È columnist del Daily Star, quotidiano di Beirut.
Le due potenti esplosioni avvenute davanti a un edificio dei servizi di sicurezza siriani segnano una nuova, spaventosa pietra miliare del conflitto che sconvolge il paese.
Assad è disposto a usare le forze armate e il bilancio nazionale per restare al potere, senza badare ai costi sul piano interno né a quelli per le relazioni con gli altri paesi.
Una guerra civile in Siria non durerebbe a lungo, perché le reazioni interne e internazionali porterebbero rapidamente alla fine del regime e all’avvento di un nuovo ordine.
In Tunisia, in Egitto e in Giordania sono successe tre cose che fanno prevedere giorni migliori per tutti gli arabi che vogliono vivere in società libere e giuste e che vogliono voltare pagina.
Il riconoscimento dello stato palestinese da parte delle Nazioni Unite è un atto simbolico. Ma incrinerà il monopolio di Washington e Tel Aviv nei negoziati di pace.
La rivolta libica lancia un messaggio forte a paesi come la Siria e lo Yemen: si ottiene la libertà solo se i gruppi d’opposizione sono uniti e determinati.
I leader palestinesi hanno deciso di non rispettare più le regole della diplomazia mediorientale fissate da Washington e Tel Aviv.
Se si vuole andare verso un mondo più sicuro e più stabile occorrerà dedicare il massimo dell’attenzione alla legittimità di alcune rivendicazioni del mondo arabo.
In Siria il sistema o si riafferma compatto e mantiene il controllo o cambia da cima a fondo. Ma se cambia il regime a Damasco, gli effetti si potrebbero sentire in tutta la regione. E non solo.
I cambiamenti in corso ad Amman e a Damasco riflettono il coraggio dei cittadini, che si sono finalmente ribellati contro dei regimi repressivi. Dove porterà tutto questo non è chiaro.
Muammar Gheddafi deve essere fermato a tutti i costi perché sono gli stessi libici a chiedere l’intervento straniero.
Perché la comunità internazionale dovrebbe intervenire in Libia se non fa nulla per fermare le sofferenze causate dai governi in altre parti del mondo arabo?
La rivolta contro il regime del Cairo è esplosa rapidamente. Ma il coraggioso atto di sfida degli egiziani contro il potente stato di polizia è il prodotto di decenni di umiliazioni.
L’aspetto più notevole degli eventi in corso in Tunisia è l’aver mostrato quanto fosse debole la struttura che manteneva al potere il regime di Ben Ali, fondato sulle forze di sicurezza.
Due forze potenti si scontrano in Medio Oriente: da un lato l’interventismo coloniale occidentale guidato dagli Stati Uniti e dall’altro la resistenza interna arabo-islamica.
La guerra non è finita e le fazioni presenti nel paese continueranno a combattere tra di loro, perché l’invasione angloamericana ha creato nuove forme di tensione politica.
Ma fare la pace è un lavoro duro, che esige l’impegno di persone serie, con qualità che sono spesso mancate ai mediatori statunitensi di quest’ultima generazione.
Questo lungo periodo ha dimostrato cosa si può fare quando uomini e donne di buona volontà si impegnano e gli stati decidono di soccorrere i deboli.
Il compito più difficile sarà costringere i governi a rendere conto della loro condotta.
Secondo Rami Khouri le proteste di Teheran vanno molto oltre i risultati delle elezioni.
Come fanno i brasiliani ad avere un’economia in crescita, il debito sotto controllo e la disoccupazione in calo?