I candidati alle primarie del Partito democratico per il sindaco di Roma, ospiti della trasmissione televisiva In mezz’ora, il 18 febbraio 2016. Da sinistra: Roberto Morassut, Domenico Rossi, Gianfranco Mascia, Roberto Giachetti, Stefano Pedica.
  • 03 Mar 2016 11.47

A Roma tutti organizzano primarie per non governare

Christian Raimo
03 marzo 2016 11:47

A Roma si sta svolgendo la più squinternata campagna elettorale che si potesse immaginare.

Il centrodestra dopo la serie di uscite, una peggiore dell’altra, di quella che sembrava la sindaca in pectore Giorgia Meloni, ha ripiegato su Guido Bertolaso, dopo vari tentennamenti dello stesso (per ragioni familiari) e di chi l’ha candidato (per qualche giorno era uscito fuori anche il nome di Rita Dalla Chiesa). Finché proprio domenica scorsa Matteo Salvini ha voluto rimettere tutto in gioco: ha organizzato delle primarie fatte in casa (1.450 voti per Alfio Marchini, 1.300 per Irene Pivetti, 1.250 per Francesco Storace, 1.050 per Guido Bertolaso, 400 per Giorgia Meloni), ha dichiarato che se queste sono andate così se ne devono fare presto delle altre, e ha di fatto sfiduciato l’ex capo della protezione civile. Il quale appare un nome assai debole, non solo a Salvini ma anche a tutti quelli che lo legano ai processi per la ricostruzione dell’Aquila dopo il terremoto e per gli appalti del G8 alla Maddalena.

L’alternativa per il centrodestra è Alfio Marchini, l’unico che sta facendo campagna elettorale ormai da anni per il Campidoglio: ha un programma striminzito e vago, non si definisce né di destra né di sinistra, dice di non essere populista ma, quando può, dichiara che i migranti, e soprattutto i rom, hanno una predisposizione a non integrarsi e a delinquere.

Del resto la questione dei rom tiene banco anche per gli altri candidati: Bertolaso prima li ha definiti “popolazione vessata” poi – quando ha capito che i leghisti non gli andavano dietro – ha tirato fuori la sua soluzione: “Toglierò tutti i cassonetti, così non rovistano”.

Primarie da rottamare

Dall’altra parte, nel centrosinistra, l’organizzazione è solo apparentemente più ordinata. Il 6 marzo in sei si contenderanno il ruolo di candidato a sindaco nelle primarie del Partito democratico (Pd). I più noti: il parlamentare Roberto Giachetti e l’ex assessore all’urbanistica del comune (oggi anche lui deputato) Roberto Morassut, insieme all’ex animatore di girotondi e popoli viola Gianfranco Mascia, all’ex generale Domenico Rossi, al costruttore ex democristiano ed ex Italia dei valori Stefano Pedica, e alla ragazza autistica Chiara Ferraro.

“Si contenderanno” sembra già un termine esagerato: lo scontro anche tra i due favoriti è talmente spento che qualche settimana fa il presidente del Pd Matteo Orfini li ha invitati a rendere se non aspra almeno viva la sfida. Abbastanza invano: tutti temono e si aspettano un’affluenza molto bassa ai gazebo, e i sostenitori dell’ex sindaco ed ex vincitore delle primarie 2013 Ignazio Marino hanno coniato l’hashtag #primarierottame per manifestare il dissenso verso queste consultazioni, a loro avviso illegittime.

Nessuno ha stilato un programma elettorale e tutti rivendicano di essere ‘in ascolto’ della città. Non si poteva ascoltare prima di candidarsi?

Domenica scorsa c’è stato il primo dibattito pubblico con tutti e sei, in tv nella trasmissione di Lucia Annunziata In mezz’ora. La presenza di Chiara Ferraro è stata breve e simbolica: la ragazza ha una disabilità molto evidente, il padre che l’accompagnava ha parlato in sua vece per sensibilizzare il pubblico sul tema dell’autismo. Gli altri cinque, tutti maschi, hanno risposto alle semplici domande di Annunziata con un misto di cautela e improvvisazione, tranne Gianfranco Mascia che si è presentato con un orso di peluche in grembo (“Come Mascia e l’orso”, ha spiegato a chi non aveva colto la geniale allusione) e ha infilato una serie di considerazioni dadaiste, a suo dire – molto confuse, a nostro dire.

Ma se la credibilità come candidati di Ferraro e Mascia è nulla, anche gli altri patiscono la mancanza di carisma e cercano di nasconderla attraverso una circospezione per cui, a oggi, nessuno ha praticamente stilato un programma elettorale e tutti rivendicano il fatto di essere “in ascolto” della città. Al che si può domandare: non si poteva ascoltare questa città prima di candidarsi? O candidare qualcuno che già l’aveva ascoltata?

Sui rispettivi siti esistono quelle che, per essere indulgenti, potremmo chiamare linee guida più che dossier dettagliati. Slide piene di buone intenzioni e frasi fatte: decentramento, lotta all’abusivisimo, al degrado e agli sprechi.

Figure di partito

Per esempio Giachetti scrive nelle slide sintetiche sul suo sito: “Anche Usain Bolt, se dovesse spostarsi nel traffico di Roma, e prendere un autobus dell’Atac, sembrerebbe una lumaca”, ma poi sull’Atac propone un generico patto con i lavoratori.

Lui e Morassut sono i favoriti per contrasto all’inconsistenza degli altri quattro, ma entrambi mostrano un clamoroso punto debole: devono cercare di far scordare agli elettori che appartengono a quel Pd romano messo sotto inchiesta pesantemente da Mafia capitale – a partire da uomini chiave delle giunte Veltroni, come Luca Odevaine, Mirko Coratti ed Eugenio Patané.

