Ogni mattina alle dieci Stephen Miller conduce le sue riunioni in videoconferenza come un generale in tempo di guerra, più che come un consigliere del governo. La sua voce è quella dominante: interpreta il ruolo del despota, dell’inquisitore, del bullo. Non accetta scuse, non tollera dissensi. Come vicecapo di gabinetto per le politiche della Casa Bianca, segue con spietata determinazione la linea del presidente Donald Trump, soprattutto quando si tratta di espellere gli immigrati. Il consenso non gli interessa.

Miller pretende aggiornamenti sui progressi del piano di espulsioni e impartisce ordini a una serie di agenzie federali: dall’Fbi all’Immigration and customs enforcement (Ice), dal dipartimento della salute a quello della difesa. Un funzionario di primo piano che ha partecipato alle riunioni dice che l’intensità e l’urgenza di Miller sconfinano spesso nella vessazione: “Spinge tutti fino al limite perché sa che il tempo stringe. Prende il telefono e urla contro tutti. La sua ira non risparmia nessuno”.

Nel maggio 2025 Miller ha comunicato ai vertici dell’Ice che voleva tremila immigrati arrestati al giorno, quasi dieci volte il dato registrato nel 2024. Pretende aggiornamenti quotidiani anche sul programma di assunzioni dell’agenzia (l’amministrazione ha promesso di schierare diecimila nuovi agenti entro la fine di gennaio, raddoppiando l’organico). E si aspetta relazioni costanti sulla capacità dei centri di detenzione, sui voli di rimpatrio e sugli attraversamenti al confine. Non esita a umiliare pubblicamente i funzionari che secondo lui non raggiungono gli obiettivi o fanno resistenza. “Se c’è un problema e tu ne sei responsabile, devi risolverlo in fretta”, ci ha detto una persona che partecipa abitualmente alle riunioni. “Non è il contesto in cui puoi permetterti di dire: ‘Ti faccio sapere’”.

Nella cerchia dei collaboratori di Trump, e perfino da lui, Miller è considerato un dogmatico, con idee a volte troppo estreme per essere esposte. “Mi piacerebbe che venisse qui a spiegare cosa pensa davvero, magari non proprio tutto quello che pensa”, ha detto scherzando Trump durante un incontro nello studio ovale a ottobre. Nonostante questo, Miller non è mai stato così influente: è l’incarnazione degli istinti più radicali del presidente.

Miller sta cercando di trasformare le divisioni politiche del paese in un conflitto esistenziale, una battaglia tra “forze della depravazione e del male” e un popolo nobile e virtuoso, composto soprattutto da cittadini bianchi, il cui retaggio risalirebbe “ad Atene, a Roma, a Filadelfia, a Monticello”. Accusa di “insurrezione nei tribunali” i giudici federali che si pronunciano contro i provvedimenti di Trump, definisce il Partito democratico un’“organizzazione di estremisti interni” e, a proposito dei programmi d’immigrazione regolare, parla di “somalizzazione dell’America”. Ha dichiarato la fine dell’ordine internazionale stabilito nel dopoguerra, fatto di “cordialità diplomatica”, in favore di un mondo che disprezza i deboli, “governato dalla forza, dal potere”, come ha detto a inizio gennaio commentando le operazioni militari statunitensi in Venezuela.

Insieme al segretario di stato Marco Rubio, Miller ha avuto un ruolo chiave nella decisione di Trump di catturare il presidente venezuelano Nicolás Maduro. “Siamo una superpotenza, e con Trump ci comporteremo come tale”, ha detto in un’intervista alla Cnn, illustrando una visione del mondo che partiva dalla paura dell’immigrazione e si allargava fino a includere la sicurezza nazionale e il rispetto dello stato di diritto. Con lo stesso spirito darwiniano, Miller ha detto che l’esercito statunitense potrebbe prendere il controllo della Groenlandia senza colpo ferire, riecheggiando un post sui social della moglie, Katie Miller, pubblicato due giorni prima: una mappa dell’isola con una bandiera statunitense sovrapposta e una sola parola, soon, “presto”. Intanto i leader della Nato continuano a ripetere con una certa apprensione che la Groenlandia fa parte della Danimarca.

