Gli ammiratori della rivoluzione cubana daranno la colpa alle sanzioni statunitensi ristabilite da Donald Trump e lasciate immutate da Joe Biden, mentre i critici del castrismo ci vedranno il fallimento di un regime e di una rivoluzione ormai stanca dopo sessant’anni.

La realtà è senza dubbio la somma di questi due opposti. Da un lato è evidente che le sanzioni commerciali e finanziare imposte dagli Stati Uniti complichino la vita della popolazione, dall’altro c’è un sistema che si dimostra incapace di rigenerarsi.

Le manifestazioni organizzate l’11 luglio in una ventina di città cubane, e in modo spettacolare sul Malecón, la celebre strada che costeggia il mare all’Avana, hanno assunto una portata quasi inedita dai tempi della rivoluzione e sicuramente dalle rivolte che nel 1994 avevano portato alla fuga di decine di migliaia di profughi (boat people) verso la Florida.

È un fenomeno sociale e politico di grande importanza, in un paese che resta simbolicamente forte non solo in America Latina. Difficile, a questo stadio, capire se si tratti di un fuoco di paglia o di un movimento destinato a durare. In ogni caso la reazione inflessibile del governo dimostra che la minaccia è presa molto sul serio.

Il detonatore immediato è la grave carenza alimentare, che si aggiunge a una crisi economica e sociale già profonda e a un ritorno in forze della pandemia, in un paese che non smette di vantarsi del suo sistema sanitario con tanto di vaccino anticovid.

Il passaggio di testimone generazionale non è stato accompagnato da alcuna evoluzione politica

Ma il contesto storico è altrettanto importante. Da appena tre mesi, per la prima volta in sessant’anni, alla guida di Cuba non c’è più un Castro. Fidel e poi suo fratello Raúl hanno gestito il paese ininterrottamente dopo la rivoluzione del 1959. Quella generazione è ormai scomparsa, e Raúl è stato sostituito dal sessantenne Miguel Díaz-Canel. Il passaggio di testimone generazionale, però, non è stato accompagnato da alcuna evoluzione politica.

Il governo comunista ha avviato alcune riforme economiche (soprattutto monetarie) al costo di una svalutazione del 2.400 per cento del peso cubano e di un aumento del margine di manovra per il settore privato. Ma per il momento la popolazione subisce solo gli effetti negativi, a cominciare dall’inflazione a tre cifre. Soprattutto non c’è stata alcuna glasnost, come definivano a Mosca l’apertura politica.

I manifestanti dell’11 luglio marciavano al grido di “libertà”. Accanto all’esasperazione per le privatizzazioni e le difficoltà della vita quotidiana c’era la richiesta di aprire una società che per troppo tempo è stata nutrita di slogan.
Segno di questa rivendicazione libertaria è un rap composto in comune dai giovani cubani dell’Avana e della Florida, molto popolare su internet e cantato in coro dai manifestanti. La canzone s’intitola Patria y vida, un riferimento allo slogan rivoluzionario “Patria o morte”. Cosa che di per sé è un atto di lesa maestà rispetto ai Castro.

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L’appello alla mobilitazione dei militanti comunisti lanciato dal successore (poco carismatico) dei fratelli Castro può far temere il peggio, con una repressione del movimento popolare. Il regime potrebbe arrivare a tanto se pensasse che è in gioco la sua sopravvivenza, ma nel contesto di una crisi profonda e senza la legittimità dei padri della rivoluzione potrebbe essere una scelta suicida.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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