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Israele sta sabotando la seconda fase del cessate il fuoco a Gaza

Città di Gaza, il 6 febbraio 2026. Un uomo scappa tra le macerie dopo un attacco israeliano (Ali Jadallah, Anadolu/Getty Images)

Alla metà di gennaio l’inviato speciale degli Stati Uniti Steve Witkoff ha annunciato l’avvio della seconda fase del piano del presidente statunitense Donald Trump per la Striscia di Gaza, inaugurando così l’attività del comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza (Ncag), un organismo tecnico palestinese composto da quindici persone, incaricato di fornire servizi e gestire la ricostruzione di questo territorio devastato, sotto la supervisione del consiglio di pace e del comitato esecutivo per Gaza istituiti dallo stesso Trump.

A poche ore dall’annuncio, tutte le principali fazioni palestinesi, comprese Fatah e Hamas, hanno accolto con favore la formazione del comitato nazionale. Ne fanno parte molte personalità note e rispettate, e la loro nomina ha rapidamente ottenuto il consenso popolare.

Il presidente, Ali Shaath, ha perso il padre durante il genocidio israeliano a Gaza e chiede che Israele “sia chiamato a rispondere delle sue azioni”, inoltre ha apertamente criticato il piano della “Gaza riviera” di Trump.

Il commissario per la salute, il medico Aed Yaghi, è un attivista civico di lungo corso ed è stato a capo della Palestinian medical relief society di Gaza. Ayed Abu Ramadan, commissario per il commercio e l’industria, è stato presidente della camera di commercio di Gaza e si è vigorosamente opposto alla politica israeliana di sostegno alle bande criminali nella Striscia.

Anche l’opinione pubblica di Gaza ha tirato un sospiro di sollievo quando il comitato ha deciso prima di tutto di abolire le tasse e le imposte sulle persone fisiche e le società decise dal governo di Hamas (sia prima del 7 ottobre sia dopo il cessate il fuoco) e quando Shaath ha promosso la riapertura del valico di Rafah nella sua prima apparizione televisiva al Forum economico mondiale di Davos.

Ma finora Israele non ha consentito al comitato neanche di entrare a Gaza, figurarsi di avviare la ricostruzione.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha accettato di far parte del consiglio di pace su invito di Trump, ma ha pubblicamente rimproverato il presidente americano e criticato il comitato esecutivo per Gaza definendolo “contrario alla politica di Israele”. Non molto tempo dopo, il ministro delle finanze israeliano Bezalel Smotrich ha dichiarato “Gaza è nostra”, aggiungendo che il piano di Trump è “un male per Israele”. Smotrich ha chiesto di mettere da parte il piano, per poter riprendere “un attacco della massima potenza su Gaza” e ricostruire “insediamenti israeliani permanenti” nel territorio.

Il quotidiano israeliano Maariv ha perfino riferito che Israele si sta “attrezzando in vista del fallimento del piano Trump” e si è già preparato a riprendere l’offensiva a Gaza “senza limiti”, questa volta con l’obiettivo di occupare direttamente l’intera Striscia.

L’emittente Channel 14 inoltre ha sottolineato che il capo di stato maggiore dell’esercito ha approvato i piani per un attacco su vasta scala a Gaza, che comprenderebbero anche l’invasione di aree in cui le forze israeliane non sono mai entrate in questi due anni di combattimenti.

In altre parole, Israele non ha fatto mistero della sua intenzione di tenere Gaza in un limbo a tempo indeterminato. Tel Aviv sta attivamente adottando misure per fare in modo che il piano di Trump non proceda come previsto e, come ha osservato sprezzante Netanyahu, rimanga al massimo una messa in scena simbolica, per convincere gli statunitensi che Gaza è ingovernabile e dimostrare così la necessità di un’autorità militare in pianta stabile.

