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La stagione dei sospetti tra la Cina e il resto del mondo

Wuhan, Cina, 14 aprile 2020. (Aly Song, Reuters/Contrasto)

Trarre conclusioni prima della fine della crisi è chiaramente impossibile, ma una cosa è certa: il covid-19 avrà un impatto duraturo sulle relazioni tra la Cina e il resto del mondo. La pandemia sta accelerando alcune tendenze preesistenti che hanno partorito una nuova guerra fredda, diversa da quella che ha diviso il mondo nel periodo sovietico ma non meno pericolosa.

In questa faccenda ci sono i fatti e le strumentalizzazioni, le realtà e i fantasmi, ma soprattutto c’è tantissima ideologia. Inizialmente sulla difensiva, il regime cinese è passato all’attacco (spesso esagerando) e accentuando una sfiducia, per non dire ostilità, che non dovrebbe esistere nel contesto di una pandemia che bisognerebbe affrontare tutti insieme.

I fatti ci dicono che esistono ancora diverse zone d’ombra a proposito dell’inizio dell’epidemia nella città di Wuhan.

Scarsa credibilità
Al momento non ci sono prove concrete a sostegno di un errore di laboratorio a Wuhan, e la situazione è troppo grave per affidarsi solo a sospetti e dichiarazioni a effetto di qualche personalità.

Ma è altrettanto vero che le smentite del governo cinese non convincono, e questo dovrebbe far riflettere i vertici di Pechino. Il fatto che la Cina abbia inizialmente nascosto le informazioni in merito al virus e messo a tacere le persone che avevano lanciato l’allarme mina la credibilità della comunicazione cinese.

Dal potere cinese soffia un vento inquietante fatto di nazionalismo e trionfalismo

La Cina dovrebbe fare chiarezza sull’origine e lo sviluppo di un’epidemia che ha trascinato il mondo in una crisi senza precedenti. Purtroppo, però, Pechino ha una visione diversa delle cose.

Dal potere cinese soffia un vento inquietante fatto di nazionalismo e trionfalismo, con un sistema politico autoritario che si presenta al mondo come modello da seguire davanti alle difficoltà dell’occidente e che pretende di riscrivere la storia. Le carenze comunicative dell’ambasciata cinese in Francia, che sono valse all’ambasciatore una convocazione al ministero degli esteri a Parigi, ne sono un esempio lampante.

Nel frattempo le provocazioni sfacciate di Donald Trump, che ha trovato nel capro espiatorio cinese uno strumento per giustificare i propri errori e alimentare i focolai del nazionalismo sul fronte interno, fanno il gioco della propaganda cinese. In questo momento è evidente che il candidato Trump sta pensando che demonizzare la Cina gli tornerà utile per la campagna elettorale.

Di conseguenza è difficile separare le preoccupazioni legittime per l’ascesa di una Cina che non rispetta le regole dal vociare di quelli che vorrebbero strumentalizzarla per fini altrettanto deprecabili.

Domanda aperta
Le premesse di questa nuova guerra fredda erano già presenti nella battaglia tecnologica scatenata da Donald Trump, in particolare contro il gigante della telefonia Huawei. È probabile che le tensioni resteranno immutate dopo la crisi, mettendo l’Europa davanti a una scelta difficile tra le due superpotenze.

È ancora possibile avere un rapporto con la Cina che eviti sia la condiscendenza sia la guerra fredda? La domanda resta aperta e a rispondere dovranno essere prima di tutto i leader cinesi, magari alla fine di una crisi sanitaria che ci ha riportati alla stagione dei sospetti.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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