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La vita a Cuba senza petrolio

Durante un blackout all’Avana, 21 febbraio 2026 (Yamil Lage, Afp)

Il 5 febbraio l’antropologo cubano José María, 24 anni, si è perso la conferenza stampa di Miguel Díaz-Canel, presidente di Cuba e primo segretario del Partito comunista. Díaz-Canel ha parlato della crisi energetica, aggravata dalle recenti sanzioni imposte dagli Stati Uniti e dalla fine della fornitura di petrolio dal Venezuela. Ma José María si è svegliato tardi: il giorno prima era stato estenuante. Dopo il lavoro era andato allo stadio latinoamericano di baseball, detto “El Coloso del cerro”, per guardare la partita tra i Cocodrilos de Matanzas e i Leones de Industriales.

Alla fine hanno vinto gli Industriales, la squadra dell’Avana. Eppure, in quello è che un tempo era uno degli spettacoli più importanti del paese, José María non ha percepito nessuna gioia. Lo stadio che aveva segnato la sua infanzia, il luogo dove si precipitava ogni volta che poteva, era quasi vuoto. “In questo momento mi trasmette una profonda tristezza. Rappresenta il collasso di una società”, dice.

Quella sera ha cenato nel suo appartamento del centro della capitale con una ragazza che frequenta da un po’ di tempo. Poi, quando è rimasto solo, ha guardato su YouTube il film argentino Pizza, birra y faso, la storia di un gruppo di ragazzi che negli anni novanta commettono una serie di crimini per reagire a una realtà che li opprime. Non ha ascoltato il discorso di Díaz-Canel. “Meno male che non l’ho fatto”, dice.

Ma sui social network ha letto citazioni e riassunti vari. In uno c’era l’appello del governo per approvvigionarsi autonomamente a causa della mancanza di petrolio per trasportare gli alimenti. “È una politica assurda. Ci sono zone che non possono rifornirsi proprio a causa dell’azione del governo, tra gli ostacoli creati ai contadini, l’inefficienza dei fondi per lo sviluppo e la decisione di emarginare le cooperative. È pura demagogia”, afferma.

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Le interruzioni di elettricità non lo colpiscono più di tanto. Vive in una zona “privilegiata”, vicina al motore per l’acqua che rifornisce il quartiere. Non ha un generatore, ma ha un ventilatore ricaricabile e batterie per il cellulare. Dalla finestra di casa spesso vede interi quartieri piombare nell’oscurità: los Sitios, Cayo Hueso, 20 de Mayo e La Victoria, zone con alta concentrazione di alloggi precari. A La Victoria vive suo padre, insieme alla moglie e ad altri due figli.

José María ammette che “non riesce a immaginare” cosa potrebbe succedere se Cuba alla fine si trovasse completamente senza petrolio. D’altronde “immaginare” è una pratica in disuso, nel contesto cubano.

Nel suo discorso di quasi due ore Díaz-Canel ha parlato dell’Opción cero, una versione aggiornata del piano d’emergenza concepito da Fidel Castro durante il cosiddetto periodo speciale, dopo la caduta dell’Unione Sovietica. Il presidente ha annunciato “tempi difficili” e alcune misure con effetto immediato: chiusura degli edifici governativi, lavoro a distanza e riduzione dei trasporti tra le province.

Lidia, 29 anni, è nata in un quartiere di Santiago de las Vegas, pochi chilometri a sud dell’Avana. In uno degli edifici di cemento costruiti dalle squadre di lavoratori negli anni settanta vivono ancora i suoi genitori con le sue due nonne, di 96 e 84 anni. Laureata in giornalismo all’università dell’Avana, è andata a vivere da sola nel 2025, in una casa antica divisa in piccoli appartamenti in calle 23, nel Vedado.

Le dinamiche della periferia limitavano la sua vita lavorativa e sociale. Oggi ha abbandonato il giornalismo e lavora dalle otto del mattino alle sei del pomeriggio in un negozio che vende pannelli solari. Non è l’impiego dei suoi sogni, ma non è troppo scomodo. È vicino a casa e le permette di pagare l’affitto.