Agenti federali si scontrano con un manifestante a Minneapolis, il 13 gennaio 2026 (David Guttenfelder, The New York Times/Contrasto)

Ordine di attacco

Gli incarichi ufficiali di Miller – è anche consigliere del presidente per la sicurezza nazionale – non rendono l’idea del suo raggio d’azione. Steve Bannon, ex consigliere di Trump e alleato di Miller, lo definisce il “primo ministro” del presidente. Mette mano a quasi ogni dossier che gli sta a cuore: sicurezza nazionale, politica estera, commercio, operazioni militari e ordine pubblico. Può passare un giorno a sfornare ordini esecutivi, quello successivo organizza una riunione sui prezzi della carne, e la settimana dopo si mette in viaggio per tenere un discorso infuocato: immaginate Trump nella sua versione più cupa e furiosa, ma senza la vena di umorismo.

Subito dopo l’insediamento, nel gennaio 2025, Miller ha invocato l’Alien enemies act, una legge del 1798, per equiparare gli immigrati a invasori stranieri, ha spinto il congresso a stanziare 150 miliardi di dollari in nuovi fondi per la sicurezza interna e ha guidato l’offensiva contro le università d’élite come Harvard e la Columbia. Alla fine dello scorso anno ha aiutato a preparare gli attacchi di Trump contro le imbarcazioni di presunti trafficanti nel mar dei Caraibi e nell’oceano Pacifico orientale, aprendo la strada per l’operazione militare contro Maduro.

Il potere di Miller è diventato evidente durante il cosiddetto Signalgate, lo scandalo scoppiato dopo che Jeffrey Goldberg, direttore dell’Atlantic, era stato inserito per errore in una chat in cui si discuteva di una campagna di bombardamenti in Yemen. Lì è stato Miller – non il consigliere per la sicurezza nazionale, non il capo del Pentagono e nemmeno il vicepresidente – a chiudere la discussione e a ordinare di procedere con gli attacchi. Trump ha detto che Miller è “in cima alla piramide”.

“Supervisiona ogni dossier dell’amministrazione”, ci spiega Karoline Leavitt, la portavoce della Casa Bianca. “Ho perso il conto delle volte in cui, discutendo una questione nello studio ovale, Trump si interrompe e chiede: ‘Dov’è Stephen? Ditegli di risolvere la faccenda’”.

Si comporta come un acceleratore degli impulsi più incendiari del presidente

Quelli che lo contestano vedono in lui la personificazione compiaciuta e beffarda di tutto ciò che considerano pericoloso e autoritario nell’amministrazione Trump. Lo hanno chiamato nazista, neonazista, suprematista bianco, kapò e perfino Lord Voldemort. Manifesti con il suo volto – labbra serrate, fronte aggrottata – sono comparsi in tutta la capitale con le scritte “creep” (viscido) e “fascism ain’t pretty” (il fascismo non è carino). Perfino lo zio lo ha ripudiato pubblicamente, scrivendo che se le sue politiche fossero state applicate un secolo fa la loro famiglia, fuggita dalle persecuzioni contro gli ebrei in Europa, “sarebbe stata spazzata via”.

Se Miller ha interiorizzato una parte di quelle critiche, non lo ha mai dato a vedere, nemmeno con amici o colleghi. Si comporta come un acceleratore degli impulsi più incendiari del presidente, influenzando la vita degli statunitensi quasi in ogni ambito. Non è mai sembrato interessato a moderare le sue posizioni, né capace di farlo, nemmeno per strategia. E ha dimostrato di non avere paura a usare il potere dello stato contro chiunque provi a ostacolarlo, perfino contro i suoi vicini di casa progressisti, accusati di aver minacciato la sua famiglia.

