Nel cinema di Radu Jude c’è una costante: non si sa mai, da un’inquadratura all’altra, cosa ci piomberà addosso. Un breviario zen, una rivoluzione interiore, un’orgia in 3d (de)generata dall’intelligenza artificiale. Giocando sulle parole di un’etimologia stravagante del suo universo, Jude sembra conferirgli un doppio senso: da un lato la carica concreta, “territorializzata”, racconti di storia e geografia, quella del suo paese, la Romania. Dall’altro il senso errante, il significato ironico e politico dell’ebreo sradicato, storia deterritorializzata, pungente, senza fissa dimora. Kontinental ’25 si apre su un senzatetto che vaga per le strade, i parchi e le foreste di Cluj, la più grande città della Transilvania. Questa sequenza iniziale lo segue fino alla sua tana, un seminterrato dostoevskiano che occupa abusivamente, prima che una funzionaria giudiziaria di origine ungherese, due gendarmi incappucciati e un fabbro romeno arrivino per sfrattarlo: una multinazionale di nome Europa K.u.K. ha acquistato l’edificio per trasformarlo in un “hotel-boutique di lusso”. Il barbone si suicida impiccandosi al termosifone. L’ufficiale giudiziaria, un’umanista depressa, ne è devastata. Radu Jude ritrova qui il suo stile ipersegnaletico a metà tra racconto morale e farsa. Entra sempre nel vivo di un problema chiaro: il dilemma della funzionaria, la figura di un despota, i vari volti di un popolo, la durezza, la brutalità a cui qui rispondono le inquadrature di palazzi e gru, le strade deserte. La città è bella e gelida come la Roma di Rossellini, la sua fonte d’ispirazione poiché Kontinental ’25 è, per così dire, Europa ’51 tra i bifolchi.
Camille Nevers, Libération
Romania 2025, 109’. In sala
Stati Uniti 2025, 134’. In sala
L’ultimo film di Gore Verbinski è ideologicamente imperfetto, strutturalmente confuso e un po’ troppo affascinato dai suoi predecessori distopici (echi di Terminator) ma è anche meravigliosamente personale, scontroso e pungente. Good luck, have fun, don’t die è un ritorno ai tempi in cui gli artisti mainstream osavano lanciare qualche idea per vedere cosa attecchiva. Sam Rockwell, nei panni di un viaggiatore del tempo senza nome, si presenta in una tavola calda per fare la predica ai clienti su come il loro uso eccessivo dei social media li abbia privati della dignità. In futuro, avverte, metà della popolazione morirà mentre l’altra metà sarà troppo occupata a scorrere sul telefono notizie catastrofiche per accorgersene. Questo è il suo 118° tentativo di cambiare il corso degli eventi: troverà le persone giuste per la sua giusta crociata? Verbinski è noto soprattutto per i successi ad alto budget (tre film della serie Pirati dei Caraibi). Ma qui c’è una vena più cupa e singolare: un’azienda clona i bambini vittime delle sparatorie nelle scuole in cambio di una bella somma. Man mano che il film diventa sempre più strano, non fa che rafforzare la sua tesi. Come avverte il viaggiatore del tempo: “L’intelligenza artificiale cercherà di darti tutto ciò che hai sempre desiderato, ma alla fine è tutta una bugia”. Possiamo definire Good luck, have fun, don’t die un film caotico, ma almeno è onesto.
Clarisse Loughrey, The Independent
Francia 2025, 98’. In sala
Laure Calamy brilla ancora una volta nel ruolo di Marguerite, un’ex atleta divorziata civilmente da Frédéric (Vincent Macaigne), con cui ha avuto una figlia. Dopo la separazione, si è rifatta una vita con Sofiane (Lyes Salem), dando alla luce un secondo figlio. Frédéric invece ha conosciuto Chloé (Mélanie Thierry), una donna molto devota che vorrebbe sposarsi in chiesa. Per farlo, lui deve ottenere l’annullamento del matrimonio religioso con Marguerite. L’intelligenza di Fabien Gorgeart sta nell’aver capito, al di là del potenziale comico della storia, che aveva tra le mani un argomento poco trattato. Il regista gestisce con ingegnosità i cambiamenti di tono. Non risparmia ai suoi personaggi una certa dose di ridicolo, senza mai compromettere la loro autenticità. La comicità non prende mai il sopravvento sull’esplorazione della tematica familiare e sentimentale.
Boris Bastide, Le Monde
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