È una giornalista israeliana. Vive a Ramallah, in Cisgiordania, scrive per il quotidiano Ha’aretz e ha una rubrica su Internazionale.
Il 15 maggio era il sessantaquattresimo anniversario della fine del mandato britannico, a cui seguirono la dichiarazione d’indipendenza di Israele, la guerra, l’espulsione di più di 700mila palestinesi e la distruzione dei loro villaggi.
Il partito Kadima ( in teoria di centro ma in realtà di destra), ha unito le forze con il primo ministro Benjamin Netanyahu per formare un governo di coalizione. Il più solido della storia di Israele.
La lettera della procura militare arrivata martedì non avrebbe dovuto sorprendermi: un ufficiale informava il centro palestinese per i diritti umani che il caso Samouni è chiuso.
Il 22 aprile sono stata invitata a un picnic per sole donne. L’appuntamento era a una sorgente, una delle tante che i coloni hanno strappato ai villaggi palestinesi.
Ancora prima della formazione dello stato di Israele, la comunità ebraica in Palestina tendeva a esagerare la minaccia posta dagli arabi in generale e dai palestinesi in particolare.
Secondo i mezzi d’informazione israeliani, il nostro paese è di nuovo in pericolo. Domenica subiremo un pericoloso attacco: centinaia di turisti, forse migliaia, atterreranno in Israele e chiederanno di andare in Cisgiordania.
La maggior parte degli israeliani preferisce dimenticare l’espulsione di massa dei palestinesi nel 1948.
L’altro giorno ero seduta in un caffè di Gerusalemme con un amico fotografo. Discutevamo delle differenze tra scrivere e fotografare.
Israele vuole trasferire duemila beduini della zona di Gerusalemme in un’area vicino a una discarica.
Nel primo pomeriggio il piccolo forno di Umm Elias, nel centro di El Bireh, è affollato soprattutto da ragazzi che tornano da scuola e da studenti universitari.
Durante una notte insonne a Gainesville, in Florida, stavo facendo zapping inutilmente quando ho trovato il canale di storia della Pbs.
Una passeggiata senza meta durante una breve visita a Nassau, la capitale delle Bahamas, mi ha portato davanti a una casa con l’insegna Suffragette house.
Sono lusingata. Un’organizzazione di coloni di destra mi ha fatto un grande complimento.
Davanti a una casa di un piano c’è un canestro ad altezza di bambino. È uno dei segnali che siamo in un quartiere nero, mi spiega il mio ospite.
Buone notizie: l’8 febbraio il grande sindacato Histadrut ha proclamato uno sciopero generale in Israele, il primo da sei anni.
Ecco alcuni modi diversi di cominciare lo stesso articolo: “Mentre Israele intensifica la colonizzazione, Abu Mazen ha ceduto alle pressioni della Giordania accettando di riprendere i negoziati”.
Nell’oceano di cattive notizie in cui annego ogni giorno, ho ricevuto un’email sorprendente: “Per favore, ci aiuti a trovare un palestinese che vive a Rafah”.
Mahmoud Abu Rahma è stato accoltellato da alcuni uomini mascherati mentre tornava a casa a Gaza.
Dato che viaggio spesso sulla strada 443, partecipo (mio malgrado) al discriminatorio sistema stradale israeliano.
Il processo è stato posticipato di qualche ora, e così ho potuto ammirare l’architettura della corte suprema di Gerusalemme.
Come fanno i brasiliani ad avere un’economia in crescita, il debito sotto controllo e la disoccupazione in calo?