Il primo lungometraggio di Lee in otto anni affronta il tema delle differenze di classe e dello sfruttamento del lavoro in Corea del Sud attraverso una storia complessa che ruota attorno a due coppie sposate, le cui vite si incrociano durante le riprese di un documentario. Possible love è a metà strada tra Parasite di Bong Joon-ho e No other choice di Park Chan-wook. Ma mentre quei film trattavano la crisi sociale quasi come una farsa, l’approccio sobrio e distaccato di Lee ne mette in luce gli effetti sociali e psicologici.
Jonathan Romney, Sight & Sound
Corea del Sud / Stati Uniti 2026, 164’.
Germania / Francia / Svezia 2026, 195’.
Dau è un capolavoro moderno. Ambientato tra gli anni trenta e gli anni cinquanta e realizzato soprattutto tra il 2008 e il 2011, ora appare sia leggermente datato sia incredibilmente all’avanguardia. Di base è una biografia romanzata dello scienziato Lev “Dau” Landau che include il suo difficile e ambivalente rapporto con le istituzioni militari sovietiche e il suo travagliato matrimonio con la fedele ma sofferente Nora. Le analogie con Oppenheimer sono evidenti, anche se Dau fa sembrare il film di Nolan quasi allegro e decisamente scialbo.
Raphael Abraham, Financial Times
Danimarca / Svezia / Lettonia 2026, 124’.
Nella Danimarca del dopoguerra, un ricco industriale vedovo si è fidanzato con Marie (Arcel), la bambinaia della figlia. Mentre per le strade di Copenaghen le donne sospettate di aver intrattenuto rapporti con i nazisti sono pubblicamente umiliate, la capacità di Marie di nascondere le sue paure e i suoi segreti è messa a dura prova facendole scoprire in sé una vena di autocommiserazione, astuzia e spietatezza. Il film mostra anche una trascurata verità: nel dopoguerra, non solo in Danimarca, umiliare le donne era un modo conveniente per distogliere l’attenzione dalla ben più sostanziale e capillare collaborazione degli uomini con i nazisti.
Peter Bradshaw, The Guardian
Francia 2026, 102’.
La sceneggiatura firmata da Brizé con Coralie Amédéo e Olivier Gorce contrappone un’ampia denuncia dell’ipocrisia aziendale al percorso personale di Carla (Rohrwacher), neoassunta responsabile delle risorse umane, costretta a insabbiare il comportamento vessatorio di un’impiegata nei confronti di una sottoposta. Giovane insicura in un mondo aggressivo e maschile, interiorizza lo stress e lo riversa sul figlio. Lindon, attore di punta di Brizé, si cala con ferocia nel ruolo di un irascibile tiranno aziendale.
Lee Marshall, Screen International
L’impostazione di Naza, l’implacabile denuncia dei sistematici crimini di guerra israeliani a Gaza realizzata da Yuval Abraham e Rachel Szor, è di una semplicità disarmante. In una serie di interviste, Abraham siede sui tetti di Tel Aviv con 24 ufficiali dell’intelligence israeliana che raccontano cosa fanno. Il film è devastante e molto probabilmente le sue orribili rivelazioni sono solo la punta dell’iceberg. Naza possiede una bellezza cupa e raffinata, interamente al servizio della materia trattata. Il risultato è indelebile. Uno dei film più importanti del nostro tempo.
Bilge Ebiri, Vulture
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