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Prove di disgelo tra Joe Biden e Xi Jinping

Washington, 15 novembre 2021. Il presidente statunitense Joe Biden in collegamento con il presidente cinese Xi Jinping. (Jonathan Ernst, Reuters/Contrasto)

La posta in gioco era tanto semplice quanto cruciale: trovare un modo in cui le due principali potenze del ventunesimo secolo possano rivaleggiare senza rischiare di farsi la guerra. Il degrado dei rapporti tra la potenza dominante, gli Stati Uniti, e quella emergente, la Cina, era tale da rendere indispensabile un tentativo di definire le regole del gioco. O meglio, come ha dichiarato Joe Biden all’apertura del vertice in videoconferenza, bisognava concepire “misure antincendio ragionevoli”. La volontà, in altri termini, è quella di passare da uno scontro frontale a una “concorrenza responsabile”, per usare l’espressione di un componente della squadra di Biden.

Dopo l’avvento di Biden alla Casa Bianca, a gennaio, i contatti al vertice tra i due paesi sono stati sporadici. L’incontro di tre ore avvenuto la sera del 15 novembre è dunque fondamentale in un contesto in cui si stavano accumulando i contenziosi economici, politici e strategici.

Il momento non è casuale: Biden sente di aver iniziato a ristabilire i rapporti di forze focalizzando tutta la potenza americana in direzione della Cina, mentre Xi arriva al vertice più forte che mai sul fronte interno dopo la riunione del Partito comunista cinese della settimana scorsa.

Naturalmente un vertice non basta a calmare le acque, e nessuno ne aveva la pretesa. Ma le due parti si sono comunque sforzate di mostrare la propria buona volontà. Xi ha aperto l’incontro definendo Biden “Lao Peng You”, “vecchio amico” in mandarino, un’espressione estremamente codificata del Partito comunista. Può sembrare banale, ma è un modo per lasciarsi alle spalle la conflittualità degli ultimi mesi.

Passato e futuro
Biden ha ricordato le ore trascorse a discutere con Xi quando era vicepresidente di Barack Obama e l’attuale numero uno cinese era la stella nascente del suo paese. Anche in questo caso si è trattato di un modo per superare l’ostilità imperante.

Questa messa in scena della parte pubblica del vertice aveva come obiettivo quello di smontare la logica del confronto in cui i due paesi sembravano irrimediabilmente sprofondati. In questo modo è possibile affrontare i temi di fondo.

Ma alla base esistono “linee rosse” che ognuno dei due leader si è sforzato di far presente all’interlocutore, e qui si finisce presto per ritornare al conflitto. A cominciare dalla questione di Taiwan, di cui Pechino considera il “ritorno” nel suo girone assolutamente non negoziabile, mentre Washington s’impegna a difendere l’isola democratica in caso di attacco. A questo stadio non è possibile alcun compromesso, ma ognuno saprà fino a che punto spingersi.

La stessa dinamica si ripresenta a proposito dei diritti umani, nello Xinjiang e altrove, con l’intransigenza di Pechino rispetto a qualsiasi ingerenza nei propri affari interni laddove Washington ne fa una questione di princìpi universali.

La missione, dunque, è quella di definire una “coesistenza pacifica” del ventunesimo secolo, per riprendere una formula che risale alla guerra fredda con l’Unione Sovietica. Il dialogo andrà avanti, e questo è già un riconoscimento del fatto che nessuna delle due potenze potrà eclissare l’altra. I rapporti sino-americani somigliano alla formula del filosofo francese Raymond Aron, anch’essa riferita alla prima guerra fredda: “Una guerra improbabile, una pace impossibile”. Bisognerà conviverci…

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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