Saif al Islam Gheddafi, secondogenito del defunto dittatore libico Muammar Gheddafi, ricercato dalla Corte penale internazionale (Cpi) per crimini contro l’umanità, è stato ucciso il 3 febbraio nell’ovest della Libia da uomini armati non identificati. Aveva 53 anni.

“È stato ucciso alle 14 ad Al Zintan, nella sua casa, da un commando armato composto da quattro persone”, ha dichiarato all’Afp il suo avvocato francese, Marcel Ceccaldi.

Considerato a lungo un potenziale candidato alla successione del padre prima della caduta del regime libico nel 2011, aveva cercato di costruirsi un’immagine di moderato e riformatore, una reputazione che aveva però compromesso promettendo un bagno di sangue all’inizio della guerra civile in Libia.

Secondo il suo consigliere Abdullah Othman Abdurrahim, quattro uomini armati “hanno dato l’assalto alla sua residenza dopo aver neutralizzato le videocamere di sorveglianza, e poi l’hanno ucciso a sangue freddo”.

“Non è ancora chiaro chi siano questi uomini armati”, ha dichiarato Ceccaldi, che ha aggiunto di aver parlato con il suo cliente per l’ultima volta circa tre settimane fa.

Ha tuttavia precisato di aver saputo una decina di giorni fa, da uno dei familiari di Gheddafi, “che c’erano dei problemi legati alla sua sicurezza”.

Ricercato dalla Cpi per crimini contro l’umanità, Saif al Islam Gheddafi era stato arrestato nel 2011 nel sud della Libia. Detenuto a lungo ad Al Zintan, era stato condannato a morte nel 2015 al termine di un processo sommario, prima di beneficiare di un’amnistia.

Fino all’annuncio della sua morte non si sapeva dove si trovasse. “Si spostava spesso”, ha confermato Ceccaldi.

Nel 2021 aveva presentato la sua candidatura alle presidenziali, contando sul sostegno dei nostalgici del vecchio regime, ma alla fine le elezioni non erano state organizzate.

Dalla caduta di Gheddafi, la Libia fatica a ritrovare stabilità e unità.

Due governi si contendono attualmente il potere: quello di unità nazionale (Gnu) con sede a Tripoli, guidato da Abdul Hamid Dbaibah e riconosciuto dalle Nazioni Unite, e quello di Bengasi (est), guidato dal maresciallo Khalifa Haftar, che ha esteso la sua autorità al sud del paese.