Ha ascoltato solo alcuni pezzi della conferenza stampa del presidente, dal cellulare. Quando Díaz-Canel stava per cominciare a parlare, Lidia stava salendo su un taxi collettivo, alla Piquera, per andare a trovare la famiglia. Il costo della corsa era aumentato di 100 pesos rispetto al giorno prima. “La prima novità della giornata è stata che il tragitto sarebbe costato mille pesos (41 dollari)”, racconta. “Per fortuna li avevo”.

Nella casa dei genitori ha trovato una situazione tutto sommato “normale”. La famiglia aveva acceso un generatore portatile EcoFlow (una marca molto popolare sull’isola), inviato dallo zio dagli Stati Uniti quando la crisi ha cominciato ad aggravarsi. Prima lo usavano solo per le emergenze, ma ora non possono cucinare senza elettricità.

Da mesi il governo non distribuisce più gas liquido nella zona. Il generatore deve bastare per preparare da mangiare e riscaldare l’acqua per la cura delle donne anziane. Lidia ha pensato di guardare il resto della conferenza, ma alla fine ci ha rinunciato: doveva andare a una festa di compleanno. Con grande sorpresa, il taxi le è costato soltanto 300 pesos (12 dollari), il solito prezzo. “Tutto sembra normale, tra virgolette”, spiega.

Lidia non parla del futuro, nemmeno di quello immediato. Nella sua testa le domande si accavallano: fino a quando si potrà reggere? Abbiamo toccato il fondo? Se è così, come si fa a risalire?

Il lungomare Malecón all’Avana, 23 febbraio 2026

Alejandra compirà 33 anni a marzo. Vive all’Avana con il marito e la figlia di cinque anni. Ha studiato ingegneria industriale, ma oggi lavora nel settore del marketing digitale per delle aziende private. “So di essere una persona privilegiata, nel contesto della società cubana. Mio marito ha una macchina e il mio stipendio è in dollari. Ma anche così la vita quotidiana diventa sempre più difficile”, spiega.

Il 5 febbraio Alejandra si è svegliata alle sei e mezza per preparare la colazione. In casa sua si cucina con i fornelli elettrici, perché il gas non arriva più da mesi. Quella mattina è stata fortunata: la corrente non è andata via troppo presto. Insieme al marito hanno accompagnato la figlia a scuola, poi hanno seguito le loro rispettive routine. All’angolo di calle 23, poco lontano da casa di Lidia, Alejandra ha aspettato per un quarto d’ora un taxi che la portasse all’università dell’Avana, dove fino a poco tempo fa frequentava un corso in presenza. Il trasporto, che prima costava 150 pesos, oggi ne costa 200 (otto dollari). Il taxi ha percorso strade quasi deserte.

Quella sera è andata a casa della suocera, dove la corrente manca raramente perché è vicina a diversi ospedali. La sua cucina è diventata un punto di ritrovo per vari nuclei familiari, che vengono a cucinare per uno o due giorni. Alejandra ha l’impressione che intorno a quei fornelli si sia formata una “comunità”. Alle nove la madre le ha telefonato per dirle che la corrente era tornata e poteva rientrare a casa. Alejandra non ha seguito dal vivo la conferenza stampa presidenziale: da qualche tempo ha deciso di evitare preoccupazioni inutili anche se questo, a volte, significa alienarsi un po’ e andare avanti per la propria strada.

Alejandra, Lidia e José María si considerano persone privilegiate. A Cuba, nel 2026, il privilegio si misura in modo diverso da altri luoghi. “Le interruzioni di corrente e di acqua mi colpiscono meno rispetto ad altri, ma hanno comunque un impatto sulle mie azioni quotidiane”, spiega Alejandra. “Un giorno sono arrivata a casa con mia figlia e di nuovo non c’erano né gas né luce. Dopo otto ore di lavoro ero stanchissima. Dovevo darle da mangiare e non potevo. Sono scoppiata a piangere”.