L’ombra degli Emirati

La formazione del comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza era attesa da tempo. Il comitato si sarebbe potuto nominare più di due anni fa per prendere il posto del governo di Hamas: secondo molti dirigenti dell’organizzazione, a dicembre del 2023 la leadership del movimento islamista aveva accettato all’unanimità di consegnare le responsabilità di governo a un organismo amministrativo tecnocratico provvisorio.

Vari leader palestinesi mi hanno rivelato che i nomi di chi poteva far parte del comitato erano sulla scrivania di Netanyahu almeno dall’agosto del 2024. L’Egitto ha facilitato i colloqui tra Hamas, Fatah e le altre fazioni palestinesi per raggiungere l’accordo sulla sua composizione, producendo una lista di 41 nomi che in seguito sono stati ridotti a quindici. Secondo i leader palestinesi, Netanyahu non ha dato una risposta fino a due settimane fa.

Anche dopo che Trump ha integrato il comitato amministrativo nel suo piano in venti punti, Israele ha continuato a temporeggiare per più di cento giorni, finché Witkoff ha fatto pressioni su Netanyahu per fargli prendere una decisione. La creazione dell’Ncag doveva dare nuovo “slancio” al progetto, dopo che Israele aveva fatto quasi naufragare il cessate il fuoco violando ripetutamente i termini della prima fase e bloccando l’inizio della seconda.

Lo Shin bet, l’agenzia di sicurezza israeliana, ha ripetutamente messo il veto alla maggior parte dei nomi proposti per il comitato, tra i quali c’erano Amjad Shawa, avvocato per i diritti umani e direttore della rete delle organizzazioni non governative di Gaza, che avrebbe dovuto presiederlo, e Maged Abu Ramadan, ex sindaco della città di Gaza e attuale ministro della salute dell’Autorità Nazionale Palestinese. Israele ha cercato di manipolare ulteriormente la lista dei nomi per mettere il comitato in rotta di collisione con Hamas e altre fazioni di Gaza.

Secondo una fonte palestinese ben informata e un alto funzionario britannico, metà dei tecnici del comitato sarebbero stati meticolosamente scelti dagli Emirati Arabi Uniti e farebbero capo alla fazione di Mohammed Dahlan, ex leader di punta di Fatah a Gaza, oppositore del presidente dell’Anp Mahmoud Abbas e vicino a Mohamed bin Zayed, presidente degli Emirati, dove Dahlan vive in esilio dal 2011.

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Israele sa che Hamas non si fida di Abu Dhabi. Il movimento palestinese è convinto che gli Emirati vogliano scioglierlo, soprattutto in considerazione del loro presunto sostegno alla banda criminale di Abu Shabab, sostenuta da Israele, e dei suoi investimenti nel distopico campo di concentramento di New Rafah.

Nonostante questo, Hamas ha dato il via libera a molti di quei nomi, perché non vuole essere considerata un ostacolo allo sviluppo del processo. Ma il ruolo che più preoccupa l’organizzazione è quello del commissario per la sicurezza dell’Ncag, che assumerebbe il comando della polizia e delle agenzie di sicurezza e avrebbe il compito di monitorare il disarmo del movimento islamista, in un processo simile a quello avvenuto in Irlanda del Nord.

Questo incarico sarebbe dovuto andare a Mohammed Tawfiq Heles, ex generale dell’Anp in pensione. Ma il suo nome è stato sostituito all’ultimo minuto da quello dell’ufficiale d’intelligence dell’Anp Sami Nasman, anche se Israele aveva giurato che avrebbe messo il veto alla partecipazione di chiunque fosse affiliato all’Autorità palestinese (Shaath è stato quasi bloccato per questo motivo, ma Israele lo ha ritenuto abbastanza vicino a Dahlan da compensare la sua affiliazione all’Anp).

