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L’ufficio stampa è gestito dal gruppo Hdrà


Elena Giacchino, responsabile ufficio stampa
(+39)3402682776 e.giacchino@consensoeu.com

Sarah De Pietro
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Sala stampa al festival
La sala stampa del festival è a Palazzo della Racchetta, in via Vaspergolo 6/a, Ferrara.

Accrediti stampa
È possibile accreditarsi al festival sul sito di Internazionale oppure direttamente alla sala stampa nei giorni della manifestazione. Saranno accreditati unicamente giornalisti muniti di tesserino o lettera d’incarico. Per il ritiro del pass e del press kit rivolgersi alla sala stampa del festival a Palazzo della Racchetta, in via Vaspergolo 6/a.

Modalità di accesso agli incontri
Per ogni evento sono disponibili 50 ingressi stampa (10 per la rassegna Mondovisioni). Ciascun giornalista potrà accreditarsi a un massimo di tre eventi al giorno, non si accetteranno più di due accrediti a testata per ogni incontro. Per richiedere l’accredito è necessario recarsi il giorno stesso presso la sala stampa. Le iscrizioni per ogni evento restano aperte fino a esaurimento posti.

Interviste e incontri con gli ospiti
L’ufficio stampa provvederà durante i giorni della manifestazione a concordare interviste e incontri con gli ospiti presenti al festival in base alla loro disponibilità.

Gli eventi
I luoghi e gli orari degli incontri potrebbero subire variazioni luoghi e gli orari degli incontri potrebbero subire variazioni. Ulteriori info in sala stampa, sull’account twitter del festival @Internazfest o sul canale Telegram di Internazionale.


  • 06 Ott 2017 15.26

Internazionale a Ferrara 2017: edizione record con 76 mila presenze

Internazionale a Ferrara, il festival di giornalismo organizzato dalla rivista Internazionale, diretta da Giovanni De Mauro, e dal Comune di Ferrara, si è chiuso domenica scorsa con il record di 76 mila presenze.

L’undicesima edizione si è aperta venerdì con la consegna a Can Dündar del premio per il giornalismo d’inchiesta dedicato alla memoria di Anna Politkovskaja. Il reporter turco, esule in Germania, ha ritirato il riconoscimento anche a nome degli oltre 150 giornalisti incarcerati solo nell’ultimo anno in Turchia. Dündar, candidato al Nobel per la pace e su cui pende un mandato di cattura internazionale, ha infatti dedicato il premio ai “giornalisti scomparsi che hanno pagato il prezzo più alto in nome della libertà di espressione” e nel suo discorso sulla libertà di stampa ha promesso “di rimanere fedele alla strada aperta da Anna Politkovskaja e alla memoria dei giornalisti scomparsi, di non scendere mai a compromessi e di difendere fino alla fine l’onore della penna, della notizia e della scrittura”. Con la consapevolezza che “la nostra determinazione troverà una via per sormontare qualunque ostacolo, perché come la paura, anche il coraggio è contagioso”.

Al festival, poi, la presenza eccezionale di Angela Davis, icona del movimento per i diritti civili. La filosofa, femminista e militante antirazzista, ha ricevuto un’ovazione dal pubblico del Teatro Comunale. “L’individualismo distrugge l’individualità, mentre la collettività la alimenta. È questo lo spirito che dobbiamo proteggere e nutrire, un sentimento che attraversa confini, oceani, tempo – ha dichiarato Davis– e credo che tutte le lotte, femministe, antirazziste, di solidarietà debbano contribuire a coltivare il senso collettivo che ci unisce”.