Prima delle ultime sanzioni imposte da Donald Trump e della cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro, le interruzioni di corrente spesso erano programmate. Oggi arrivano senza preavviso e durano varie ore consecutive. Nei prossimi giorni, probabilmente, saranno ancora più lunghe. Le conseguenze psicologiche sono pesanti: ansia, frustrazione, a volte paura.

In casa di Alejandra, di questi tempi il generatore che prima veniva usato raramente è diventato uno strumento indispensabile, anche se basta solo per collegare una lampada e un televisore. “È comunque qualcosa”, spiega la donna. Nell’oscurità e nel silenzio preferisce mantenere una luce accesa, anche solo per convincersi che vada tutto bene.

I blackout hanno avuto un forte impatto sul suo lavoro, legato alla gestione dei social network. Senza elettricità, i dati mobili diventano instabili. Anche il tempo libero è cambiato. Prima Alejandra e suo marito assistevano ogni anno, in modo quasi religioso, al Festival internazionale jazz plaza. Nel 2026, per la 41esima edizione, hanno visto solo un concerto al Teatro nacional. La sala, quasi vuota, era occupata soprattutto da stranieri con pacchetti turistici che comprendevano i biglietti per il festival.

Alle interruzioni delle forniture si sovrappongono altri ostacoli: muoversi, mangiare, non ammalarsi.

Le medicine che non si trovano attraverso le reti sociali ed economiche di quartiere vanno cercate al mercato nero, dove una confezione di gentamicina può arrivare a costare 300 pesos, che diventano 1.800 se si aggiunge la spedizione. “Se vivi lontano, il costo aumenta”, spiega José María.

Per mangiare l’antropologo spende circa 60 dollari al mese (circa 30mila pesos cubani al mercato nero). Non soffre la fame, ma secondo i suoi calcoli una famiglia di quattro persone spende il doppio o anche il triplo. “Il problema non sono i generi alimentari, ma i prezzi dollarizzati”, aggiunge José Maria.

Sua madre si è trasferita negli Stati Uniti nel 2021, dopo aver ottenuto una borsa di studio all’università di Miami. Ogni mese invia dei dollari all figlio: non potrebbe sopravvivere se dovesse contare solo sul suo stipendio.

Lidia ha scelto di preparare i sottaceti per conservare le verdure. Cucina piatti che richiedono poca cottura e refrigerazione. Anche se non sa andare bene in bicicletta, davanti alla necessità di andare a trovare i genitori (anche solo una volta alla settimana) non pensa più di spendere i risparmi per un computer. prenderà una bici. Se fosse necessario, attraverserebbe la città a piedi. “Ormai mi sono abituata a camminare”. Il suo privilegio, spiega, è poter decidere dove vivere e poter pagare l’affitto senza compromettere la sua morale. Si sente fortunata, anche perché può contare sull’aiuto dello zio che vive negli Stati Uniti.

Il fantasma della crisi degli anni novanta tornato ad aleggiare sull’isola. Attraversa le case, le strade e i discorsi del governo. Ma in realtà non è mai andato via. Alejandra ascolta la madre ripetere in continuazione che “quello è stato peggio”, forse per consolarsi. “Siamo allo stesso punto in cui eravamo trent’anni fa”, sostiene. “Per me questo è ancora più inaccettabile”.

José María è nato nel 1999, quasi alla fine della crisi. Non ricorda quel periodo, ma come molti è cresciuto con i racconti drammatici degli adulti: familiari che avevano perso peso, malattie provocate dallo stress, il mito delle pizze fatte con i preservativo e delle bistecche di stracci, le persone che scappavano su zattere di fortuna.

Durante il periodo speciale c’erano dollari di contrabbando, ma non c’era niente da comprare. Oggi c’è da mangiare, ma mancano i soldi. È una crisi accumulata, come sottolinea l’economista Julio Carranza.

