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Perché l’Iran attacca anche i paesi arabi del Golfo

La raffineria Bapco colpita dall’Iran. Sitra, Bahrein, 9 marzo 2026 (Reuters/Contrasto)

Si può essere un’oasi di pace e prosperità nel cuore di una delle zone più instabili del pianeta? Questa domanda i paesi arabi del Golfo preferivano non porsela, affidandosi a un equilibrismo che finora gli era sempre riuscito.

Le cose, però, sono cambiate dopo il 28 febbraio scorso, data dell’inizio della guerra scatenata dai bombardamenti di Israele e Stati Uniti contro l’Iran. Il regime di Teheran ha risposto mettendo in pratica le sue minacce e lanciando centinaia di missili e droni in direzione dei suoi vicini arabi: Qatar, Emirati Arabi, Kuwait, Bahrein e naturalmente Arabia Saudita. Gli attacchi sono proseguiti, in un conflitto che appare inedito per diverse ragioni.

Probabilmente i paesi del Golfo credevano di essere al riparo da uno scenario simile, anche perché a giugno dell’anno scorso, in occasione della cosiddetta guerra dei dodici giorni condotta da Israele e poi anche dagli Stati Uniti, la risposta iraniana era stata diretta solo contro lo stato ebraico. Gli abitanti del Golfo, che all’epoca avevano visto passare i missili sopra le loro teste, pensavano che anche stavolta sarebbe successo lo stesso. Si sbagliavano, e ora il prezzo da pagare è alto.

Teheran ha giustificato i suoi attacchi con il fatto che i paesi colpiti ospitano basi militari statunitensi, di cui la più grande si trova in Qatar. In Kuwait, tra l’altro, gli americani hanno già perso sette uomini. Inoltre, bisogna ricordare che alcuni stati coinvolti, come gli Emirati Arabi, hanno firmato gli accordi di Abramo con Israele, condannati dall’Iran.

La realtà, però, è più complessa di quanto sembri. I paesi colpiti hanno anche rapporti con Teheran. Dubai, per esempio, è uno snodo fondamentale per aggirare le sanzioni che colpiscono gli interessi iraniani, mentre tre anni fa l’Arabia Saudita ha riallacciato i legami diplomatici con l’Iran sotto l’egida della Cina. Per questo motivo gli attacchi degli ultimi giorni hanno sorpreso molti, spingendo qualcuno a considerarli addirittura un’errore strategico da parte del regime di Teheran.

Ma esiste un’altra possibile interpretazione. Donald Trump ha investito molto (in tutti i sensi) nei suoi rapporti con i paesi del Golfo, come dimostra il fatto che il suo primo viaggio presidenziale dopo il ritorno alla Casa Bianca sia stato in Qatar, Emirati Arabi e Arabia Saudita. Attaccando questi paesi, l’Iran sa benissimo quello che fa.

Negli ultimi anni gli stati del Golfo hanno attratto centinaia di milioni di dollari di investimenti, e oggi sono molto legati agli interessi economici statunitensi, e in particolare a quelli della famiglia Trump. Se l’obiettivo è far capire al presidente statunitense che il costo della guerra crescerà ogni giorno che passa, colpire la cassaforte del Golfo potrebbe non essere una cattiva idea.

L’anno scorso, dopo l’operazione di Israele contro Hamas in Qatar, l’intera regione ha notato che Trump ha immediatamente imposto un cessate il fuoco al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, mettendo in chiaro che lo stato ebraico aveva esagerato.

Oggi i paesi del Golfo – compresi gli Emirati, i più vicini a Israele – chiedono la fine della guerra. Hanno bisogno di ricostruire la loro immagine, seriamente compromessa agli occhi degli investitori e di una popolazione terrorizzata. Trump li ascolta, certo, ma ha anche intenzione di soddisfarli? I paesi del Golfo hanno un grande peso nella visione commerciale del presidente statunitense, ma forse non sufficiente, in questa fase, per fermare una guerra totale che in Medio Oriente non risparmia più nessuno.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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