Durante il primo mandato di Trump, Miller ha spinto per separare le famiglie al confine meridionale, una misura fino a quel momento considerata troppo estrema per essere attuata. Quando la sua linea prevalse, la reazione fu così forte che la moglie e la figlia maggiore del presidente chiesero di sospenderla. Le separazioni finirono per diventare il simbolo della politica migratoria di Trump, impedendogli di fare campagna elettorale su quel tema nel 2020. Ora i sondaggi indicano che sta perdendo consensi per via del giro di vite sull’immigrazione, soprattutto tra gli elettori di origine latinoamericana che lo hanno aiutato a vincere nel 2024.

Miller però non arretra di un passo. Continua a spingere non solo per la deportazione degli immigrati senza documenti ma anche per restringere o chiudere del tutto le vie a chi entra in modo legale, soprattutto se proviene da paesi poveri, non a maggioranza bianca e non cristiani. Per molti statunitensi le sue posizioni sono razziste e xenofobe. Persone che lavorano con lui da anni sostengono però di non averlo mai sentito pronunciare frasi razziste, nemmeno in privato. La sua devozione, insistono, non è al suprematismo bianco in quanto tale, ma alla tesi politica e intellettuale che porta avanti da prima ancora di arrivare a Washington. Miller vuole fermare e invertire il boom migratorio che caratterizza l’America dagli anni sessanta, e insegue questo obiettivo con un fervore che lo ha reso il portavoce ufficiale delle politiche restrittive di Trump in materia.

Preparando la campagna elettorale del 2024, Miller si è ritrovato a discutere in modo acceso di immigrazione con un consigliere moderato di Trump. A un certo punto, esasperato, Trump li ha interrotti: “Stephen, se fosse per te, tutti sarebbero la tua copia”, ha raccontato una persona che ha assistito allo scambio. “Esattamente”, ha risposto Miller, per poi tornare a discutere come se nulla fosse.

Il potere di Miller è un retaggio della guerra al terrorismo lanciata dal presidente George W. Bush. Poche settimane dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, Bush creò il consiglio per la sicurezza nazionale per coordinare la risposta del governo alle nuove minacce dall’estero. Venticinque anni dopo Miller applica la logica dell’emergenza nazionale a un nuovo obiettivo, trasformando il consiglio in una sorta di sala operativa permanente per monitorare e rafforzare il piano per espellere un milione di persone all’anno.

Gru al lavoro

Dopo l’omicidio dell’attivista e influencer di destra Charlie Kirk, vicino a molti alla Casa Bianca, Miller compreso, Trump è diventato ancora più furioso e intransigente. Jeff Flake, ex senatore repubblicano dell’Arizona andato in pensione durante il primo mandato di Trump, dice di aver notato un cambiamento netto. “Prima era più sottile, più sfumato, ora è tutto alla luce del sole. Vuole più immigrazione dai paesi del nord del mondo e molta meno dai paesi del sud. È una rottura chiara con il passato”, osserva Flake, che da senatore aveva tentato senza successo di far approvare una riforma dei visti sostenuta da entrambi i partiti. Flake non nasconde che il sistema migratorio statunitense abbia molti problemi, ma è convinto che l’obiettivo di Trump e Miller sia “cambiare la natura di ciò che siamo come paese”.

La più grande abilità di Miller è trasformare i capricci e gli sfoghi del presidente in politiche di governo. La portavoce Leavitt racconta che un giorno Trump si stava lamentando degli accampamenti di senzatetto vicino al dipartimento di stato. A un certo punto si è voltato verso Miller e gli ha detto: “Pensaci tu”. “Sei ore dopo ho aperto Twitter e si vedevano già le gru al lavoro per sgomberarli”.

Anche se Miller si considera solo un suo fedele servitore, le posizioni di Trump sembrano aver subìto la sua influenza: in passato parlava con favore di alcuni gruppi di immigrati che gli erano simpatici, come quelli arrivati nel paese da bambini e che si erano integrati nella società, o i dipendenti dei suoi resort. Ma ultimamente non contempla neanche piccole aperture. “Stiamo passando da ‘prima l’America’ a ‘solo gli americani’”, dice David Lapan, colonnello dei marines in pensione ed ex collaboratore di John Kelly, segretario alla sicurezza nazionale nella prima amministrazione Trump.

