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Chi dirà basta alla guerra nello Yemen?

Tra le macerie di una casa distrutta da un bombardamento condotto dall’Arabia Saudita a Sanaa, nello Yemen, il 25 agosto 2017. (Hani Mohammed, Ap/Ansa)

In che momento e a quali condizioni una volontà internazionale può diventare abbastanza forte per dire “basta” a una guerra che viola tutte le “regole” prodotte da un secolo e mezzo di conflitti?

Il momento e le condizioni ci sono da tempo per il conflitto nello Yemen, ma per ora questo paese si sta disintegrando sotto lo sguardo passivo del resto del mondo, per i colpi inferti dalla guerra condotta dall’Arabia Saudita e dai suoi alleati, e per la guerra civile in cui la prima vittima è come sempre la popolazione civile. La situazione è così grave che si è formata una coalizione di 57 organizzazioni non governative internazionali tra le più importanti per chiedere alle Nazioni Unite di aprire un’inchiesta internazionale indipendente sugli abusi compiuti in questo paese dalle diverse fazioni.

Le rivolte delle primavere arabe del 2011 in favore della libertà hanno fatto rapidamente cadere i regimi autoritari della Tunisia e dell’Egitto. Ma le rivolte successive sono degenerate in scontri che hanno fatto sprofondare interi paesi in guerre di natura diversa come è successo in Libia, in Siria e nello Yemen.

Così la lotta per il potere nello Yemen, conseguenza di una rivoluzione incompiuta, è servita da pretesto a formare, nel marzo del 2015, una coalizione condotta dalla vicina Arabia Saudita. Riyadh voleva dare una dimostrazione di forza all’Iran, accusato di essere dietro i ribelli houthi, e uno dei protagonisti della crisi yemenita. Riyadh ha deciso di intervenire dopo che gli houthi, alleati dell’ex presidente Ali Abdallah Saleh, hanno occupato la capitale yemenita Sanaa e Aden, la capitale del sud.

Nonostante la sua inesperienza, il giovane principe Mohamed bin Salman, appena nominato ministro della difesa dell’Arabia Saudita, voleva mostrare il “risveglio sunnita” nei confronti di quella che Riyadh considera l’affermazione dell’influenza iraniana in una parte del mondo arabo (Libano, Siria, Iraq, Yemen), e al tempo stesso una dimostrazione di forza personale nei giochi di potere della monarchia wahhabita.

Non a caso nel giugno scorso Mohamed bin Salman è diventato il principe ereditario dell’Arabia Saudita cambiando l’ordine di successione in suo favore.

Conseguenze drammatiche
Il problema è che questa guerra, condotta per lo più dagli eserciti molto ben equipaggiati dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti in un paese che figura tra i più poveri del mondo, non è andata come previsto. Non solo l’operazione infelicemente nominata “Tempesta decisiva” non ha permesso di ottenere dei successi militari determinanti, ma soprattutto ha avuto delle conseguenze umanitarie drammatiche per i 28 milioni di yemeniti.

I bombardamenti, tutt’altro che mirati, hanno riportato il paese indietro di decenni con la distruzione delle città e delle infrastrutture. Inoltre, la guerra è stata seguita dalla carestia e da epidemie su vasta scala – sei milioni di persone rischiano di morire di fame secondo le ong – che trovano le organizzazioni umanitarie per lo più impotenti.

L’ultima è stata la grande epidemia di colera di questa estate. Un contagio che, secondo Libération, ha dato allo Yemen il triste primato della più grande epidemia di colera dal 1949, anno in cui sono stati raccolti per la prima volta dei dati ufficiali.

In un paese dove la metà delle strutture sanitarie è stata chiusa o distrutta nel corso di bombardamenti spesso intenzionali, come aveva denunciato l’anno scorso l’organizzazione Medici senza frontiere (Msf), portare dei soccorsi è una vera e propria impresa.