“Speriamo di essere riusciti a dare nuove prospettive sul mondo e a raccontare non solo i problemi ma anche le possibili vie di uscita - ha dettoChiara Nielsen, che con Luisa Cifolilli dirige il festival - tutti gli ospiti da punti di vista diversi hanno parlato di un mondo in movimento, hanno offerto un altro sguardo sulle migrazioni, confermando che estendere l’orizzonte per scoprire e conoscere le storie individuali dell’umanità che si sposta è l’unico modo per poter affrontare problemi globali complessi”.
Filo conduttore di questa edizione è stata infatti la prospettiva, intesa come lungimiranza e opportunità, risposta ai moti xenofobi, ai populismi e ai nuovi protezionismi, che si stanno affermando come sintomi di un affanno della politica a fare fronte ai grandi mutamenti sociali. Per tendere verso un’informazione corretta; per leggere gli eventi in corso senza paura, immaginando soluzioni rispettose dei diritti umani; per individuare modelli economici più inclusivi, serve la giusta distanza.
“L’informazione rigorosa è una constant struggle, una lotta costante, tanto più necessaria oggi per costruire un’opinione pubblica consapevole e per il buon funzionamento della democrazia”, ha aggiunto Nielsen, confermando il rapporto tra il festival e la città, “Ferrara si è dimostrata ancora una volta il luogo perfetto per ospitare questo evento, non solo per l’accoglienza, ma anche per i rapporti consolidati e affettuosi con tantissime realtà locali”

Dal 29 settembre al 1 ottobre a Ferrara si sono alternati oltre270 ospiti provenienti da 40 paesi e da 4 continenti per 250 ore di programmazione e 130 incontri. Internazionale ha trasformato la città estense nella redazione più bella del mondo. Più di 100 studenti, 90 responsabili di spazio e oltre 15 persone addette alla produzione per tre giorni hanno lavorato senza sosta per accogliere un afflusso di pubblico record. Anche quest’anno sale gremite e lunghe code.
Tra gli appuntamenti che hanno riscosso più successo, e che hanno maggiormente coinvolto il pubblico, quello sul cambiamento climatico con l’antropologo indiano Amitav Ghosh, i dibattiti con Yanis Varoufakis e Romano Prodi. E poi il dialogo seguitissimo dal pubblico più giovane tra il graphic novelist canadese Guy Delisle, autore di Fuggire, sulla lunga prigionia in Cecenia di un collaboratore di Msf, e l’autore di fumetti italiano Zerocalcare. Così come l’incontro con Shane Bauer, reporter statunitense che sotto copertura si è infiltrato nei movimenti paramilitari di estrema destra americani, e quello con le giornaliste Mona Chalabi e Mae Ryan, che per il Guardian hanno realizzato “Lettere dalla vagina”, una serie di documentari dedicati all’esplorazione della sessualità femminile sotto diversi punti di vista e ora candidata agli Emmy Awards.
E poi le grandi rassegne: dai documentari di Mondovisioni, organizzata da CineAgenzia, agli audiodocumentari di Mondoascolti selezionati da Jonathan Zenti. Di nuovo a Ferrara anche il World Press Photo, il più importante premio fotogiornalistico del mondo, con una mostra ospitata dal Padiglione di Arte Contemporanea di Palazzo Massari.
È proseguito l’impegno di Internazionale e della città di Ferrara per aprire il festival a quante più persone possibili. Molti gli incontri saranno tradotti nella lingua dei segni italiana (lis). Internazionale a Ferrara è un festival accessibile a tutti, senza barriere architettoniche.

Internazionale a Ferrara è promosso da Internazionale, Comune di Ferrara, Regione Emilia Romagna, Università degli studi di Ferrara, Città Teatro, Ferrara Terra e Acqua, Comune di Portomaggiore, Arci Ferrara, Assessorato alla cultura nell’ambito del Progetto Polimero promosso da Arci Emilia-Romagna, Associazione IF e Anci. Il Festival è reso possibile dalla collaborazione di Medici Senza Frontiere, charitypartner, e della Rappresentanza in Italia della Commissione europea, grazie a Unipol Gruppo, Fondazione Unipolis, Assicoop, UnipolSai, con il sostegno di Bonifiche Ferraresi, Montura, Alce Nero, Camera di Commercio di Ferrara, Cir Food, Global Progressive Forum, Poste Italiane, Banca Etica, Sky, Arci Nazionale, Università LUISS Guido Carli, Coop Alleanza 3.0, Cidas, Cooperativa Camelot, Sammontana, Astoria, Acer, Terna, Doc Servizi, CGIL, CNA. Con la main mediapartership di Rai e la media partnership di Radio 3, Radio 2, RaiNews24, RaiCultura, RadioRadicale, @stoleggendo, VoxEurop, Housatonic.