Il Miller combattivo e sempre pronto alla rissa che si vede in tv non è un personaggio, racconta chi lo conosce. È così anche in privato, con sprazzi di umorismo impassibile. In molti dicono di apprezzare il suo dogmatismo, e il motivo può sorprendere: si sa sempre da che parte sta e cosa ci si può aspettare da lui. “Il modo più pigro e falso per attaccarlo è affibbiargli questi epiteti disgustosi”, dice il direttore della comunicazione della Casa Bianca, Steven Cheung, rispondendo a chi accusa Miller di essere un nazista. “Basta andare un po’ più a fondo e si scopre che non è affatto come lo descrivono i mezzi d’informazione. In realtà è una persona gentile e cordiale, che tiene a questo paese e vuole fare un buon lavoro”.

In un video del 2003 riemerso di recente, si vede un Miller diciassettenne – basette pronunciate e riccioli castani – seduto in fondo a uno scuolabus che parla della guerra in Iraq. Suggerisce con aria sorniona che la “soluzione ideale” per “Saddam Hussein e i suoi scagnozzi” sarebbe “tagliargli le dita”. Spiega che, in una società non barbara, la punizione appropriata è la tortura (in una società barbara, lascia intendere, sarebbe la morte). “La tortura è una celebrazione della vita e della dignità umana”, dice, incapace di trattenere la soddisfazione mentre strappa risatine ai compagni: la bocca gli si allarga in un sorriso a 36 denti, poi scoppia a ridere, riprende fiato e continua.

Questo è Miller il provocatore, quello che confida agli amici di divertirsi ad appiccare l’incendio e poi gettarci sopra la benzina. Ma dopo più di vent’anni passati a fare il bastian contrario, quella che era una maschera è diventata il suo vero volto. “Ha il gusto della teatralità, e lo si vede bene da come si comporta in tv”, dice Bannon. “Interpreta il personaggio alla perfezione, sapendo che farà saltare i nervi ai progressisti”.

Accendere le folle

Dopo essersi laureato all’università di Duke nel 2007, Miller entrò nello staff di Michele Bachmann, appena eletta deputata per il Minnesota. Insieme a Sergio Gor, oggi ambasciatore di Trump in India, contribuì a dare slancio alle ambizioni di Bachmann, allora astro nascente della destra e portavoce di un’ideologia che, anche se marginale, anticipava la nascita del movimento Make America great again. Quando nel 2012 Bachmann si ritirò dalla corsa presidenziale, Miller era già passato con Jeff Sessions, senatore dell’Alabama che condivideva la sua ossessione per l’immigrazione, e con Bannon, che aveva costruito l’impalcatura teorica a quella visione populista e nazionalista.

Come suo braccio destro, Miller aiutò Sessions a far deragliare un disegno di legge sull’immigrazione sostenuto da entrambi i partiti. I repubblicani avevano perso di nuovo le presidenziali nel 2012 e nel partito si faceva strada l’idea di recuperare consensi adottando posizioni più morbide e inclusive, anche grazie a una riforma che aveva l’appoggio del mondo economico e tecnologico, gruppi di interesse e grandi donatori. Ma Miller non si era fatto intimidire: fermava i giornalisti nei corridoi del congresso per perorare la sua linea, e poi li richiamava a casa la sera per parlare (per ore, se glielo permettevano) dei dettagli più tecnici del provvedimento e del perché, secondo lui, avrebbe danneggiato i lavoratori americani. Il testo finì per arenarsi alla camera, dove non arrivò mai al voto.

La fedeltà assoluta di Miller al capo si è vista anche durante i fatti del 6 gennaio 2021

Lavorando fianco a fianco con Bannon, Miller trasformò Breitbart News nel braccio comunicativo della sua campagna contro gli immigrati. Consapevoli che dati e statistiche – per quanto discutibili – potevano dare alla loro causa una patina di legittimità, i due portarono alla ribalta gruppi anti-immigrazione poco noti, come il Center for immigration studies e NumbersUsa, usandoli come fonti di riferimento. “Più il titolo era scandaloso, meglio era”, dice Bannon.

