• 12 Dic 2016 11.12

Vero e falso in rete

Annamaria Testa
12 dicembre 2016 11:12

L’università di Stanford ha avviato una ricerca intesa a capire quanto i nativi digitali, che pure in rete si trovano perfettamente a loro agio, siano effettivamente in grado di valutare correttamente l’informazione che trovano sui social media o attraverso Google.

I risultati mostrano (cito testualmente) “una sconcertante incapacità di ragionare sull’informazione veicolata in rete”, di distinguere la pubblicità dalle notizie, di identificare le fonti. La ricerca si è svolta tra il gennaio 2015 e il giugno 2016 e ha coinvolto in 56 diverse prove 7.804 studenti di dodici stati, appartenenti sia a scuole secondarie e università di modesta qualità, sia a scuole secondarie e università eccellenti, compresa la stessa Stanford (qui una sintesi e alcuni esempi).

Nella scuola secondaria sono state testate competenze di base, come la capacità di analizzare la home page di un sito (per esempio, Slate): gli studenti risultano incapaci di distinguere le notizie dai contenuti sponsorizzati, perfino se c’è la scritta “contenuto sponsorizzato”, e riescono a identificare la pubblicità solo se sono ben visibili il logo di un’azienda e un prezzo. Credono che il primo risultato che trovano con Google sia “il più autorevole e affidabile”. E ancora: si lasciano catturare dalle immagini. E dimenticano di controllare se la fonte è attendibile, o se tra didascalia della foto e contenuto c’è corrispondenza: ma la foto “scattata a Fukushima l’altro ieri”, è stata davvero scattata lì, e proprio l’altro ieri?

Gli studenti universitari non controllano su Google a chi fanno capo siti e pagine per capire se l’informazione fornita è di parte, e prendono per buone notizie diffuse da imprese e lobbisti. Non vanno a vedere i link con le fonti o i documenti. Su Facebook e Twitter, non distinguono tra pagine ufficiali e verificate (Facebook le identifica con un segno di spunta all’interno di un bollino blu) e pagine false. Non distinguono tra video giornalistici e video di brand journalism (qui un esempio, peraltro molto bello, di collaborazione tra il Guardian e Amazon).

In rete, gran parte degli articoli, lunghi o brevi che siano, viene letta parzialmente

Sarebbe interessante fare la stessa ricerca in Italia. Ma temo che i risultati non sarebbero più confortanti, in un paese che continua, secondo i dati Ocse, ad avere un modesto grado di alfabetizzazione. E che, secondo il recente Digital economy & society index (Desi), è al quart’ultimo posto in Europa per alfabetizzazione digitale.

Ho anche il sospetto che la fruizione di notizie dalla rete, che è in realtà molto più complessa della fruizione di notizie veicolate dalla tv o dai giornali, sia in sé più ludica, più emotiva, più superficiale, più veloce. Quindi, fatalmente, più acritica.

In rete i lettori dedicano in media 123 secondi a un articolo lungo (long-form: più di mille parole) contro i 53 secondi medi dedicati a un articolo breve (short-form: tra le 101 e le 999 parole). Questo dato ci dice che sul web anche testi più complessi e argomentati hanno la loro ragion d’essere. Ma soprattutto ci dice che gran parte degli articoli, lunghi o brevi che siano, è letta parzialmente, considerando che un lettore esperto ha comunque bisogno di oltre tre minuti per leggere mille parole, capendo e ricordando qualcosa.

Se volete testare la vostra velocità di lettura, provate con questo sito.

Vi propongo una breve digressione per guardare a un passato nemmeno tanto remoto. Negli anni sessanta, per le persone più semplici (per esempio, mia nonna) una notizia era sicuramente vera perché “l’aveva detto la televisione”. Anzi, la televisiùn, perché la nonna capiva l’italiano ma parlava solo dialetto. Per le persone più acculturate, una notizia era presumibilmente vera perché era uscita “sui giornali”.

Oggi molti credono che una notizia sia “vera” perché (anzi: proprio perché) “gira in rete”, e non in televisione o sui giornali. C’è un particolare non irrilevante da considerare, però: in precedenza, nel caso di tv e giornali, la prima responsabilità di distinguere tra vero e falso faceva capo al giornalista e alla sua testata che, almeno secondo le regole della professione e almeno in teoria, erano tenuti a farsene carico.

