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La torta di Saddam Hussein

Una scena del film La torta del presidente (TPC FILM) (TPC FILM)

Quando Saddam Hussein governava da dittatore in Iraq, il suo compleanno era una festa nazionale, o meglio era una festa che tutti erano obbligati a celebrare. La torta del presidente, film del regista iracheno Hasan Hadi, in uscita in questi giorni nei cinema italiani, racconta quel rituale dal punto di vista di una bambina.

Lamia ha nove anni e vive con la nonna nelle paludi del sud. Siamo nei primi anni novanta. La sua scuola è già impregnata del culto per Hussein – un murale del leader campeggia all’ingresso, e ogni mattina nel cortile si recita un giuramento in cui tutti promettono di sacrificargli anima e corpo – ma per il compleanno lo sarà ancora di più: è previsto un banchetto vero e proprio, di cui si occuperanno alcuni alunni estratti a sorte. Chi dovrà pulire la scuola, chi dovrà portare frutta fresca, chi il succo, e soprattutto chi preparerà il dolce. “Una torta bella grande, con uno strato di crema. È da molto che aspetto di mangiare una torta”, avverte il maestro, l’unico che potrà assaggiarla.

La scena del sorteggio è meticolosa: ogni studente è ripreso mentre scrive il suo nome su un pezzetto di carta, lo ripiega e poi lo mette in una scatola di latta che l’insegnante fa girare. Lamia tenta di tutto per non essere sorteggiata, perché come molti altri non può permettersi gli ingredienti. Ovviamente alla fine il compito di cucinare la torta ricade su di lei. Non portarla sarebbe una grave colpa, per cui quella notte la nonna impacchetta pochi oggetti da vendere e la mattina partono insieme per la città per recuperare farina, uova e zucchero.

In città la storia si divide in due. Da una parte c’è Lamia, che abbandona la nonna e s’imbatte in un compagno di classe, Saeed; dall’altra c’è l’anziana, che decide di rivolgersi alla polizia. Il resto del film continua su questo doppio filo: i bambini affrontano vicissitudini di ogni tipo per procurarsi gli ingredienti per il dolce, e intanto la nonna continua a cercare disperatamente la nipote. Con loro interagisce una moltitudine di personaggi: un postino che smista le lettere destinate a Saddam, un soldato reso cieco da un missile statunitense nel giorno del suo matrimonio, persone che vendono i loro averi per strada, un negoziante che usa la merce per portarsi a letto le clienti, una donna in travaglio, un poliziotto indolente, una cantante, un macellaio pedofilo.

Così la storia di Lamia si fonde con quella del paese. Cos’è successo, in breve. Nell’agosto 1990 l’Iraq invade il Kuwait e in pochi giorni lo occupa. I motivi principali dell’invasione sono i debiti contratti con l’emirato dopo la guerra con l’Iran e dispute sul petrolio. Il consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite reagisce imponendo sanzioni economiche pesantissime contro Baghdad, che resteranno in vigore per tutti gli anni novanta. All’inizio del 1991 cominciano i bombardamenti della coalizione guidata dagli Stati Uniti, che in poco più di un mese costringono l’Iraq a ritirarsi. Con la fine della guerra, anche sotto la spinta del presidente statunitense George H. W. Bush che incoraggia gli iracheni a rovesciare Saddam, scoppiano grandi rivolte popolari, anche tra le tribù delle paludi del sud. All’inizio molte zone cadono nelle mani dei ribelli ma il regime usa l’esercito, carri armati, elicotteri e le riconquista; per rappresaglia, fa prosciugare le paludi e distrugge i villaggi.

La torta del presidente mostra senza sosta quanto sia dura la quotidianità delle persone sotto dittatura, e soprattutto sotto sanzioni, volute proprio da chi in teoria quelle persone avrebbe dovuto salvarle. In una delle prime scene gli abitanti delle paludi fanno la fila, con le taniche in mano, per ricevere acqua potabile da un camion cisterna. In città la povertà non è meno brutale, con la gente che si accalca al mercato per avere un po’ di farina. Chi si trova in una posizione avvantaggiata, ne approfitta. Poliziotti, impiegati, medici, soldati non muovono un dito se non gli si allunga una mazzetta. Il maestro di Lamia e Saeed è particolarmente odioso nello sfruttare la sua posizione: ruba le merende dalle cartelle degli alunni, ostenta il suo legame con il governo, dice senza vergogna di essere un informatore che ha punito e continuerà a punire qualsiasi studente indisciplinato. In questo collage di figure tristi e ciniche, il viaggio di Lamia esprime una forza e un calore umano ancora più forti.