Nel 2016, quando Miller entrò nell’organizzazione della campagna di Trump – che per prima cosa aveva accusato il Messico di mandare “stupratori” e criminali oltre confine – la sua reputazione era consolidata. Soprattutto, Miller aveva imparato bene a tradurre l’istinto di Trump in proposte politiche concrete. Con la sua faccia ancora da ragazzino, era passato in un attimo dai posti in fondo all’aereo a quelli davanti, riservati ai collaboratori più stretti. Nel marzo 2016 Miller aveva già cominciato ad aprire i comizi di Trump, accendendo le platee con discorsi contro gli immigrati e contro l’establishment che a volte rischiavano di mettere in ombra il vero candidato. “Era talmente esagerato da sembrare fuori di testa”, ha raccontato Bannon. “Ma ovviamente la base Maga lo adorava”.

Durante il primo mandato di Trump, imparò subito a sfruttare ogni leva a sua disposizione, anche quelle più nascoste nei meandri della burocrazia. Si interessò in particolare all’ufficio dello staff secretary, un gruppo di lavoro poco conosciuto ma potentissimo che esamina ogni promemoria, discorso o proposta prima che arrivi al presidente. Pur non essendo un avvocato, Miller puntò su interpretazioni creative e molto estensive delle leggi per portare avanti il programma presidenziale. Nei primi giorni della pandemia di covid, per esempio, convinse l’amministrazione a invocare una legge del 1944 sulle emergenze sanitarie per chiudere il confine e deportare rapidamente le persone verso il Messico o il loro paese d’origine. In una Casa Bianca piena di dilettanti, sfruttava la sua conoscenza profonda delle questioni di governo. E convinse Trump e altri a sposare posizioni ancora più estreme sull’immigrazione, sostenendo che perfino concedere permessi di soggiorno permanenti a studenti stranieri promettenti fosse un problema.

A un certo punto Miller prese le distanze da Sessions, il suo mentore. È successo quando lui, che era ministro della giustizia, decise di farsi da parte nell’indagine sulle interferenze russe nelle elezioni del 2016, facendo infuriare il presidente. Miller era furibondo per quello che considerava un tradimento imperdonabile nei confronti di Trump.

Agenti federali interrogano un immigrato ecuadoriano in un tribunale di New York, il 25 settembre 2025. Molte persone sono state arrestate dagli agenti dell’Ice dopo le udienze per le richieste d’asilo (Stephanie Keith, Getty)

La fedeltà assoluta di Miller al capo si è vista anche alla fine del primo mandato di Trump. Il 6 gennaio 2021 sua moglie, che era stata la responsabile della comunicazione di Mike Pence, era in congedo di maternità ma formalmente ancora alle dipendenze di Pence. Quando quella mattina Trump l’ha chiamato per discutere l’aggiunta di alcune frasi contro Pence nel discorso che avrebbe pronunciato nel pomeriggio, Miller, da bravo soldato, ha fatto esattamente ciò che gli era stato chiesto. Poche ore dopo i sostenitori di Trump assaltarono il congresso, chiedendo che il vicepresidente fosse impiccato per tradimento.

