Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha proclamato il 16 gennaio, con l’enfasi e l’approssimazione consuete, che l’accordo di cessate il fuoco nella Striscia di Gaza è passato alla seconda fase. Il 17 gennaio ha nominato i primi esponenti del “consiglio di pace”, che a quanto pare dovrà supervisionare la ricostruzione del territorio. Secondo lo statuto, i capi di stato possono aderire pagando un miliardo di dollari. Lo stesso giorno la nuova “amministrazione tecnica palestinese di transizione a Gaza”, guidata dall’ex funzionario dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) Ali Shaath, si è riunita per la prima volta al Cairo, in Egitto. Il Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza (Ncag), secondo il piano in venti punti di Trump, farà da governo provvisorio nel territorio devastato. Questo turbine di attività sembra progettato per dare l’impressione che l’accordo di cessate il fuoco stia andando avanti. La realtà, però, è più complicata.

Come è tipico dell’attuale amministrazione statunitense, pochi dei dettagli più importanti sono già definiti. Non c’è ancora chiarezza su come procederà la ricostruzione della Striscia, su come si coordineranno i diversi organismi subordinati al consiglio di pace, su come sarà finanziato l’Ncag e su come governerà Gaza. Non ci sono accordi chiari sulla costituzione della forza internazionale di stabilizzazione né su quali paesi contribuiranno con le loro truppe.

Boccone amaro

Rimane inoltre una notevole incertezza sul futuro stesso del cessate il fuoco. Mentre l’amministrazione Trump ha ribadito il suo impegno per la smilitarizzazione di Gaza, i rappresentanti di Hamas non hanno finora acconsentito al disarmo né hanno dato chiare indicazioni di voler accettare che la nuova amministrazione palestinese abbia il monopolio dell’uso della forza.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha minacciato di riprendere la guerra se Hamas si opporrà, e a quanto pare l’esercito di Israele ha elaborato piani per una nuova offensiva a Gaza che potrebbe essere lanciata già a marzo.

In realtà né Hamas né il governo Netanyahu sembrano augurarsi il successo dell’accordo di cessate il fuoco, anche se entrambi l’hanno formalmente accettato.

Finora le pressioni esercitate dagli stati del Golfo su Hamas e dagli Stati Uniti su Israele hanno contribuito a mantenerlo in piedi. Ma la fase successiva ne metterà alla prova la tenuta in misura ancora maggiore. L’attuazione della seconda fase – in particolare il disarmo di Hamas e la smilitarizzazione di Gaza – rischia di privare il gruppo islamista della sua ragion d’essere: la resistenza armata all’esistenza di Israele.

Per Netanyahu, il piano di Trump – che sembra puntare a uno stato palestinese – è sempre stato un boccone amaro da mandare giù. A quanto pare il premier israeliano preferirebbe mantenere per sempre l’attuale situazione sul campo: la prima fase del cessate il fuoco, in cui Gaza è divisa in due parti, con il settore più ampio sotto il controllo israeliano.

Tuttavia né Hamas né Netanyahu possono permettersi di sfidare apertamente l’amministrazione Trump. Per ciascuno dei due si tratta dunque di rispettare formalmente il quadro del cessate il fuoco continuando però a negoziare sui punti contestati.

Per Hamas potrebbe rivelarsi più facile. Alcuni funzionari hanno espresso la volontà di rinunciare alle “armi offensive” del gruppo (missili e razzi), pur mantenendo il suo considerevole arsenale di armi leggere. Seguendo implicitamente il modello della milizia libanese Hezbollah, Hamas acconsentirebbe a cedere l’amministrazione di Gaza al governo tecnico palestinese e potrebbe perfino accettare il dispiegamento della forza internazionale di stabilizzazione. Tuttavia, manterrebbe una forza di decine di migliaia di combattenti, esercitando influenza politica attraverso l’esistenza della sua ala paramilitare.

Un simile scenario – in cui Hamas acconsentirebbe a un disarmo solo apparente – metterebbe il governo israeliano in una posizione difficile. Quasi certamente Netanyahu si opporrebbe a un esito che lo renderebbe vulnerabile a ripercussioni politiche nell’anno delle elezioni. Ma non è scontato che l’amministrazione Trump la vedrebbe allo stesso modo. Né è chiaro cosa Netanyahu potrebbe fare al riguardo. Trump è forse l’unico leader mondiale in grado di esercitare una pressione efficace su di lui, il che significa che il premier israeliano ha probabilmente meno opzioni: può accettare il piano di Trump, anche se a malincuore, o può cercare di ostacolarlo in ogni modo possibile.

Le scuse di Netanyahu

Dopo che l’amministrazione Trump ha nominato rappresentanti della Turchia e del Qatar nel Consiglio esecutivo di Gaza, un organismo distinto che dovrebbe supervisionare l’amministrazione tecnica della Striscia, Netanyahu ha denunciato la mossa come “contraria alla politica di Israele”. Inoltre ha definito il passaggio alla fase due del cessate il fuoco una mera “enunciazione”.

Netanyahu sta già cercando delle scuse per congelare l’accordo, dato che non può permettersi di affossarlo completamente. E potrebbe trovarle. Il corpo di Ran Gvili, l’ultimo ostaggio deceduto a Gaza, non è ancora stato restituito; finché rimarrà disperso, Netanyahu probabilmente cercherà di sostenere che Hamas non ha rispettato la sua parte dell’accordo. Dal momento in cui ha accettato il piano di Trump, Netanyahu sembra aver scommesso che riuscirà a farlo fallire, anche se ha poco margine di manovra.

L’accordo di cessate il fuoco a Gaza non è certo perfetto: è vago proprio dove avrebbe dovuto essere chirurgicamente preciso. È piuttosto sorprendente che abbia tenuto così a lungo, viste le violazioni sistematiche di Israele e di Hamas. Ma se durante la prima fase queste imperfezioni potevano essere ignorate o accantonate per essere affrontate in un secondo momento, ora sono imprescindibili. Il destino della seconda fase determinerà il successo dell’intero accordo.

Gli ostacoli attuali non sono insormontabili. Ma per superarli servirà l’attenzione costante dell’amministrazione Trump, cosa che sembra sempre più improbabile dato l’immenso caos geopolitico causato dal presidente statunitense. Netanyahu certamente scommette che, nel caso del cessate il fuoco a Gaza, la frenetica incompetenza dell’amministrazione Trump avrà la meglio sulle sue ambizioni. ◆ dl

Joshua Leifer è un giornalista della rivista statunitense Dissent. Ha vissuto a Gerusalemme e ha scritto anche per +972 Magazine e The New York Review of Books.

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Questo articolo è uscito sul numero 1649 di Internazionale, a pagina 26. Compra questo numero | Abbonati