrastrutture saudite, lavorano nelle imprese, guidano veicoli e svolgono lavori domestici. Riyadh beneficia del loro lavoro, Dhaka dei loro guadagni. È un rapporto di reciproca dipendenza, anche se il potere contrattuale delle due parti è squilibrato. Eppure la diplomazia bangladese continua a concentrarsi soprattutto sugli accordi per il reclutamento dei lavoratori, sulle quote d’ingresso e sull’ammontare delle rimesse. Spesso i lavoratori arrivano in Arabia Saudita gravati dai debiti contratti per ottenere l’impiego, senza conoscere l’arabo e senza potersi permettere un avvocato. Alcuni sono sfruttati o detenuti senza conoscere le possibilità di tutela legale a loro disposizione.

C’è poi un’altra contraddizione. Il Bangladesh sta valutando la possibilità di aderire al cosiddetto patto della Mecca, un accordo sulla sicurezza promosso dall’Arabia Saudita con Pakistan e Turchia. Ad agosto un altro sottosegretario agli esteri, Humaiun Kobir, si era espresso a favore dell’iniziativa. A settembre la sottosegretaria Shama aveva dichiarato che Dhaka ne stava esaminando le implicazioni, pur non avendo ancora ricevuto un invito formale. L’accordo mette in luce una singolare gerarchia di priorità. Prima di prendere in considerazione un accordo di difesa collettiva, Dhaka dovrebbe dimostrare di essere in grado di difendere gli interessi dei suoi cittadini. Le alleanze militari e le responsabilità consolari sono due questioni distinte, ma entrambe mettono alla prova gli impegni assunti da uno stato. La religione rende questa valutazione più complessa.

Il ruolo dell’Arabia Saudita come custode della Mecca e di Medina le conferisce un’enorme influenza religiosa. Ma le decisioni dei tribunali sauditi restano decisioni di uno stato. Possono essere esaminate alla luce dei princìpi del giusto processo, del diritto all’assistenza legale e della proporzionalità delle pene, senza per questo mettere in discussione l’islam o la sacralità dei suoi luoghi santi. Nemmeno chiedere che siano accertate eventuali responsabilità significa manifestare ostilità nei confronti dell’Arabia Saudita.

Scarsa protezione

I governi che si sono succeduti alla guida del Bangladesh hanno celebrato gli emigrati all’estero definendoli “guerrieri delle rimesse”. I loro guadagni sono contabilizzati con estrema precisione, mentre la loro protezione è più difficile da misurare. È una contraddizione ormai impossibile ignorare. Non è necessario che Dhaka provochi una crisi diplomatica. Deve però affermare con chiarezza che i rapporti di amicizia non impongono il silenzio quando i propri cittadini rischiano di essere uccisi. La questione va oltre la morte di due persone: riguarda il valore che Dhaka attribuisce alla cittadinanza anche al di fuori dei confini nazionali.

Un governo che sta valutando nuove alleanze militari dovrebbe prima dimostrare che le relazioni diplomatiche già esistenti garantiscono una tutela concreta ai suoi cittadini. Il Bangladesh sa esattamente quanto contribuiscono alla sua economia, in termini di denaro, i lavoratori all’estero. La domanda è quanto valgano le loro vite quando quel denaro non è più in gioco. ◆ gim

Faisal Mahmud è il direttore del giornale online bangladese Daily Waadaa.

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Questo articolo è uscito sul numero 1689 di Internazionale, a pagina 30. Compra questo numero | Abbonati