Hamas e altre fazioni di Gaza considerano Nasman una figura “compromessa” e lo accusano di “collaborare con Israele”, sostengono due fonti vicine all’organizzazione. Nel 2016 un tribunale di Gaza condannò Nasman a quindici anni di carcere in contumacia per presunto spionaggio e per aver reclutato delle cellule che avevano il compito di bruciare veicoli e attaccare infrastrutture pubbliche per creare disordini e destabilizzare il governo di Hamas. Una fonte ben informata mi ha detto che, dopo il pensionamento, Nasman si è avvicinato alla cerchia di Dahlan e che gli Emirati hanno spinto per la sua nomina nel comitato nazionale.

L’inclusione di Nasman nel comitato ha provocato una notevole frustrazione tra la leadership e i membri di Hamas e del Jihad islamico palestinese e Hamas potrebbe tentare di impedirgli l’ingresso a Gaza. Questo è esattamente l’obiettivo di Israele: fare in modo che i militanti di Hamas non abbiano alcuna fiducia nel comitato nazionale e si rifiutino di collaborare a un processo di smobilitazione guidato dai loro acerrimi nemici, dando così a Tel Aviv un pretesto per riprendere l’offensiva.

Temporeggiare, attaccare, ostacolare

Netanyahu ha molti altri assi nella manica per impedire all’Ncag di funzionare. Il 15 gennaio, mentre viaggiava da Ramallah alla Giordania, prima di volare in Egitto per la prima seduta del comitato, Shaath è stato trattenuto per sei ore dalle autorità israeliane al valico di Allenby. Allo stesso modo, Israele ha impedito a Husni al Mughni, commissario dell’Ncag per gli affari tribali (anche lui della cerchia di Dahlan) di entrare in Egitto da Gaza, probabilmente perché aveva espresso il suo sostegno al giro di vite di Hamas contro i collaborazionisti nella Striscia.

Questo è stato solo il preludio a ulteriori restrizioni israeliane nei confronti del comitato, per ostacolare il suo mandato e portarlo al collasso. Per ora Israele non gli consente di contare sui dipendenti pubblici, né quelli affiliati a Hamas né quelli dell’Anp, e questo significa che le quindici persone del comitato saranno lasciate a se stesse senza personale sul campo per amministrare il territorio.

Anche se smettesse di impedirglielo, Israele insisterà nel voler valutare ogni singolo dipendente pubblico assunto dall’Ncag, dando così a Netanyahu ancora più potere per limitarne il lavoro.

Quando il comitato è stato annunciato, Israele ha anche sguinzagliato le sue bande criminali a Gaza, che hanno attaccato pubblicamente l’organismo minacciando di boicottarlo e ostacolarlo. Di recente queste bande hanno anche commesso omicidi e sabotato operazioni nelle zone di Gaza sotto il controllo di Hamas, permettendo a Israele di negare il proprio coinvolgimento, un brutto segnale per l’incolumità di chi fa parte del comitato.

I membri dell’Ncag che entreranno a Gaza saranno prima costretti ad attraversare l’area occupata dalla milizia di Abu Shabab, subito dopo il valico di confine di Rafah. La banda ha posizionato numerosi posti di blocco in questa zona, fermando sistematicamente le delegazioni internazionali e i convogli di aiuti.

E anche se l’accordo di Trump stabiliva esplicitamente che bisognava riaprire il valico di Rafah tra Gaza e l’Egitto per consentire il movimento di persone in entrata e in uscita dall’enclave, Israele lo ha tenuto chiuso per più di cento giorni dopo l’annuncio della riapertura e per altre due settimane dopo la formazione del comitato.

Il pretesto era che Hamas non aveva ancora restituito il corpo di Ran Gvili, l’ultimo ostaggio israeliano a Gaza. Tuttavia, il 26 gennaio il quotidiano israeliano Israel Hayom ha rivelato che l’esercito sapeva dove si trovava approssimativamente il corpo di Gvili da più di un mese, ma Netanyahu si era rifiutato di autorizzare una missione per recuperarlo fino all’ultimo minuto, quando Trump ha insistito per l’apertura del valico.

