Se cercate un barometro delle tensioni che stravolgono il mondo non dovete guardare alle Nazioni Unite, ma alla Biennale di arte contemporanea di Venezia, che ha preso il via in settimana. La biennale è una sorta di olimpiade dell’arte contemporanea, dove gli artisti rappresentano gli stati e in cui il premio principale, il Leone d’oro, vale come una medaglia.
Quest’anno la biennale è in fermento a causa dei grandi conflitti della nostra epoca: l’invasione russa dell’Ucraina, Gaza e le minacce di Donald Trump. Il 7 maggio, in una sorta di programma artistico alternativo, il gruppo femminista Femen e il collettivo di musiciste russe Pussy Riot hanno manifestato rumorosamente davanti al padiglione russo. Poco dopo, una processione in memoria degli artisti di Gaza uccisi da Israele si è svolta nei giardini della biennale, imitando il suono ossessivo dei droni.
Ma la crisi va ben oltre la performance artistica. La giuria che attribuisce i premi si è dimessa in blocco la settimana scorsa, mentre la Commissione europea ha deciso di cancellare il proprio finanziamento alla manifestazione e il governo italiano ha espresso il suo disaccordo con gli organizzatori.
La causa del tumulto è la decisione del presidente della biennale Pietrangelo Buttafuoco, contro il parere di Roma, di invitare la Russia e Israele, due paesi i cui leader sono sottoposti a mandati d’arresto della Corte penale internazionale. La Russia era stata esclusa nel 2024 dopo l’invasione dell’Ucraina, ma ora torna alla biennale anche se la guerra è ancora in corso.
Cassa di risonanza
Queste polemiche di rara intensità rilanciano l’eterno dibattito sui rapporti tra arte e politica. Ma a Venezia la discussione si risolve automaticamente, perché a differenza di quanto succede nelle fiere d’arte classiche, la biennale più che centenaria comprende padiglioni nazionali e artisti scelti dai governi.
Gli artisti di tutto il mondo discutono da mesi di questa situazione. Il sentimento dominante è che la neutralità è impossibile davanti alle guerre e ai crimini commessi dagli stati rappresentati a Venezia.
La biennale è sempre stata una cassa di risonanza delle contraddizioni del mondo. Durante le guerre mondiali non è stata organizzata e in seguito ha vissuto diverse tempeste, per esempio all’epoca della guerra in Vietnam.
L’eco è tanto più forte se consideriamo che la partecipazione alla biennale è una forma di soft power, la diplomazia delle influenze messa in atto dagli stati con l’obiettivo di abbellire la propria immagine. Per numerosi artisti tacere vuol dire essere complici di un “insabbiamento” dei crimini commessi mentre l’arte viene esposta a Venezia. Il caso della Russia è particolarmente delicato, anche perché la responsabile del padiglione di Mosca è la figlia di un oligarca dell’industria degli armamenti sottoposto a sanzioni dall’Europa.
La direzione della Biennale di Venezia paga la sua scelta rischiosa di ignorare un contesto mondiale difficile e di forzare la mano. La manifestazione, inevitabilmente, ne risulterà indebolita a lungo termine. Ma è altrettanto vero che la risposta degli artisti alle tensioni del mondo non è semplice: quali devono essere i criteri della loro indignazione affinché non sia selettiva? E cosa può fare il potere dei simboli quando la guerra imperversa? Venezia, quest’anno, è al crocevia di tutti i problemi che assillano un mondo diviso.
(Traduzione di Andrea Sparacino)
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