• 02 Ott 2015 15.12
02 ottobre 2015 15:12
Un operaio cinese in un cantiere a Lubango, in Angola, il 5 marzo 2014.

Negli ultimi dieci anni le autorità cinesi hanno investito in modo consistente in Africa, sottraendola alla tradizionale influenza dell’occidente, dove pochi si sono accorti di quello che stava succedendo.

L’anno di inizio di questo processo può essere considerato il 1996, quando il presidente cinese dell’epoca, Jiang Zemin, andò in visita ufficiale in sei paesi africani. Con un discorso tenuto alla sede dell’Unione africana ad Addis Abeba, in Etiopia, Jiang propose la creazione del Forum sulla cooperazione tra la Cina e l’Africa (Focac).

Al suo ritorno in Cina, Jiang tenne un altro discorso, nella città di Tangshan, in cui invitava esplicitamente le industrie del paese a “uscire”, cioè ad andare oltreoceano in cerca di nuovi affari. Nessun leader cinese aveva mai detto una cosa del genere, e fin dall’inizio fu chiaro che l’obiettivo principale era l’Africa.

Dal 2013 non è stato più possibile ignorare il fatto che i progetti di Pechino nel continente si sono amplificati. Vista la mancanza di trasparenza della Cina, è sempre stato difficile raccogliere dati affidabili sulle sue attività all’estero e in particolare in Africa, dove i governi tendono a loro volta a non offrire dati affidabili o esaurienti.
Ma secondo l’agenzia Fitch ratings, tra il 2001 e il 2010 la Banca cinese per le importazioni e le esportazioni (Eibc) ha concesso ai paesi africani prestiti per 62,7 miliardi di dollari, ovvero 12,5 miliardi di dollari in più della Banca mondiale.

L’AidData, un gruppo di ricerca del College of William and Mary, negli Stati Uniti, ha valutato in 74,11 miliardi di dollari gli impegni economici presi dalla Cina più o meno nello stesso periodo, stimando a 48,61 miliardi di dollari quello dei progetti completati.

Una presenza estranea

Ma persone come Hao Shegli, proprietario di una piantagione in Mozambico, sono la prova che nello stesso arco di tempo stava succedendo anche qualcos’altro, un fenomeno di portata perfino maggiore, che a quanto pare ha superato le migliori aspettative del governo cinese. In quel decennio circa un milione di privati cittadini hanno lasciato la Cina per cercare fortuna in territorio africano e molti di loro, come Hao, lo hanno fatto di propria iniziativa.

Più di ogni altra cosa, è stato il modo in cui hanno amministrato i loro affari – gli investimenti nei terreni, nell’industria e nel commercio e i rapporti con la gente del posto – a modellare l’immagine della Cina in Africa e a condizionare i legami tra i due paesi.

Ancora prima di conoscere Hao, mi ero accorto della tensione che questa presenza estranea suscitava in una serie di paesi diversi e lontani tra loro. In Senegal, Namibia, Malawi e Tanzania sono esplose le proteste dei commercianti locali contro l’arrivo di un gran numero di commercianti cinesi che vendono prodotti scadenti.

Passando del tempo con gli immigrati cinesi in Africa ho capito molte cose sulla Cina stessa

Nelle regioni produttrici d’oro del sud del Ghana gli abitanti hanno manifestato a gran voce contro i minatori cinesi che, giunti in massa e in modo incontrollato, si stavano impossessando dei terreni più redditizi, devastando l’ambiente, tagliando le foreste e riversando mercurio nel suolo e nei corsi d’acqua.

Poco dopo il loro arrivo in Zambia, i cinesi si sono inseriti in quasi tutti i settori dell’economia (alcuni sono modesti allevatori di pollame che fanno concorrenza agli abitanti del posto nei mercati delle città o dei villaggi africani) e la loro presenza è diventata oggetto di dibattito durante le elezioni legislative.

Passando del tempo con gli immigrati come Hao ho imparato quali motivi li hanno spinti qui in Africa, come possono influenzare la trasformazione delle economie locali, quanto desiderano integrarsi con la popolazione e quali potrebbero essere gli altri effetti della loro imponente presenza nel continente. E, inaspettatamente, ho capito più cose anche della Cina.

La storia meno nota

Di solito si pensa alla diversità della Cina in termini etnici. Esistono varie minoranze (le più conosciute sono i tibetani e i musulmani uiguri), che hanno una storia e degli usi diversi da quelli della maggioranza han, e si considerano, e sono solitamente considerati, profondamente separati dal resto della popolazione.

Naturalmente esiste anche una diversità socioeconomica: quasi dappertutto sta aumentando il divario tra i ricchi, la classe media emergente, quella operaia e i segmenti più poveri della popolazione. La Cina è una delle società più disuguali al mondo.

Nel paese si può cogliere anche una sorta di diversità politica, rappresentata perlopiù da una nicchia di intellettuali anticonformisti e dissidenti. Sono personaggi di cui la stampa occidentale si occupa spesso, e questo potrebbe suggerire che le loro opinioni abbiano una grande influenza in patria. In realtà danno voce solo a un minuscolo frammento della popolazione cinese e le loro idee hanno una circolazione limitata.

Quando l’ho incontrato per la prima volta, Hao mi è parso un tipo insolito e ho sottovalutato il fatto che le sue idee potessero rispecchiare qualcosa che andava al di là della sua rude e spesso cinica personalità. Ma poi ho imparato che la sua aperta ostilità nei confronti di Pechino è molto diffusa tra i nuovi immigrati cinesi.
Naturalmente la ricerca di migliori opportunità economiche è stato il motivo principale che li ha convinti a partire.

Eppure molti hanno deciso di fare il grande salto nell’ignoto e trasferirsi in Africa perché erano esasperati dalla corruzione onnipresente, dalla paura di ammalarsi a causa dell’inquinamento e dalle numerose limitazioni alla libertà, da quella religiosa a quella di espressione. Molti immigrati hanno denunciato anche una terribile mancanza di spazio.

Quest’ultimo fattore è stato uno dei principali motivi che hanno attirato Hao in Mozambico, e che quindi hanno stimolato il mio interesse nei suoi confronti. La storia meno nota dei nuovi arrivati cinesi in Africa è fatta da singoli agricoltori che hanno comprato dei terreni, e il Mozambico, un paese grande quasi il doppio della California e con alcuni dei terreni più fertili del continente, si è prestato perfettamente a questo tipo di af­fari.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Howard W. French è un giornalista statunitense ed è stato a lungo corrispondente del New York Times. French è tra gli ospiti dell’incontro Benvenuti in Cinafrica, in programma alle 16.30 al teatro Comunale di Ferrara per il festival di Internazionale. Questo testo è tratto dal suo libro China’s second continent (Knopf 2014).

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