Nonostante queste pressioni, Israele ha imposto numerose restrizioni per rendere la riapertura di Rafah un atto puramente simbolico. Per esempio, vuole consentire l’ingresso di appena cinquanta palestinesi al giorno dall’Egitto a Gaza; considerato che ci sono circa 150mila gazawi in Egitto, questo significa che ci vorranno quasi dieci anni perché possano tornare tutti a casa.

Israele insiste anche sul fatto che il numero giornaliero di persone a cui sarà consentito lasciare Gaza sarà invece il triplo, mentre sta cercando di vietare l’ingresso a qualsiasi bambino nato fuori dalla Striscia negli ultimi due anni, oltre che a quelli nati all’estero che non erano a Gaza quando la guerra è iniziata, anche se hanno un documento d’identità palestinese. In questo modo alla maggior parte delle famiglie con figli piccoli sarà di fatto impedito di tornare nella propria terra.

Il governo israeliano manterrà inoltre il pieno controllo su chi sarà autorizzato a entrare o uscire da Gaza. I nomi delle persone in transito dal valico verranno inviati allo Shin bet e al Cogat, l’unità di coordinamento civile dell’esercito, che dovranno concedere l’autorizzazione. Anche i passaporti saranno scansionati e inviati alle autorità israeliane prima di essere timbrati dal personale locale al valico.

Chiunque entrerà a Gaza dovrà anche attraversare un posto di blocco israeliano per essere perquisito dei soldati, in modo da scoraggiare chi vuole tornare, dato che Israele tende a sequestrare e imprigionare i palestinesi senza un regolare processo e senza assistenza legale. Nel complesso questi metodi indicano che persiste lo storico obiettivo israeliano di svuotare Gaza dei suoi abitanti palestinesi.

Proposte impraticabili

Secondo un alto funzionario arabo e due diplomatici europei, la strategia israeliana consiste nel fingere di accettare tutte le richieste di miglioramenti a Gaza per poi aggirarle.

La stessa fonte riferisce che le discussioni con i mediatori o nel centro di coordinamento civile-militare di Trump (Cmcc) si trascinano con argomentazioni futili e propaganda per giustificare il mantenimento delle restrizioni. Queste manovre fanno perdere giorni al Cmcc – incaricato di realizzare il piano Trump – per articolare una risposta che smonti le obiezioni israeliane o offra una soluzione tecnica. A quel punto gli israeliani ne presentano altre.

L’ingresso a Gaza di prefabbricati e tende, per esempio, è impedito con il pretesto che Hamas potrebbe prelevare l’insignificante quantità di alluminio o acciaio usata per installarle e riciclarla in armi e missili. L’assurdità di questa affermazione è smascherata dal fatto che Israele consente l’arrivo di enormi quantità di viveri in scatola a Gaza, ed è smentita dalla stessa intelligence israeliana, secondo cui Hamas non si sta riarmando e “non ha neppure la capacità di produrre razzi e lanciagranate”.

Un altro metodo usato da Israele consiste nel fare di proposito proposte impraticabili. Quando i diplomatici europei hanno detto che bisognava rivitalizzare il settore bancario a Gaza, per esempio, gli israeliani hanno risposto: “Eccellente, ma creiamo una nuova banca a Gaza con un portafoglio digitale in criptovalute”, un’idea irrealizzabile vista la mancanza di elettricità e connessione stabili nella Striscia, per non parlare degli altri problemi legati alle criptovalute.

Allo stesso modo, un’alta funzionaria araba mi ha rivelato che quando ha insistito sulla futura riunificazione di Cisgiordania e Gaza sotto un unico governo la risposta è stata: “Eccellente, ma dovrà avvenire sotto il comitato tecnico amministrativo”, un organismo che ha autorità solo sulla fornitura di servizi umanitari. Gli israeliani e gli statunitensi hanno spiegato che Gaza potrebbe fare da progetto pilota: se il comitato funzionerà nella Striscia, potrebbe potenzialmente soppiantare l’Anp in Cisgiordania.