Nei mesi successivi alleproteste antigovernative del luglio 2021 e all’arresto di migliaia di manifestanti José María era inquieto. I blackout, il discorso ufficiale, la migrazione di massa e l’impoverimento lo spingevano a pensare che bisognava occupare lo spazio pubblico ed esigere le dimissioni del governo. D’altronde l’esistenza di un regime autoritario era ormai indiscutibile, anche nei settori tradizionalmente vicini al governo. Ma il tempo è passato, e piano piano è tornata la normalità, che a Cuba è sempre relativa.

Un concetto astratto

Lidia parla di una capacità di adattamento che la sorprende. Si chiede se abbia imparato a vivere senza luce. Anche con la luce, in ogni caso, il corpo sembra non trovare pace. “Ogni giorno sento il desiderio disperato di mettermi in salvo. Ma anche se io mi salvassi, gli altri affonderebbero. La convivenza diventa ostile perché tutti sono sconvolti e preoccupati”, spiega.

Alejandra si accorge che questa “normalità” ha trasformato la sua personalità e il suo modo di essere madre, anche se le costa ammetterlo. “Va via la luce e invece di parlare a mia figlia con dolcezza, perdo la pazienza. Mi scappano le urla. Lei piange perché non capisce cosa succede. Ho paura. Non voglio pensare al futuro. Ci si adatta. Questo, a volte, è l’aspetto più pericoloso.

Per Lidia, Alejandra e José María, tre persone nate nel periodo speciale, l’ottimismo per una soluzione rapida o a breve termine sta svanendo. Un accordo tra Washington e L’Avana non sembra tra le priorità del governo cubano.

José Maria non vuole andarsene da Cuba. È ancora legato alla famiglia e a una crescita professionale che gli piacerebbe completare prima di emigrare, se mai dovesse farlo. Ci sono molti angoli del paese che ancora non conosce.

Anche Lidia ha pensato di partire, ma mai in modo concreto. La spaventa la nostalgia di chi va via: l’ha vista negli amici e nei conoscenti. Viaggiare ed emigrare non sono la stessa cosa. “Se le necessità basilari sono un lusso, allora sognare cosa è?”, si domanda.

Osservando un collasso annunciato, Lidia è sostenuta dalla speranza di poter vedere i suoi amici, almeno quelli che sono rimasti. Alcuni partiranno presto, ma per ora ci sono. La speranza, se esiste, è solo interna. Di sicuro non viene dal governo cubano né da quello degli Stati Uniti.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

Resistenza solare
La crisi spinge Cuba verso le rinnovabili

L’inasprimento dell’embargo statunitense contro Cuba voluto da Donald Trump ha avuto un effetto imprevisto: una drastica accelerazione del passaggio all’energia solare, racconta l’Economist. “Secondo i dati sulle esportazioni cinesi raccolti dalla Ember, nei dodici mesi fino all’aprile 2025 le importazioni cubane di pannelli solari dalla Cina sono aumentate di 34 volte, più rapidamente che in qualsiasi altra parte del mondo”, scrive il settimanale britannico. “Nel marzo 2024 il governo ha annunciato un piano per costruire due gigawatt di centrali solari entro il 2028”, con l’obiettivo di passare dal 5 per cento di elettricità ricavata dalle fonti rinnovabili nel 2024 al 24 per cento entro il 2030.

“I cubani stanno importando anche batterie cinesi a un ritmo frenetico. E i veicoli elettrici cinesi aumentano”, continua l’Economist. Ma questa rapida rivoluzione energetica non basta ad affrontare la crisi in corso. “Un kit solare domestico costa circa cinquemila dollari, una cifra fuori dalla portata della maggior parte delle famiglie”.

“Per ora”, conclude il settimanale, “la campagna di pressione statunitense danneggia più la popolazione che il governo di Cuba. E rende l’energia solare – una fonte molto più sovrana delle importazioni di petrolio – una risorsa inestimabile. Ma il fatto che Cuba non può pagare i debiti potrebbe scoraggiare i cinesi dal finanziare nuovi pannelli. E l’aggressività di Trump peggiora le cose”.


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