Gli Stati Uniti alle prese con il loro declino
È un’idea che circola già da un po’, ma che ritorna in voga alla luce del modo in cui gli Stati Uniti hanno condotto la loro guerra in Iran. Oggi questa tesi diventa un’analogia storica, di quelle amate dagli esperti: siamo davanti al “momento Suez” degli Stati Uniti?
È un riferimento alla guerra scatenata nel 1956 dalla Francia della quarta repubblica e dal Regno Unito di Anthony Eden al fianco di Israele e contro l’Egitto del presidente Nasser, per punire Il Cairo dopo la nazionalizzazione del canale di Suez. La guerra, all’epoca, fu fermata dal presidente statunitense Dwight Eisenhower a causa del suo sapore coloniale.
Simbolicamente, in quel caso gli Stati Uniti avevano manifestato il loro potere nei confronti degli europei, la cui leadership mondiale era in declino fin dal diciannovesimo secolo. Il momento Suez, in questo senso, rappresenta la crisi di una grande potenza che ha superato il proprio apice e non riesce a tenere testa a una potenza in ascesa. Gli Stati Uniti erano già diventati la prima potenza a livello internazionale dopo la seconda guerra mondiale, ma è con la crisi di Suez che è avvenuto il passaggio di consegne.
I paralleli storici hanno limiti evidenti, eppure oggi, come successo agli europei nel 1956, gli Stati Uniti si sono imbarcati in una guerra, in questo caso contro l’Iran, per i motivi sbagliati, convinti da Israele della possibilità di ottenere facilmente un cambio di regime a Teheran. Malgrado la superiorità militare, le forze israelo-statunitensi non hanno saputo neutralizzare la reazione iraniana, a cominciare dal controllo dello stretto di Hormuz.
Non si tratta solo di Donald Trump, che ormai presta il fianco alla caricatura. Nelle sconfitte statunitensi in Iraq e Afghanistan, così come nei tentennamenti rispetto all’Ucraina, possiamo scorgere i segnali sempre più evidenti del declino di una superpotenza. In quest’ottica alcuni osservatori leggono la postura aggressiva del presidente statunitense sul palcoscenico internazionale come un tentativo di ripristinare un’egemonia minacciata.
Il parallelo con Suez smette di essere valido nella misura in cui oggi non c’è un’altra superpotenza che abbia fermato gli Stati Uniti in Iran e sia pronta a farsi carico della leadership mondiale.
La vera domanda, a questo punto, riguarda la Cina. Trump ha rivelato che Pechino è intervenuta per spingere Teheran ad accettare il cessate il fuoco di due settimane e avviare una trattativa con gli Stati Uniti.
Ma la Cina resta una superpotenza prudente sul piano militare. Si limita a incassare i benefici degli errori di Trump, che sta perdendo il sostegno di molti paesi e opinioni pubbliche a causa delle sue uscite bizzarre e dei suoi insulti. Come titolava l’Economist la settimana scorsa, pubblicando una foto di Xi Jinping e Donald Trump, “non bisogna mai interrompere il nemico quando commette errori”.
Quello attuale sarà anche un momento Suez, ma ciò non toglie che la superpotenza statunitense conservi risorse importanti, nel bene e nel male. Oggi l’Europa non ha né la voglia né l’interesse a scambiare l’epoca americana con un’ipotetica era cinese. Forse, allora, l’alternativa è quella di sognare un’era europea, non per imporre la propria egemonia come nel 1956 ma per affrontare il declino relativo di Washington. D’altronde si sa, i vuoti sono destinati a essere riempiti.
(Traduzione di Andrea Sparacino)
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