Battaglia personale

Una calda mattina del settembre 2025, il nemico è arrivato alla porta di casa Miller. Barbara Wien, una docente di studi di genere in pensione che da tempo protestava contro la presenza della famiglia Miller ad Arlington, in Virginia, si è avvicinata a Katie, che era sul portico, ha portato l’indice e il medio agli occhi e poi li ha rivolti verso la donna. Il consigliere di Trump ha interpretato quel gesto come un incitamento alla violenza. Toccava a lui punire quell’oltraggio. I Miller si sentivano già sotto assedio: avevano ricevuto intimidazioni e temevano di essere sorvegliati da gruppi organizzati. Qualche settimana prima un uomo del Rhode Island era stato denunciato per aver minacciato pubblicamente di uccidere Miller e altri funzionari. Un esponente delle forze dell’ordine racconta che Katie Miller era stata fotografata di nascosto vicino a casa, mentre andava in palestra e almeno una volta mentre passeggiava con i figli, segno di un’azione “coordinata” e “ostile” volta quantomeno a spaventarli. Erano anche stati affissi dei volantini nei parchi dove giocavano i figli di Miller, con l’indirizzo di casa e l’accusa di essere una famiglia di nazisti.

Ma loro non si sarebbero fatti intimidire da un’attivista di 66 anni. “Non vivremo nella paura”, ha detto Miller giorni dopo durante un intervento a Fox News. Stava rispondendo a una domanda sull’assassinio di Kirk, ma chi conosceva la vita privata dei Miller sapeva che si riferiva soprattutto a Wien. “Vivrete in esilio”, ha continuato, “perché il potere delle forze dell’ordine, sotto la guida del presidente, verrà usato per trovarvi, per togliervi i soldi, per togliervi il potere e, se avete violato la legge, per togliervi anche la libertà”.

Miller ha preparato una serie di ordini esecutivi, poi firmati da Trump, che invitavano le forze dell’ordine federali a concentrare gli sforzi antiterrorismo su persone che professavano idee “antifasciste”, come “estremismo su migrazione, razza e genere” e “ostilità verso chi sostiene le idee americane tradizionali sulla famiglia, la religione e la morale”.

In autunno Miller ha detto che nel paese c’è uno scontro tra il “potere legittimo dello stato” e quella che ha definito la “violenza di strada” della sinistra. Una categoria apparentemente molto ampia: ha accusato di “incitare alla violenza” i politici democratici che avevano definito lui o Trump “autoritari” (sorvolando sul fatto che lui per primo aveva ripetutamente definito “fascista” l’amministrazione Biden); ha inserito il _doxxing _(la pratica che consiste nel cercare e diffondere pubblicamente online informazioni personali su una persona) – di cui è stata vittima la sua famiglia – nel continuum che porta alla violenza (chiudendo un occhio sul fatto che JD Vance aveva invitato a denunciare chi esultava per l’omicidio di Kirk, anche sul posto di lavoro).

Mentre affrontava la sua battaglia pubblica, Miller ne combatteva anche una privata. Dopo l’episodio di Wien, lui e la moglie hanno deciso che la loro casa – una villa da tre milioni di dollari, nel nord della Virginia – non era più un posto sicuro. E così hanno cominciato a cercare una sistemazione in una base militare, spiegando ad amici e alleati nell’amministrazione che era in gioco la loro sicurezza.

Ma i poteri legittimi dello stato si sono ripetutamente rifiutati di assecondare il tentativo dei Miller di trasformare la loro vicenda personale nel catalizzatore della stretta repressiva. Secondo una persona informata sui fatti, l’Fbi inizialmente ha esitato a prendere in mano l’indagine su Wien, costringendo i Miller a chiederne esplicitamente l’intervento. Inoltre una procuratrice statale della Virginia ha espresso dubbi sul mandato di perquisizione contro la donna e un giudice federale si è rifiutato di concederlo. Quando l’indagine su Wien ha cominciato ad arenarsi, Jim Jordan, alleato di Miller e presidente della commissione giustizia della camera, ha annunciato l’apertura di un’inchiesta sulla procuratrice della Virginia. “È fantastico”, ha commentato Katie Miller sui social media. “Grazie”.

Pochi giorni dopo la procuratrice ha annunciato che non avrebbe collaborato con l’inchiesta di Jordan: l’indagine era ancora in corso e il congresso non aveva autorità per intervenire in un caso di competenza statale. A quanto pare, ci sono ancora poteri dello stato che Miller non controlla. ◆ fas

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Questo articolo è uscito sul numero 1649 di Internazionale, a pagina 38. Compra questo numero | Abbonati