La guerra in Iran lascia molte ferite aperte
Ce ne vuole per uccidere gli esseri umani, ha scritto Frank McCourt nel libro Le ceneri di Angela. Per quanto macabra sia questa frase, McCourt si riferiva alla resistenza delle persone, che riescono a sopportare ogni sorta di povertà e violenza, e sopravvivere a tutto. Ma l’altro aspetto di questa capacità umana di tollerare il dolore è che finiamo per normalizzare tutto quello che ci viene inflitto. È sconcertante come la guerra – all’inizio scioccante e intollerabile – diventi in breve tempo una realtà di fatto. Pochi conflitti lo hanno dimostrato in modo più lampante della guerra contro l’Iran.
Per mesi è stato tutto un susseguirsi di attacchi di basso profilo, retorica altalenante e annunci di cessate il fuoco. Per la vita delle persone questa crisi politica ha significato gravi privazioni e uno stravolgimento della quotidianità.
Ora c’è un accordo di pace, ma bisogna tenere presente cosa lo ha preceduto. Solo nell’ultima settimana il presidente statunitense Donald Trump ha ordinato attacchi contro l’Iran e ha espresso il desiderio di conquistare l’isola di Kharg, dove passa il 90 per cento delle esportazioni di petrolio iraniano. Ha anche annunciato prematuramente che gli Stati Uniti avevano concluso la guerra contro l’Iran con “un grandioso accordo”.
Dopo l’annuncio, i mercati hanno avuto la loro solita oscillazione, ma tutti noi che non abbiamo investimenti in futures petroliferi possiamo essere perdonati se non abbiamo avuto reazioni di fronte alla pace imminente: il presidente statunitense aveva già fatto questa stessa promessa quasi quaranta volte. Negli ultimi mesi Trump ha ripetutamente detto in varie conferenze stampa, post sui social media e interviste: “Rilassatevi, è quasi finita”. Ma che non fosse affatto finita lo si può intuire facilmente da tutti gli attacchi e contrattacchi che hanno colpito la regione, dalla chiusura dello stretto di Hormuz, dalle turbolenze economiche a livello mondiale e dalla destabilizzazione del Medio Oriente in particolare.
Proprio mentre Trump parlava di pace, la gente subiva i danni collaterali della situazione. I paesi arabi sono stati vittima di rappresaglie dell’Iran, che li considera alleati e sostenitori di Washington e belligeranti per procura.
Quando la scorsa settimana il cessate il fuoco tra Iran e Stati Uniti si è sgretolato, Giordania, Kuwait e Bahrein sono stati nuovamente presi di mira da Teheran. Queste offessinve si aggiungono alle settimane di attacchi contro Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Qatar, che oltre a distruggere le infrastrutture energetiche hanno causato diverse vittime, mandando in frantumi una sensazione di pace che anche dopo l’ultimo annuncio non sarà facile ristabilire.
Un limbo
I sistemi politici e le economie del mondo vacillano, intrappolati in un limbo in cui ciclicamente la vita a tratti ritorna, poi è sospesa, poi torna ancora. Sempre sotto la minaccia di continue violenze a suon di bombe e droni, e l’incubo estremo di un’offensiva statunitense a tutto campo in Iran.
Nel frattempo, il Qatar ha perso il 17 per cento della sua capacità di esportazione di gas naturale liquefatto. Ora magari lo stretto di Hormuz riaprirà, ma la sua chiusura usata come arma di guerra ha immediatamente ridefinito le priorità economiche dell’Arabia Saudita, deviando gli investimenti verso la costruzione di infrastrutture come porti e data center. Anche Dubai è sotto pressione. Le grandi compagnie aeree continuano a sospendere i voli e si prevede una grave contrazione dell’economia del paese.
Nonostante queste ripercussioni economiche, c’è un prezzo da pagare più astratto, meno misurabile, su cui vale la pena riflettere, anche se questa dovesse essere la volta buona per la pace. Questa guerra ha avuto un impatto destabilizzante su milioni di persone, la loro situazione economica, professionale e personale è stata sconvolta dalle rapide riconfugurazioni provocate dal sodalizio distruttivo e bellicoso fra Trump e Benjamin Netanyahu. Insieme questi due leader hanno deciso di perseguire i loro obiettivi in Medio Oriente fregandosene delle ripercussioni subite da chi effettivamente vive nella regione.
