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L’omicidio di Alex Pretti e l’ossessione di Trump per il Minnesota

Proteste per la morte di Alex Pretti, ucciso da un agente dell’Ice, 24 gennaio 2026 (Alex Kormann, The Minnesota Star Tribune/Getty Images)

Da Minneapolis arrivano immagini e filmati sempre più sconcertanti. Il 24 gennaio un agente della polizia federale di frontiera ha ucciso Alex Jeffrey Pretti, un uomo di 37 anni che stava partecipando a una protesta contro le retate anti-immigrati ordinate dall’amministrazione Trump. Il Dipartimento per la sicurezza nazionale sostiene che Pretti fosse armato e che l’agente abbia sparato per difendersi, ma i video pubblicati online sembrano contraddire questa versione.

Viene da chiedersi perché Trump e il suo consigliere Stephen Miller abbiano scelto di accanirsi in modo particolare contro Minneapolis. Parliamo di una città che non è tra le prime degli Stati Uniti per numero di immigrati e che ha un peso politico decisamente inferiore rispetto alle roccaforti progressiste, come Los Angeles, New York e Chicago, che in questi mesi hanno apertamente sfidato il presidente ponendosi come modelli sociali e culturali alternativi.

Una parte della spiegazione riguarda aspetti politici immediati: Tim Walz, il governatore democratico dello stato, ha sfidato Trump come candidato alla vicepresidenza alle presidenziali del 2024; c’è stato il grande scandalo di frodi dei fondi pubblici, che ha coinvolto soprattutto l’ampia comunità somala di Minneapolis, ed è maturato durante l’amministrazione di Walz; c’è l’eredità dell’omicidio di George Floyd e delle proteste contro la polizia del 2020, una storia che insieme alla pandemia contribuì a complicare la parte finale del primo mandato di Trump; c’è il fatto che il Minnesota, a differenza dei quattro stati con cui confina (North Dakota, South Dakota, Iowa, Wisconsin), è solidamente democratico, visto che dal 1976 ha sempre votato per il candidato di quel partito alle presidenziali.

Altre ragioni sono meno immediate e richiamano dinamiche più profonde. L’ossessione di Trump per il Minnesota è cominciata prima dello scandalo sui servizi sociali, prima della morte di Floyd e anche prima che Walz diventasse governatore. Nel novembre 2016, pochi giorni prima delle elezioni che avrebbe vinto contro Clinton, tenne un discorso in cui, con tono allusivo, diceva: “Sapete tutti cosa sta succedendo in Minnesota. Siate politicamente corretti. Annuite e basta, annuite in silenzio”.

Trump si riferiva alle tensioni crescenti intorno alla comunità somala, il secondo gruppo di immigrati più popoloso dello stato dopo i messicani (le persone di origine somala sono circa ottantamila). Dal 2008 alcuni giovani provenienti da Minneapolis erano stati reclutati da Al Shabab (la cellula somala di Al Qaeda) e poi anche dallo Stato islamico. Era un fenomeno minoritario ma sufficiente a incrinare l’immagine del Minnesota come terra di accoglienza.

Orgoglio e crepe

Per decenni lo stato aveva fatto dell’ospitalità un motivo d’orgoglio: prima con i sopravvissuti dell’Olocausto e poi, dalla fine degli anni settanta, quando arrivarono migliaia di profughi vietnamiti e hmong. Charles Homans, giornalista cresciuto in Minnesota, ha spiegato che “la disponibilità ad accogliere era parte di un’identità civica molto radicata, fatta di organizzazioni comunitarie, carità religiosa, welfare generoso in stile nordeuropeo”. Ma con gli episodi di radicalizzazione aumentarono i malumori. Un sondaggio del 2014 mostrava che, pur restando in generale favorevoli all’immigrazione, meno della metà dei residenti dello stato sosteneva l’arrivo di somali.

Negli anni successivi il “modello Minnesota” ha retto – rispetto alla media statunitense, lo stato ha un’istruzione e una sanità migliori, un’aspettativa di vita più alta e servizi sociali più solidi, grazie anche a tasse più alte – ma le crepe sono diventate più visibili, fino all’esplosione della crisi del 2020. “Al di là degli impegni retorici”, spiega Homans, “lo stato presenta alcune delle disparità razziali più gravi del paese in una vasta gamma di parametri, dalla disoccupazione alla proprietà immobiliare, dalla detenzione al livello di istruzione”.

In questo clima Trump ha avuto gioco facile nel sottolineare l’ipocrisia dei democratici e ha elaborato una risposta che poi sarebbe diventata il nucleo del programma politico del suo secondo mandato: l’idea che la nazione americana, intesa come comunità fondata su principi condivisi e non su origini, sia una costruzione ingannevole dei liberali. La storia del Minnesota dimostrava in realtà che le comunità prosperano se sono omogenee, cioè se escludono alcuni gruppi di persone: bisogna quindi presidiare i confini, anche con la forza, e restringere il perimetro di chi può definirsi “americano”.

Di fronte a quest’offensiva, che è culturale più che politica, Walz risponde rivendicando la storia del Minnesota come “un’isola di decenza, giustizia, comunità e pace” e denunciando l’aggressione del governo federale, ma il messaggio non arriva a tutti gli abitanti dello stato nello stesso modo. Come in altre parti del paese, anche lì è cresciuta la frattura tra città a maggioranza democratica e zone rurali sempre più conservatrici, dove i fatti delle ultime settimane vengono letti in modo diverso.

Per molti abitanti dei piccoli centri, Minneapolis è “un altro mondo” rispetto alla loro realtà: caotico, violento, fuori controllo; l’episodio che ha scatenato le proteste, l’uccisione di Renee Nicole Good da parte di un agente dell’Ice, è il risultato della scelta della donna di non rispettare l’autorità; e il giro di vite di Trump serve a imporre quell’ordine che i democratici dello stato non riescono a garantire.

Questo testo è tratto dalla newsletter Americana.

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