La diplomatica ha aggiunto che quando ha sollevato la necessità di sbloccare i miliardi di shekel di entrate fiscali dell’Anp trattenuti da Israele, la risposta è stata: “Eccellente, ma li sbloccheremo a favore del consiglio di pace e dell’Ncag, dato che anche Gaza fa parte del territorio palestinese”.

A sostenere questo metodo c’è Aryeh Lightstone, uomo d’affari statunitense e rabbino di destra che fa da anello di congiunzione tra il Cmcc, Jared Kushner (genero e consigliere di Trump) e Witkoff. Lightstone, che è stato primo consigliere dell’ex ambasciatore statunitense in Israele David Friedman, è molto vicino a Netanyahu, al punto che nel 2022 il premier israeliano gli ha chiesto di guidare la sua campagna elettorale. Lightstone sarebbe inoltre coinvolto nella creazione della famigerata Gaza humanitarian foundation, responsabile del massacro di centinaia di gazawi affamati nei centri di distribuzione degli aiuti.

Due esperti israeliani che lo hanno conosciuto lo descrivono come “più ideologico e più a destra di Netanyahu”, pronto a mettere a tacere qualsiasi lamentela sollevata dal Cmcc con Washington. Lightstone è stato di recente nominato consigliere speciale nel consiglio di pace di Trump, un’investitura che gli conferisce ulteriori poteri su Gaza e che dà a Israele margini di manovra ancora più ampi.

Occupazione senza fine

Forse l’ostacolo più grande per il comitato nazionale è il fatto che l’esercito israeliano occupa ancora circa il 60 per cento di Gaza e non intende ritirarsi nel prossimo futuro. Anzi sta consolidando la sua presenza con molti avamposti, mentre coltiva rapporti con altri collaboratori e bande criminali che agiscono per suo conto dall’altro lato della cosiddetta “linea gialla”.

Israele ha condizionato il suo ritiro alla creazione e al dispiegamento della Forza di stabilizzazione internazionale (Isf), ma Netanyahu ha cercato in ogni modo di impedire questo sviluppo. Per esempio ha posto il veto alla partecipazione della Turchia e del Qatar alla Isf, insistendo inoltre per farla agire come subappaltatrice dell’esercito e dell’occupazione israeliana, sorvegliando i palestinesi, confiscando le armi di Hamas e distruggendo i tunnel. Secondo un funzionario arabo di primo piano, Israele ha perfino spinto l’Azerbaigian ha ritirarsi dalla Isf per fare in modo che il progetto sia destinato fin da subito al fallimento.

Senza un arretramento di Israele, l’Ncag non potrebbe accedere al 60 per cento di Gaza o sarebbe costretto a operare in quell’area sotto il controllo israeliano, dando così l’impressione all’opinione pubblica di collaborare all’occupazione.

Israele sta anche facendo pressioni per la creazione di un campo a Rafah, in cui sarà consentito trasferirsi solo a chi otterrà il parere positivo delle agenzie di sicurezza israeliane. Oltre quindi a non potere fornire alloggi e servizi nel resto della Striscia, se l’Ncag dovesse gestire anche quel campo la sua legittimità ne risulterebbe profondamente compromessa.

Israele ripete inoltre che non consentirà nessuna ricostruzione a Gaza fino a quando il disarmo di Hamas sarà completato, un processo delicato che potrebbe richiedere anni. E invece di concentrarsi sull’obiettivo iniziale di armamenti come i razzi, Netanyahu insiste per il sequestro di 60mila fucili, alcuni dei quali sono nelle mani di potenti famiglie, clan o singole persone.

Attraverso il sabotaggio deliberato, la libertà d’azione concessa alle bande criminali e un intreccio di pretese impossibili, Netanyahu sta facendo in modo che il piano di Trump muoia sul nascere, producendo esattamente quel caos che offrirebbe il pretesto per un controllo militare israeliano a tempo indeterminato. È una strategia premeditata per consolidare un’occupazione senza fine.

(Traduzione di Francesco De Lellis)

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