I film sulla storia recente hanno la strana capacità di risultare attuali e pertinenti rispetto al momento in cui sono realizzati. Ambientato nel 1973, agli albori della dittatura di Pinochet, L’hangar rosso di Juan Pablo Sallato affronta un tema oggi più che mai pressante al livello globale: le sfide morali poste dell’autoritarismo e come i singoli individui dovrebbero reagire. Basato su eventi realmente accaduti, il dramma di Sallato è contemporaneamente impressionistico e molto preciso. Caratteristica che, unita alla sua asciuttezza, dà vita a un ritratto teso e intenso della crisi morale ed esistenziale di un uomo, che si svolge in un tempo che sembra quasi reale. Nel 1973, in Cile, il capitano Jorge Silva (Zárate) addestra i cadetti in una base dell’ae-ronautica di Santiago. Subito dopo il colpo di stato la base diventa un centro dove sono rinchiusi, interrogati e torturati gli oppositori del regime. In quello che sembra un atto di vendetta da parte del suo superiore, Silva, noto per la sua fedeltà all’ormai deposto Salvador Allende, è incaricato di interrogare un prigioniero. Ma pur essendo un militare che rispetta gli ordini, Silva dovrà anche assecondare i propri princìpi morali. Come László Némes nel suo dramma sull’olocausto, Il figlio di Saul, Sallato adotta una strategia precisa sulla rappresentazione della violenza: ci lascia vedere e sentire quel tanto che basta per capire cosa sta succedendo, ma evita accuratamente di mostrare qualsiasi brutalità.
Jonathan Romney, Screen International
Cile / Italia 2025, 83’. In sala
Stati Uniti 2026, 93’. In sala
Rosebush pruning, scritto da Efthimis Filippou, cosceneggiatore di molti dei film più folli di Yorgos Lanthimos, è liberamente ispirato al classico di Marco Bellocchio I pugni in tasca (1965), e penso che il regista italiano dovrebbe avere il diritto di dare la caccia a chi l’ha realizzato, per puro divertimento. Questa sgargiante carrellata di perversioni intende essere scioccante e trasgressiva e gli elementi ci sono. Un cast attraente – tra cui Callum Turner, Riley Keough, Jamie Bell ed Elle Fanning – interpreta una famiglia statunitense profondamente disfunzionale, che si è trasferita in Spagna ed è al centro di un vortice psicosessuale di incesti, omicidi, tradimenti e fluidi corporei. Da quando la madre è stata sbranata dai lupi, la famiglia vive nel lusso grazie all’eredità, con i figli che si prendono cura del padre cieco e giudicante. L’unico fratello con una vita che si avvicina alla normalità è Jack (Bell), segretamente desiderato dal fratello epilettico Robert e dalla sorella Anna (Keough), quest’ultima invidiosa di Martha (Fanning), la fidanzata chitarrista di Jack. Dire di più significherebbe togliere parte dell’effetto shock al film. Diciamo solo che dietro l’incesto si cela qualcosa di più di una semplice attrazione. In tutto il film si percepisce il tentativo di coinvolgerci nella sua follia. Le idee sulla classe sociale, sulla famiglia, sul desiderio, sulla repressione, sul denaro, sul patriarcato e sulla libertà fluttuano nell’aria. I pugni in tasca fu un’opera rivoluzionaria, una granata cinematografica, realizzata in modo impeccabile e lanciata contro il rigido conformismo borghese degli anni sessanta. Quello di Karim Aïnouz è solo ispirato al film di Bellocchio, quindi forse è crudele paragonarli. Ma è difficile non farlo, perché I pugni in tasca offre un devastante contrappunto ai fallimenti di Rosebush pruning.
Bilge Ebiri, Vulture
Stati Uniti 2026, 105’. Netflix
Enola Holmes (Millie Bobby Brown), ora ufficialmente detective, va a Malta per sposare il suo amato lord Tewkesbury (Louis Partridge). Tuttavia le nozze devono essere rimandate quando scompare il fratello di Enola, Sherlock (Henry Cavill), innescando il caso più pericoloso che la giovane investigatrice abbia mai dovuto affrontare. La terza apparizione di Millie Bobby Brown nei panni dell’eccentrica e investigatrice sorella minore di Sherlock Holmes è senza dubbio caotica e un po’ contorta. Quando scorrono i titoli di coda è difficile ricordare cos’è successo nell’ultima ora e mezza. Quasi impossibile dargli un senso compiuto. Ma il film resta comunque una divertente avventura.
Jordan King, Empire
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