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La crisi politica israeliana pesa sui rapporti con l’occidente

Lod, Israele, 15 marzo 2023. Un manifestante all’aeroporto internazionale Ben Gurion, dopo la partenza di Benjamin Netanyahu per Berlino. Sul cartello è scritto “Non tornare”. (Ammar Awad, Reuters/Contrasto)

Quale paese al mondo si è appena rifiutato di ricevere Josep Borrell, capo della diplomazia europea? Il ministro delle finanze di quale paese si reca negli Stati Uniti e in Francia senza il minimo contatto con i governi dei due paesi?

Strano a dirsi, ma questo paese è Israele, di sicuro non abituato a essere considerato quasi un paria nel mondo occidentale. Certo, il primo ministro Benjamin Netanyahu è stato ricevuto a Parigi dal presidente della repubblica Emmanuel Macron e a Roma dalla presidente del consiglio Giorgia Meloni, e in questo momento si trova a Berlino per incontrare il cancelliere Olaf Scholz.

Ma anche se il capo del governo, che ha alle spalle decenni di rapporti personali con i leader europei e statunitensi, viene ricevuto all’estero, non sempre ottiene commenti gradevoli sulle scelte del suo governo.

Movimento di opposizione nazionale
Al centro dei problemi c’è la crisi politica innescata dalla coalizione che Netanyahu ha formato con l’estrema destra israeliana, autrice di una riforma giudiziaria che secondo buona parte della società israeliana è antidemocratica. Le proteste che vanno avanti da settimane costituiscono un movimento di opposizione nazionale.

Potremmo sempre giudicare comprensibile il fatto che Josep Borrell abbia trovato la porta chiusa in Israele dopo aver criticato, all’interno del parlamento europeo, la politica della colonizzazione in Cisgiordania incoraggiata dal governo israeliano; o che Bezalel Smotrich, ministro delle finanze e leader di un partito di estrema destra residente nella colonia di Kedoumim, in Cisgiordania, sia boicottato dalle autorità in occasione delle sue visite all’estero.

Europei e statunitensi non hanno alcuna voglia di opporsi a Israele, e le loro critiche sono sempre state annacquate da proclami di amicizia e fedeltà

Ma resta il fatto che esiste un imbarazzo reale dopo appena tre mesi dalla formazione del nuovo governo. L’esecutivo israeliano non ha perso tempo prima di mettere in atto il suo programma di riforme giudiziarie, con il tentativo di imporre la pena di morte per terrorismo in un paese che l’ha applicata solo una volta nella sua storia, nei confronti del nazista Adolf Eichmann.

Le esternazioni dell’estrema destra come quelle del ministro Smotrich rendono difficile chiudere gli occhi, anche ai paesi che hanno sempre esitato di fronte alla possibilità di criticare lo stato ebraico, per motivi storici o per non alimentare l’antisemitismo.

Questo deterioramento rischia di aggravarsi? La risposta dipende da due fattori. Il primo è la crisi politica israeliana: peggiorerà o sarà attenuata? Il 15 marzo una proposta di compromesso avanzata dal presidente israeliano Isaac Herzog è stata respinta dai partiti della coalizione, lasciando prevedere una crisi ancora più acuta.

Il secondo fattore è la guerra in Ucraina, che non ha nessun legame con la situazione israeliana ma che in tutto il mondo alimenta il sospetto che gli occidentali applichino “due pesi e due misure” a seconda delle crisi. Nel caso specifico, l’occidente si mostra inflessibile rispetto alla Russia dopo aver tollerato per decenni il mancato rispetto delle risoluzioni delle Nazioni Unite nel caso dei palestinesi.

Europei e statunitensi non hanno alcuna voglia di contrapporsi a Israele, e le loro critiche sono sempre state annacquate da proclami di amicizia e fedeltà. Ma se il governo di Tel Aviv uscirà palesemente dal campo democratico, correrà il rischio di distruggere questo legame emotivo che affonda le sue radici nell’Olocausto e nei miti fondativi di Israele.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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