Il think tank Crisis group, con sede a Bruxelles, afferma che la fame di cui soffre il 60 per cento degli yemeniti non è affatto dovuta a cause naturali ma all’azione “voluta” dei belligeranti di “criminalizzare l’economia”, accompagnata all‘“indifferenza” e al ruolo “complice svolto dalla comunità internazionale, compresi i membri più importanti del Consiglio di sicurezza [dell’Onu] come gli Stati Uniti, il Regno Unito e la Francia”.

È impossibile infatti trovare una posizione chiara della Francia su questo conflitto. Del resto Parigi aveva sostenuto l’entrata in guerra dell’Arabia Saudita nel marzo 2015, e anche se il presidente Emmanuel Macron ha preso le distanze da Riyadh in un suo grande discorso di politica estera il 5 settembre a Parigi rifiutando di “scegliere” tra sunniti e sciiti, si è comunque astenuto dal citare lo Yemen.

Laboratorio jihadista
La situazione è ancora peggiore per quanto riguarda Donald Trump, che in occasione della sua visita a Riyadh – il suo primo viaggio internazionale nel maggio scorso – ha criticato soprattutto l’Iran, con grande soddisfazione dei suoi interlocutori. Del resto gli Stati Uniti sono direttamente coinvolti perché è proprio in questo paese che Trump ha autorizzato dieci giorni dopo il suo insediamento alla Casa Bianca la prima operazione delle forze speciali del suo mandato, peraltro conclusasi con un fallimento, e diverse decine di raid aerei.

Questa passività diplomatica, per paura di inimicarsi un importante “cliente” o per calcolo strategico contro l’Iran, ha l’effetto di mantenere in vita una guerra insensata, i cui obiettivi si sono da molto tempo persi nella sabbia, e che al contrario oggi si sta trasformando in un terreno fertile o addirittura da “laboratorio” – secondo la formula utilizzata da Le Monde – per gruppi jihadisti come Al Qaeda.

Questo conflitto non attira l’attenzione che meriterebbe. Le difficoltà di questo teatro di guerra ostacolano la presenza dei giornalisti, e ogni incursione dei mezzi d’informazione, come quella di questa estate dei nostri colleghi di Le Monde Jean-Philippe Rémy e del fotografo Olivier Laban-Mattei, ha il merito di fare un po’ di luce sull’orrore yemenita prima che cali di nuovo il buio.

La portata delle violazioni delle elementari “regole ” umanitarie di guerra, come il reclutamento di bambini soldato, le strutture sanitarie trasformate in veri e propri bersagli o il bombardamento dei quartieri residenziali, giustifica quanto meno l’apertura di un’inchiesta imparziale delle Nazioni Unite come chiedono diverse ong come Human rights watch, Amnesty international, Medici senza frontiere o la Rete araba di informazione sui diritti dell’uomo (Anhri) con sede la Cairo.

“L’inchiesta dovrebbe avere lo scopo di accertare i fatti e le circostanze, e di raccogliere e conservare le prove e chiarire le responsabilità delle presunte violazioni del diritto internazionale dei diritti umani e delle trasgressioni del diritto internazionale umanitario, in vista di mettere fine all’impunità e assicurare la responsabilizzazione dei vari belligeranti”.

La diplomazia europea potrebbe farsi portatrice di questa istanza, alla stregua di Emmanuel Macron che nel suo discorso di politica estera ha pronunciato un grande elogio dei diritti umani, che ha definito “non solo valori occidentali, ma princìpi universali, norme giuridiche liberamente adottate da tutti i paesi del mondo che dobbiamo continuamente spiegare, difendere e migliorare”.

Da molto tempo un capo di stato non aveva messo così in evidenza i diritti umani, diventati negli ultimi anni i parenti poveri della diplomazia. Ma di fronte al cinismo dominante nelle relazioni internazionali in questo inizio di ventunesimo secolo le parole non hanno molto peso, e purtroppo gli yemeniti ne pagano in silenzio le conseguenze.

(Traduzione di Andrea De Ritis)

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