Militanti da trent’anni, ostili all’antipolitica, nessuno dei due però disprezza troppo il clima di emergenza che c’è nella capitale. Giachetti si spinge ad affermare: “Auspico, come ha detto anche il prefetto di Roma Franco Gabrielli, che il personale che è in città per il Giubileo della misericordia rimanga qui anche oltre i tempi previsti, perché la presenza dei militari abbatte fortemente la microcriminalità e le attività abusive e aumenta la percezione della sicurezza”.

Entrambi tentano di non rispondere sulle critiche al loro operato politico, quello parlamentare di Giachetti e quello come amministratore del comune di Morassut. E se è vero che Morassut ha negli anni molto discusso della sua idea di Roma, anche analizzando i punti più critici, è vero anche che le sue responsabilità da assessore all’urbanistica al tempo di Veltroni comprendono pure il mezzo disastro della progettazione e dell’attuazione del piano regolatore – a partire, per esempio, da quartieri come Ponte di Nona.

Quando qualche anno fa una puntata di Report glielo fece notare, lui sporse querela. Quella querela è stata archiviata, e nelle motivazioni si legge a un certo punto:

il querelante, allora assessore all’urbanistica, non può poi dolersi se la lettura critica di tali dati induca alla riflessione secondo cui il comune avrebbe ritenuto preferibile ‘regalare’ concessioni in sanatoria ai costruttori in cambio di versamenti di denaro e consentire così una cementificazione indiscriminata per fronteggiare il mancato trasferimento dei fondi del governo.

Il tema della speculazione e della rendita dovrebbe essere la questione centrale per un comune che ha 13 miliardi e 600 milioni di euro di debiti (generato in buona parte anche dalle amministrazioni di centrosinistra) e che ha cercato di compensarlo con quella che Alemanno chiamava senza pudore “la moneta urbanistica”: la sistematica concessione di nuovi permessi per costruire, dati in contraccambio di microelargizioni alle fameliche casse comunali.

In una situazione di dissesto finanziario tale, non è strano che sembri che nessuno voglia vincere, e che dopo otto mesi di commissariamento Tronca sia probabile che ce ne possa essere un altro in un futuro non distante.

Hanno buon gioco quindi il Movimento 5 stelle (M5s) e la sua candidata Virginia Raggi a guadagnare tutto il consenso che gli altri schieramenti stanno disperdendo per debolezza strutturale. Nonostante i suoi soli 1.700 voti ottenuti alle primarie capitoline, la sua retorica robotica e l’idea un po’ infantile che, eliminati sprechi e corruzione, poi Roma si governi facilmente, Raggi ha dalla sua una posizione antispeculativa chiara, che per esempio la fa schierare contro l’ipotesi di tenere a Roma le Olimpiadi del 2024.

Il Movimento 5 stelle può prendere voti a destra, dal Pd e anche dall’area a sinistra del Pd, dove l’ombra di Ignazio Marino è più sfumata di qualche mese fa, anche a causa della possibilità che venga rinviato a giudizio proprio nel mezzo della campagna elettorale.

Nel frattempo la candidatura di Stefano Fassina, nonostante il suo impegno, non decolla, e non trova unanimità nemmeno all’interno del partito creato a suo uso, Sinistra italiana. E al suo fianco sorgono le liste civiche, come quella che sta cercando di lanciare Luca Bergamo, attraverso un processo di partecipazione dal basso definito Contaci.

Nessun partito è riuscito a far crescere negli anni una classe politica capace di rivendicare un metodo e un progetto sulla città

Nel prossimo fine settimana di primarie del Pd, i sostenitori di Fassina si vedranno al teatro Quirino per mettere a punto un programma, mentre quelli del movimento innescato da Luca Bergamo si riuniranno al Palazzetto dello Sport. La sensazione è che, a meno di una candidatura improvvisa di Marino, si possa arrivare anche nell’area a sinistra del Pd – come per esempio sta accadendo a Bologna – a delle primarie. Che sarebbero a questo punto le quinte, assommandole a quelle del Pd, quelle leghiste, quelle pentastellate e quelle eventuali del centrodestra.

Sarà pure evidente e onesta l’ambizione da parte di chi si candida a trasformare lo scoramento, la rabbia, la sfiducia in qualcos’altro che non sia antipolitica e astensionismo, ma finora i risultati sono assai deludenti. Qual è la ragione?

Il deficit maggiore che sembra riguardare tutti i partiti a Roma è quello di non essere riusciti a far crescere negli anni una classe politica capace di rivendicare un metodo e un progetto sulla città. Prova ne sia che questo vuoto oggi viene occupato dalle operazioni di lobbismo che fa l’ex sindaco Francesco Rutelli con il suo La prossima Roma, o da tentativi di think tank come quello coordinato da Tobia Zevi Roma puoi dirlo forte!, o ancora dall’invocazione da più parti di quello che sembra essere l’unico politico credibile per fare il sindaco a Roma: Walter Tocci.

La questione politica nodale è proprio quella della qualità degli amministratori: perché se è vero che nei municipi ci sono state molte esperienze virtuose, è vero anche che i partiti sono stati spesso dei partiti delle tessere e delle clientele, e che le esperienze civiche e dei movimenti sono state marginalizzate, se non represse, con mancati investimenti, vessazioni giuridiche o direttamente con gli sgomberi. Alle volte, viene da pensare, è successo più per insipienza politica che per autoritarismo: il fatto che la città oggi sia così prostrata non è frutto del caso. Né è totalmente colpa di Mafia capitale o di qualche asteroide nero precipitato su Roma senza che nessuno se ne sia accorto.

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