I muri di Corvetto parlano. Sulle facciate arancioni rattoppate con il cemento di questa periferia milanese i graffiti parlano di antifascismo a lettere maiuscole, di Palestina e giustizia. Ma soprattutto urlano il nome di un morto, “Ramy”, spesso accompagnato da cuori disegnati con il movimento irregolare delle bombolette spray rosse o rosa. Allo stesso tempo i giochi olimpici evocano una realtà parallela: i dibattiti sulla sicurezza legati all’evento hanno fornito l’occasione per una nuova ondata di stigmatizzazione dei quartieri periferici.
A più di un anno di distanza, la ferita resta aperta. Si è anzi aggravata dal 24 novembre 2024, il giorno della morte di Ramy Elgaml, diciannovenne di origine egiziana, durante un inseguimento con i carabinieri terminato quando il veicolo delle forze dell’ordine ha urtato lo scooter su cui viaggiava la vittima. L’amico che guidava il motorino aveva ignorato l’ordine degli agenti di fermarsi. Elgaml è morto sul colpo.
La sua compagna, Nada Samih, nata come lui nel 2005, ora percorre le strade della sua vita di prima, in un quartiere dove le comunità marocchina ed egiziana sono molto presenti. Indica l’ingresso di una palazzina dove gli omaggi scritti in memoria del defunto sono più numerosi che altrove. “È qui che abita Ramy”, dice. Parla sempre di lui al presente. “Nei nostri quartieri le forze dell’ordine sono percepite come aggressive, decise a occupare lo spazio e a mostrare la forza. Molte persone, non solo gli spacciatori della zona, si sentono prese di mira solo perché vivono qui”, denuncia Samih, nata in Italia da genitori marocchini, cresciuta prima con la madre e poi in una casa famiglia.
Il nuovo demone
Musulmano, arabo, con precedenti penali, residente in una periferia povera – dove la microcriminalità è più visibile della mafia che affligge una parte dell’economia italiana – Elgaml incarnava l’archetipo di un nuovo demone creato da una parte della classe politica e dei mezzi d’informazione. Sempre pronto a uscire dall’ombra per aggredire, piombando dalle periferie nei centri urbani.
Lo chiamano “maranza”, un termine dialettale ripreso di recente in chiave positiva nell’ambiente del rap, ma ormai carico di connotazioni razziste. Alcuni mezzi d’informazione ne hanno tracciato un identikit, descrivendo le sue scarpe da ginnastica, la sua borsa a tracolla, l’italiano creativo e un linguaggio del corpo giudicato invadente. Talvolta viene associato all’islamismo e si accusa la sinistra di proteggerlo o addirittura di corteggiarlo.
Nada Samih non è rimasta sorpresa quando ha saputo delle rivelazioni pubblicate il 15 febbraio dal quotidiano Domani sugli scambi di messaggi tra i carabinieri coinvolti nell’inseguimento mortale. Le rare espressioni di empatia da parte di un agente sono oscurate dai messaggi razzisti, dai riferimenti al fascismo e dal forte desiderio di violenza contro le persone. L’inchiesta ha dimostrato che gli agenti hanno intimidito i testimoni e fornito testimonianze false.
Paura del multiculturalismo
Pochi giorni prima della pubblicazione dell’articolo, alla vigilia dei giochi olimpici di Milano Cortina, alcuni componenti del governo avevano espresso la loro vicinanza a un agente di polizia che aveva ucciso uno spacciatore marocchino in una distesa incolta non lontana da Corvetto. Il 23 febbraio si è scoperto che il poliziotto non ha sparato per legittima difesa e che ha alterato la scena del crimine. L’ipotesi è che fosse solo l’ultima manifestazione dell’ordine violento che l’agente, ora arrestato e allontanato dalla polizia, avrebbe imposto su quella piazza di spaccio, tra aggressioni a colpi di martello ed estorsioni.
“Al di là della microcriminalità, l’immaginario del maranza racconta un paese che si scopre multiculturale e questo ad alcuni fa paura, dato che i ragazzi di origine araba sono sempre più visibili nel mondo dello spettacolo, in particolare grazie al successo dei nuovi rapper”, spiega Gabriel Seroussi, giornalista specializzato in questo genere musicale in piena trasformazione nelle periferie dell’Italia settentrionale e autore del saggio _La periferia vi guarda con odio. Come nasce la fobia dei maranza _(Agenzia X 2025). “Prima c’erano i terroni, ora c’è il maranza. È un nuovo capro espiatorio”.