Magari le cose cambieranno, ma oggi la responsabilità di distinguere tra vero e falso non fa certo capo a Google e a Facebook, che dicono “non è il nostro mestiere”. The Verge scrive che “nella timeline di Facebook o nei feed di Google tutte le storie arrivano impacchettate nella stessa maniera, si tratti di un’inchiesta del Washington Post costata mesi di lavoro o di un clickbait” (una pseudoinformazione sensazionalistica e acchiappaclic).

Quando non si sa come distinguere il vero dal falso, tutto potrebbe essere vero, e tutto potrebbe essere falso

Dunque, ora anche l’onere di discriminare tra vero e falso si disintermedia insieme alla notizia, e finisce direttamente in capo ai navigatori. Che non sempre, e non tutti, hanno voglia, tempo e capacità di distinguere tra notizie che, oltretutto, formalmente, si somigliano.

Se siete arrivati fin qui (e avete già letto ben 786 parole compresa quest’ultima: bravi!) forse avete cominciato a interrogarvi sulle conseguenze dell’incompetenza nel distinguere tra vero e falso e tra le fonti affidabili e quelle che non lo sono.

Qui di seguito ne suggerisco alcune possibili.

Prima conseguenza. Quando non si sa come distinguere il vero dal falso, tutto potrebbe essere vero: le persone continuano a diffondere bufale prendendole per buone, così come hanno cominciato a fare nel (lontanissimo, secondo i tempi della rete) anno 2000, con la storia dei gattini bonsai. Se volete ripercorrerla passo per passo, potete farlo grazie a questo ottimo articolo di Paolo Attivissimo.

Seconda conseguenza. Quando non si sa come distinguere il vero dal falso, viene la tentazione di proteggersi chiudendosi in un contesto rassicurante e privo di contraddizioni, tenendosi ben strette le proprie narrazioni favorite, e ignorando ogni informazione contrastante. Sono le stanze dell’eco (echo chambers) di cui parla il Washington Post. Sono le bolle di filtraggio (filter bubble) di cui parla Wired.

Ed eccoci alla terza conseguenza. Quando non si sa come distinguere il vero dal falso, tutto potrebbe essere falso, e non resta che andare in cerca di una verità ulteriore, vera proprio in quanto nascosta e nota solo a pochi iniziati. Ed eccoci al complottismo, che può assumere mille forme, dalle più comiche come il messaggio della deputata, poi rettificato, sull’esistenza delle sirene – “perché non ammettere un fatto tanto evidente?” alle più tragiche, che riguardano vaccini e malattie.

Il complottismo esorcizza la complessità del reale, rafforza il senso di identità degli individui confermando le loro credenze pregresse e costruendo “nemici” da combattere, offre un’illusione di controllo fondata su certezze granitiche e ha una componente a suo modo eroica: tutto questo può essere molto seducente, specie per le persone più disorientate.

La Repubblica suggerisce una serie di contromisure. Elenca i siti antibufala italiani (oltre al blog di Paolo Attivissimo c’è, per esempio, bufale.net che pubblica anche una sterminata lista nera di false testate giornalistiche, siti di disinformazione medica, scientifica, politica, siti complottisti e altri orrori della rete). Cita alcuni nuovi strumenti per etichettare bufale e siti dubbi. E conclude ricordando la recente inchiesta di BuzzFeed che “ha inchiodato il Movimento 5 stelle alla sua rete di siti redditizi” (Grillo sul suo blog ha definito “ridicole” queste accuse e “fake news” l’inchiesta di BuzzFeed).

Siete arrivati anche fin qui (1.159 parole), e avete anche seguito qualche link controllando le fonti e approfondendo, e vi siete formati un’opinione non necessariamente coincidente con quella dell’autrice dell’articolo, ma comunque fondata su solide evidenze? Siete dei fenomeni, e con ogni probabilità avete la dotazione di curiosità e pensiero critico oggi indispensabili per navigare in rete. Buona fortuna, e non fatevi fregare.

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