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L’omicidio che mostra le fratture della Libia

Saif al Islam Gheddafi a Tripoli, Libia, 23 agosto 2011 (Balkis Press, Balkis Press/Ansa)

Il commando, composto da quattro persone con il volto coperto, è arrivato a bordo di un pick-up ad Al Zintan, nel nordovest della Libia. Gli uomini armati non hanno lasciato alcuna possibilità di salvarsi al loro bersaglio, che è stato ucciso senza opporre resistenza. Poi il commando è ripartito senza incontrare la minima resistenza.

La vittima ha un cognome celebre: Gheddafi. Il 3 febbraio Saif al Islam Gheddafi, secondogenito dell’ex dittatore libico rovesciato e assassinato nel 2011, è stato a sua volta ucciso. Dato che nessuno ha rivendicato l’operazione, le ipotesi si stanno moltiplicando rapidamente.

Cinquantatré anni, considerato un tempo il probabile successore del padre, Saif al Islam Gheddafi viveva recluso ad Al Zintan, feudo della sua famiglia, protetto da una milizia locale o forse detenuto, questo non era chiaro. In ogni caso la protezione non ha impedito che fosse ucciso.

Per molto tempo Saif al Islam Gheddafi ha cercato di dare un volto moderno al regime stravagante creato dal padre. Si era laureato alla prestigiosa London school of economics, la cui decisione di accettare un regalo libico aveva fatto scandalo. Il figlio del dittatore si presentava come moderato, ma quando è esplosa la rivolta contro il regime del padre ha minacciato di uccidere tutti i ribelli, fino all’ultimo.

Dopo un lungo soggiorno in carcere e i procedimenti contro di lui aperti dalla Corte penale internazionale, nel 2021 Saif al Islam Gheddafi aveva cercato di tornare alla ribalta per le elezioni presidenziali. All’epoca aveva perfino ricevuto un giornalista del New York Times in una sontuosa villa.

Ma alla fine le elezioni non ci sono mai state, e Saif al Islam Gheddafi, prematuramente invecchiato, si era isolato ad Al Zintan, dov’è stato raggiunto dai suoi assassini. In Libia il nome Gheddafi suscita sentimenti contrastanti. In alcuni evoca la nostalgia di un’epoca più stabile rispetto all’ultimo decennio, mentre in altri ravviva il desiderio di vendetta dopo gli anni della dittatura.

In ogni caso l’omicidio di Saif al Islam ci ricorda che dopo il rovesciamento del regime del padre, avvenuto nel 2011 grazie agli eserciti della Nato, su iniziativa del presidente francese Nicolas Sarkozy e del primo ministro britannico David Cameron, la Libia non si è mai più ripresa.

Ancora oggi il paese è spaccato in due, con un governo a Tripoli riconosciuto a livello internazionale e un altro nell’est e nel sud, controllato dal generale Khalifa Haftar, ex comandante militare diventato signore della guerra, che in passato ha goduto dell’appoggio francese e che continua ad avere alleati importanti, a cominciare dagli Emirati Arabi Uniti. A questo scontro si aggiunge un mosaico di milizie locali che controllano i rispettivi territori.

Come l’Iran nel 2003, la vicenda della Libia mostra i pericoli degli interventi militari esterni. In Libia gli occidentali sono intervenuti per salvare gli abitanti di Bengasi, seconda città del paese, dalla repressione di Muammar Gheddafi. Ma in questo modo hanno spalancato le porte dell’inferno, che non si sono più richiuse.

L’intervento nel paese sembrava aver chiuso la pagina dell’ingerenza armata per motivi umanitari, che alla fine dei conti ha creato più sofferenza che speranza. Tuttavia, la repressione sanguinosa imposta il mese scorso dal regime iraniano e la minaccia di Trump di attaccare Teheran dimostrano che il dibattito non è ancora finito.

Un omicidio in Libia, quattordici anni dopo l’intervento occidentale, ci ricorda che con il pretesto di aiutare un popolo minacciato si può destabilizzare a lungo un intero paese.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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