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Nei surreali “cessate il fuoco” proclamati finora, sta mutando il significato stesso della guerra. A Gaza quasi mille persone sono state uccise dall’inizio del cessate il fuoco, nell’ottobre dell’anno scorso.
In Libano dall’entrata in vigore del cessate il fuoco ad aprile, Israele ha continuato a uccidere, a espellere centinaia di migliaia di abitanti dalle loro case e a bombardare alcune zone di Beirut. Sono circa un milione gli sfollati. I quasi millecinquecento morti degli ultimi due mesi sono circa un terzo delle vittime totali registrate da quando il conflitto è riesploso a inizio marzo. Di queste vittime, più di un quarto sono bambini.
Dopo il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran di aprile, i due paesi hanno continuato gli attacchi, come dimostrano anche i recenti bombardamenti statunitensi su alcune città dell’Iran meridionale.
Un nuovo vocabolario
Per negare la realtà della guerra è stato sviluppato tutto un nuovo vocabolario: le tregue e i cessate il fuoco sono “fragili”, “precari”, sono “messi alla prova” o “in discussione”. Questo accade mentre continuano gli attacchi dei droni, le uccisioni e le invasioni, accompagnati da un teatrino diventato fin troppo consueto: annunci di un’imminente tregua permanente che comprenderebbe anche il Libano, e poi l’elenco inevitabile dei punti spinosi.
In che modo saranno gestiti la riapertura dello stretto di Hormuz, l’arricchimento dell’uranio iraniano e le limitazioni al programma nucleare di Teheran? Sono solo alcune delle sgradevoli questioni che andranno chiarite affinché la pace possa davvero tornare.
Ma nulla di tutto ciò che ci ha portato fino a questo punto può dare fiducia o certezze alle persone. È una macabra forma del gioco degli scacchi. Quando gli Stati Uniti, insieme ai mediatori pakistani, hanno dichiarato che domenica si sarebbe potuti giungere all’annuncio di un cessate il fuoco, gli iraniani hanno precisato che non erano ancora stati definiti tutti i dettagli e poi hanno minacciato di ritirarsi completamente dai negoziati se Israele avesse bombardato la periferia di Beirut.
Anche se questo accordo di pace ha il consenso di tutte le parti, ci sono ancora delle fasi sulle quali bisognerà lavorare. Per non parlare del fatto che Israele ormai occupa quasi il 20 per cento del territorio libanese, mentre il suo primo ministro sembra disposto a sfidare Trump e attaccare unilateralmente l’Iran.
Il problema della guerra è che più va avanti, più crea nuove realtà sul campo e nuovi progetti, con obiettivi diversi tra loro e che non possono più essere ricondotti alla situazione esistente prima del conflitto. Netanyahu probabilmente vorrà sfruttare la sua posizione di vantaggio in Libano con la scusa di cancellare Hezbollah, senza alcun interesse per un accordo di pace con l’Iran che stabilizzerebbe il regime, dopo aver avuto l’occasione di metterlo in ginocchio. Trump è stato umiliato e smascherato dall’atteggiamento di sfida e dalla reazione dell’Iran. Per questo ha continuato a promettere pace e a minacciare contemporaneamente di radere al suolo “tutte le infrastrutture” iraniane.
Nel frattempo, mentre aspettavamo scelte razionali da questi leader assolutamente irrazionali, la guerra – comunque vogliamo definirla in base alla sua intensità – è diventata la norma.
La situazione del Libano non si risolverà da un giorno all’altro. Milioni di sfollati non potranno tornare e ricostruire la loro vita subito dopo la firma dell’accordo: Israele notoriamente non ama abbandonare i territori occupati in segno di distensione.
Gaza rimane una ferita aperta. Gli iraniani hanno ancora il potere di prendere in ostaggio la regione e l’economia mondiale con i loro attacchi e il controllo dello stretto di Hormuz. I paesi arabi rimangono in un’attesa carica d’insicurezza, ostaggio dell’impossibile equilibrio tra Teheran, Tel Aviv e Washington.
Intanto, cominceremo a interiorizzare la percezione che la realtà è questa, che è sempre stata questa, mentre le persone continueranno a sforzarsi di vivere le proprie vite nel mezzo del più grande conflitto regionale della storia del Medio Oriente contemporaneo. Perché ce ne vuole per uccidere gli esseri umani.