Il termine è onnipresente nei titoli dei giornali del settentrione. È usato anche da quei meridionali che hanno individuato una figura che si colloca più a sud di loro: un noto ristoratore di Palermo ha esposto un cartello “antimaranza” con un ritratto robot di questo nuovo nemico sociale all’interno di un cerchio rosso barrato.
“La povertà, culturale ed economica, sta crescendo. È da lì che nasce l’odio”
L’impennata nell’uso del termine, che ha raggiunto il picco durante le Olimpiadi, corrisponde a un’offensiva politica e mediatica incentrata sulla sicurezza portata avanti in Italia da Giorgia Meloni, la presidente del consiglio di estrema destra. Se le Olimpiadi di Parigi avevano fatto emergere, attraverso atleti di cui l’Italia è orgogliosa perfino nel centrodestra, una narrazione positiva di giovani rappresentanti delle comunità italiane provenienti dal sud del mondo, con la successiva edizione invernale dei giochi è sembrato tutto un ricordo del passato.
“L’insicurezza è una questione di percezione. Il fattore chiave non è tanto il suo aumento, quanto il fatto che sia attribuibile a certi profili di seconda generazione legati a un’immigrazione musulmana relativamente recente”, spiega Lorenzo Castellani, politologo dell’università Luiss, di orientamento conservatore e studioso di quell’area politica. Sono nati anche progetti di milizie antimaranza. Alcuni sono stati subito bloccati dalle autorità.
A Milano, considerata la capitale economica del paese dove sempre più voci denunciano l’emergere di una città per ricchi, le tensioni sociali aumentano e le periferie mostrano segni di politicizzazione. “Il movimento di solidarietà con la Palestina ha catalizzato iniziative della sinistra, alimentate dalla rabbia di una nuova generazione di origine araba. Una rabbia che stava già montando dopo la morte di Ramy. La coscienza politica sta crescendo”, afferma Imane Ariman Scriba, 29 anni, italo-marocchina, fondatrice della rivista MUN, produttrice musicale e attivista contro le discriminazioni. Un’osservazione confermata, seppur con meno entusiasmo, da una fonte di alto profilo nella polizia milanese.
A due passi da un grande murale dipinto in omaggio a Ramy Elgaml, nel centro di Corvetto, c’è la sede di Sant’Egidio. “Assistiamo al radicarsi di uno stigma”, osserva Stefano Pasta, che dirige la sede locale, dove sono appese le fotografie piene di sorrisi scattate durante uscite estive in piscina e con disegni sul tema della pace e della convivenza con i più fragili.
“La delinquenza esiste, i coltelli sono diventati un’abitudine. Ma è sempre esistita. Gli spacciatori del nostro quartiere sono la manovalanza di un sistema criminale molto più vasto. La povertà, economica e culturale, invece, sta crescendo. È da lì che nasce l’odio”, afferma Pasta, mentre prepara delle pietanze per l’iftar, pasto serale con cui i musulmani interrompono il digiuno quotidiano durante il Ramadan. La serata è aperta a tutti gli abitanti di Corvetto, musulmani e non.
“In un quartiere dove la droga è ovunque, i giovani sono in trappola. Cadono nella violenza e nell’illegalità. Sono pochi quelli che ce la fanno a uscirne”, si rammarica Moncef Housni, 19 anni, studente, che abita a Corvetto. “La violenza aumenta e l’uso del termine maranza nei mezzi d’informazione e da parte dei politici rischia di bloccare i giovani dentro questa identità”. Il parlamento italiano deve esaminare un nuovo decreto sicurezza del governo che contiene misure contro la microcriminalità, definite “antimaranza”.
Nemmeno chi ha avuto successo sfugge a questo clima. Ne è stato vittima il rapper Ghali, milanese di origine tunisina. Invitato a partecipare alla cerimonia di apertura dei giochi di Milano Cortina, il 6 febbraio, avrebbe dovuto cantare una poesia pacifista in più lingue. Gli è stato vietato di usare l’arabo. Paolo Petrecca, direttore di Rai Sport, che ha collezionato diverse gaffe presentando la cerimonia di apertura, non l’ha nemmeno nominato quando Ghali è salito sul palco. Petrecca si è dimesso dopo le polemiche. Quella sera, sui social media, l’artista privato del suo nome davanti a tutto il suo paese, ha svelato il suo nuovo brano intitolato Basta, cantando un verso che mescola le due lingue autorizzate: “Free tutti i maranza”. ◆ gim
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Questo articolo è uscito sul numero 1655 di Internazionale, a pagina 43. Compra questo numero | Abbonati