Il percorso del regista Hadi non è stato meno semplice di quello della protagonista del suo film. Nato nelle stesse terre paludose del sud, cresciuto a Baghdad, ha studiato economia a Beirut. Ma fin da bambino, quando contrabbandava videocassette proibite insieme a un parente, sognava di fare cinema. Nel 2015 ha ottenuto una borsa di studio per la New York university, ma ha dovuto rimandare la partenza per tre anni perché gli veniva continuamente negato il visto.

La torta per il compleanno di Hussein è un ricordo della sua infanzia. “Immaginate di essere un insegnante, di guadagnare l’equivalente di ottocento dollari al mese, e poi di passare improvvisamente dall’organizzare le vacanze a non avere i soldi neanche per un pacco di uova”, dice Hadi al critico Joseph Fahim, che lo ha intervistato per il sito Middle East Eye. “La gente vendeva tutto quello che aveva per sopravvivere. Gli insegnanti davano compiti impossibili solo per costringere gli studenti a prendere lezioni private. E gli studenti costringevano i genitori ad accettare tangenti per poter pagare quelle lezioni”.

Si faceva anche il sorteggio per chi avrebbe dovuto preparare il dolce per Saddam. “Ora sembra una follia, ma è successo davvero: a scuola ci costrinsero a portare una torta per il presidente. E ricordo un mio compagno di classe che non riuscì a procurarsi gli ingredienti per prepararla. Non avevamo quasi nulla da mangiare, figuriamoci trovare lo zucchero!”, osserva il regista. Che fine ha fatto quel compagno di scuola? “È stato espulso e reclutato dall’esercito”.

Per approfondire
  • La torta del presidente è stato il primo film iracheno di sempre in gara nella sezione principale del festival di Cannes, dove ha vinto la Caméra d’or come migliore opera prima e il premio del pubblico. Per temi ed estetica, alcuni critici hanno accostato il film al neorealismo italiano – per esempio a Paisà di Roberto Rossellini o Sciuscià di Vittorio De Sica. Altri lo hanno associato, forse più per prossimità geografica, a classici del cinema iraniano come Il palloncino bianco (1995) di Jafar Panahi o Dov’è la casa del mio amico? (1987) di Abbas Kiarostami. Il paragone con questi due registi è probabilmente esagerato, ma ci dà l’occasione di ricordare che Kiarostami nella prima parte della sua carriera di regista si occupò molto d’infanzia e pedagogia, producendo una lunga serie di documentari per il Kanoon, l’ente iraniano dedicato all’educazione culturale dei bambini e dei ragazzi. Potete recuperare uno di questi lavori, Primo caso, secondo caso (1979).
  • Insieme a Lamia e Saeed, le paludi sono un altro protagonista del film di Hadi. “Sono una parte fondamentale dell’identità irachena. La gente viveva lì come si faceva settemila anni fa”, ha spiegato Hadi a Middle East Eye. Di queste zone umide tra i fiumi Tigri ed Eufrate, considerate la culla della civiltà, parlano anche un film del 1976, Al Ahwar (che racconta anche le scuole in queste comunità), un documentario della Bbc del 2011 intitolato Miracle in the marshes of Iraq, e un reportage fotografico del New York Times del 2021.
  • A quell’antica cultura appartiene anche l’Epopea di Gilgameš, nata almeno millecinquecento anni prima dei poemi di Omero. Nel film Gilgameš è citato della nonna di Lamia e, oltre a dare alla trama una sfumatura mitica, offre allo spettatore una rappresentazione dell’Iraq meno adattata alla narrativa occidentale.

Questo testo è tratto dalla newsletter Doposcuola.

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