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Troppo silenzio sui civili siriani intrappolati nella Ghuta

Duma, Ghuta orientale, il 22 febbraio 2018. (Bassam Khabieh, Reuters/Contrasto)

C’è l’Europa, certo. Con la confusione scaturita dalle elezioni politiche italiane e il 66 per cento di sì concesso dai socialdemocratici tedeschi a una nuova coalizione con Angela Merkel, l’Unione europea vive un momento decisivo. Ma ci sarà comunque tempo di sistemare le cose in futuro.

L’Unione può attendere, mentre per i quattrocentomila abitanti della Ghuta orientale ogni ora è cruciale: per i feriti che non possiamo né curare né evacuare, per i bambini e i loro genitori nascosti nelle grotte da tre settimane. Ogni minuto conta e non possiamo distogliere lo sguardo o il microfono.

Se lo facessimo, priveremmo queste persone della compassione senza cui non esiste la civiltà. Dobbiamo dirlo e ripeterlo in ogni sede: nonostante l’adozione all’unanimità da parte del Consiglio di sicurezza dell’Onu di una risoluzione che chiede una tregua di 30 giorni in tutto il territorio siriano e nonostante la Russia, dopo aver votato la risoluzione, abbia chiesto la sospensione dei bombardamenti sulla Ghuta nelle ore mattutine (per uccidere ci sono sempre il pomeriggio e la notte) il regime di Damasco non ha mai smesso di sganciare le sue bombe.

Non l’ha fatto perché, sono parole di Bashar al Assad, “non c’è contraddizione fra una tregua e le operazioni di combattimento”. Assad intende riconquistare tutta la Siria e i suoi alleati di Russia e Iran lo lasciano fare e, nel caso almeno degli iraniani, lo incoraggiano. È inammissibile, disgustoso. È un crimine di guerra. Ma cosa possiamo fare?

L’Iran ha bisogno degli europei per impedire a Donald Trump di sabotare il compromesso sul nucleare

La risposta è che c’è sempre qualcosa da fare, anche solo alzare la voce. La Francia l’ha fatto il 4 marzo per bocca del suo presidente, pur nella forma dovuta, chiedendo al presidente iraniano di “impegnarsi a fondo ed esercitare la pressione necessaria sul regime siriano”.

Al momento Macron è l’unico ad aver alzato la cornetta del telefono, ma il suo appello non sarà necessariamente inutile, perché l’Iran ha bisogno degli europei e dunque della Francia per impedire a Donald Trump di sabotare il compromesso sul nucleare raggiunto nel 2015.

Il 5 marzo Jean-Yves Le Drian va a Teheran. Il ministro degli esteri francese avvierà una grande operazione di contrattazione. Sicuramente il regime siriano e i suoi alleati prolungheranno la trattativa per avere il tempo di vincere la partita prima di interrompere i loro crimini, ma quantomeno la Francia non resta in silenzio.

Certo, anche in Francia ci sono persone che si schierano con il macellaio di Damasco e ripetono che bisogna parlare con lui. Bene, signori e signore, fate pure. Parlategli. Non aspettate nemmeno un secondo.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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