Donald Trump è finalmente riuscito a ottenere un accordo con l’Iran nel giorno del suo ottantesimo compleanno. Lo aveva annunciato tante volte che il dubbio è rimasto fino all’ultimo minuto, soprattutto dopo il bombardamento israeliano di ieri sulla periferia sud di Beirut e le minacce di ritorsioni iraniane. Trump ha preso le distanze dal suo alleato israeliano ed è riuscito a salvare l’accordo.

Come previsto, tutti rivendicano una vittoria clamorosa. Il vicepresidente statunitense JD Vance, che dovrebbe firmare l’accordo con gli iraniani venerdì a Ginevra, ha affermato che il Medio Oriente ne sarà trasformato per i prossimi cinquant’anni. Quanto all’Iran, proclama che gli Stati Uniti e Israele sono stati “umiliati” e hanno dovuto rassegnarsi a riconoscere la sconfitta.

Nessuna delle due cose è vera, ovviamente, tanto più che per ora firmeranno solo un documento che prolunga di sessanta giorni il cessate il fuoco, consente la riapertura dello stretto di Hormuz e la fine della guerra di Israele in Libano, oltre alla graduale revoca delle sanzioni contro l’Iran. Ma seguiranno negoziati sulla questione nucleare, sulle scorte di 440 chili di uranio altamente arricchito e sulle altre complicate questioni dei missili balistici e dell’azione regionale di Teheran. In altre parole, l’accordo riporta la regione alla situazione di prima della guerra, ma non risolve nulla: la parte più difficile deve ancora venire.

Non bisogna dare ascolto alle spacconate dei due belligeranti che proclamano la propria vittoria per uso interno. Ma la realtà è crudele: Donald Trump non ha ottenuto il successo sperato; deve accontentarsi di un processo negoziale che non gli consentirà di fare molto meglio di Barack Obama nel 2015.

Ossessionato dal suo predecessore, Trump ha smantellato quello che Obama aveva fatto: strappando l’accordo con l’Iran nel 2018, ha senza dubbio commesso un errore storico. Otto anni dopo, non sta facendo meglio, dopo una guerra che appare chiaramente inutile, distruttiva in termini di vite umane e che ha destabilizzato la regione e il mondo, rivelando i limiti della potenza statunitense e le sue stesse incoerenze. Tutto questo per niente.

Il grande perdente

Il grande perdente è sicuramente Benjamin Netanyahu, a cui gli statunitensi rimproverano di averli trascinati in questa guerra e di aver tentato per due volte, bombardando Beirut, di sabotare i negoziati con l’Iran che stavano a cuore a Trump. Il presidente statunitense ha usato parole dure contro il primo ministro israeliano, a poche settimane dalle elezioni nello stato ebraico. Gli oppositori di Netanyahu parlano già di “uno dei fallimenti più sconcertanti” della storia di Israele.

Per quanto riguarda l’Iran, come è stato detto più volte, per il regime di Teheran il semplice fatto di sopravvivere è una vittoria. È sopravvissuto nonostante l’eliminazione dei suoi principali leader, tra cui la guida Ali Khamenei, e settimane di bombardamenti intensivi. Ha condotto una guerra asimmetrica, con il blocco dello stretto di Hormuz che si è rivelato un’arma formidabile, prendendo in ostaggio l’economia mondiale.

Il regime, ormai militarizzato, esce da questa guerra con un paese dissanguato, ma che si appresta a vedere sbloccati decine di miliardi di dollari e potrà esportare liberamente il petrolio. Si impegna a non sviluppare l’arma nucleare, ma lo aveva già fatto nel 2015, e questo non gli costa nulla in una prospettiva a lungo termine.

Ce lo dimentichiamo, ma questa guerra era cominciata anche per difendere il popolo iraniano, massacrato all’inizio dell’anno dopo una rivolta. Gli iraniani non hanno guadagnato nulla né dalla guerra né da questo dopoguerra dal sapore amaro. Sì, tutto questo per niente.

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