La debolezza del Libano e gli attacchi di Israele
Parallelamente alla guerra di Israele e Stati Uniti in Iran, ce n’è un’altra in corso in Libano, che vede protagonisti Israele (ancora), l’organizzazione filoiraniana Hezbollah e lo stato libanese.
Un esempio di questa complessità è il fatto che il 24 marzo il governo libanese ha definito l’ambasciatore iraniano a Beirut “persona non grata”. Il diplomatico dovrà lasciare il paese entro domenica. In questo modo il Libano vuole dimostrare di non essere nelle mani del regime iraniano e di conservare la propria libertà decisionale.
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La misura è stata accolta con favore da Israele, ma questo non significa che il Libano sia improvvisamente diventato un alleato dello stato ebraico, come dimostra il fatto che l’esercito israeliano continua a condurre un’offensiva contro Hezbollah nel sud del paese, con il rischio di dare vita a un’occupazione duratura di una parte del territorio. A prescindere dalla sua ostilità nei confronti Hezbollah e dell’Iran, il governo di Beirut non può accettare una situazione simile.
Gli israeliani sono determinati a distruggere Hezbollah (avevano già provato a farlo durante la guerra del 2024) e agiscono metodicamente. Allo stesso tempo vogliono garanzie per il futuro. Per questo vogliono creare una zona di sicurezza a sud del fiume Litani. I civili che risiedono nella zona sono stati allontanati, mentre i villaggi e i ponti verso nord sono stati distrutti. I libanesi temono che questa situazione non finirà con la guerra, ma diventerà permanente. Qualcuno avanza già un paragone con le alture del Golan, in Siria, occupate nel 1967 e annesse da Israele.
Lo stato ebraico ha già occupato il Libano del sud dal 1978 al 2000. All’epoca Israele aveva costituito un Esercito del Libano del sud (Els, costituito principalmente da ausiliari cristiani) che controllava il territorio sotto la supervisione israeliana. Nel 2000, quando le truppe israeliane si ritirarono, l’Els è crollato e i suoi quadri si sono rifugiati in Israele temendo di subire rappresaglie. Oggi, con l’espulsione dei residenti, lo scenario sembra diverso.
Il governo libanese paga il prezzo della sua debolezza e della sua impotenza, rivelandosi incapace di disarmare Hezbollah (come prevede l’accordo per il cessate il fuoco del novembre 2024), di impedire all’organizzazione sciita di lanciare razzi contro Israele per vendicare la morte della guida suprema iraniana Ali Khamenei e di opporsi all’avanzata dell’esercito israeliano.
La Francia ha tentato una mediazione per consentire un dialogo diretto tra Israele e Libano, finora senza successo. Israele, infatti, non si fida di un governo libanese che pur avendo dato prova della sua ostilità nei confronti di Hezbollah, teme più di ogni altra cosa lo scoppio di una nuova guerra civile.
Il Libano, intanto, continua a subire attacchi sfrenati da parte di Israele, forte della protezione dell’amministrazione Trump. Resta la disperazione della popolazione, raccontata dalla scrittrice libanese Dominique Eddé sulle pagine del quotidiano svizzero Les Temps. Eddé scrive di essere “contro Hezbollah, che ha preso in ostaggio il Libano, ma anche contro Israele, paese colonizzatore e massacratore”, prima di chiedersi “quando saremo capaci di abbandonare la nostra tribù e fare posto agli altri”? Questa guerra, evidentemente, non lo permette ancora.
(Traduzione di Andrea Sparacino)