  • 05 Ott 2017 17.18

Conservazione ambientale e diritti dei popoli indigeni: un dialogo possibile?

“Le conoscenze dei popoli indigeni devono essere protette e non bisogna considerare queste popolazioni contrarie alla tutela delle altre specie”, questo il concetto fondamentale espresso da Parnab Doley, attivista indiano che fa parte dell’organizzazione Jeepal, sul palco della Sala Estense di Ferrara, sabato 30 settembre alle ore 11. Parnab vive nello stato di Assam, nell’India nord-orientale, dove si trova il Parco Nazionale del Kaziranga. Racconta al festival di Internazionale la condizione in cui versa la popolazione indigena di etnia Mishing, da cui proviene, pressata dalle iniziative di conservazione ambientale.

Con Doley sul palco, per approfondire il tema, Fiore Longo, antropologa e attivista di Survival Iternational e John Vidal, giornalista britannico. Modera l’incontro Giovanna Chioini di Internazionale. La conversazione diversi punti. Tra questi, la repressione ai danni delle popolazioni indigene e le accuse di bracconaggio, ma anche il successo delle popolazioni autoctone nella conservazione degli habitat.

Per Longo i diritti delle popolazioni indigene, seppure legalmente riconosciuti a livello internazionale, verrebbero negati all’atto pratico, anche per via di un approccio da parte delle associazioni di conservazione ambientale non condiviso dall’organizzazione, che ha presentato un’istanza contro il WWF per dei presunti abusi che, per Survival, sarebbero stati commessi in Camerun. L’attivista, inoltre, sostiene che due atteggiamenti rendono difficoltoso il diritto di vivere nelle proprie terre dei Mishing: il razzismo, per il quale questi popoli non sarebbero in grado di preservare l’ambiente, e un pessimismo antropologico che induce a ritenere che per conservare l’ambiente esso non debba essere abitato dall’uomo.

Il punto di vista di John Vidal è piuttosto ampio. Il suo interesse verso l’argomento è iniziato dopo un viaggio di lavoro nelle foreste protette del Camerun. Storicamente, individua in una mentalità che risente ancora del colonialismo una delle cause delle pressioni a cui le popolazioni indigene sarebbero sottoposte nei Paesi in via di sviluppo dove vengono istituiti dei Parchi Nazionali. Su un piano economico, invece, queste pressioni sarebbero indotte da interessi che trovano il loro primo motore nel consumismo occidentale. Vidal, rispondendo a una domanda del pubblico, spiega come i media, anche occidentali, tacciano sull’argomento e auspica un confronto tra tutti i portatori di interesse verso il problema.

Allo stesso modo Parnab Doley spera nel dialogo e in un’apertura democratica che veda finalmente le popolazioni tribali tra gli stakeholders delle iniziative di conservazione ambientale. L’attivista Mishing critica l’ottica diffusa per la quale gli indigeni sarebbero dei selvaggi da colonizzare e rifiuta anche l’accezione univoca di progresso, inteso come avvicinamento agli standard occidentali. Si tocca anche il tema del turismo: per Doley un turismo sostenibile nei Parchi Nazionali abitati da comunità indigene deve essere inteso nel senso di uno scambio di conoscenza reciproco tra visitatori e locali e non come un acquisto ludico da parte del viaggiatore.

Lorenza D’Isidoro, studentessa del Master di Giornalismo e Comunicazione scientifica dell’Università di Ferrara, volontaria all’ufficio stampa del festival

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  • 05 Ott 2017 17.08

Ringraziamenti

La copertura degli eventi del festival è stata resa possibile dal contributo di volontari e delle studentesse del Master in Giornalismo e Comunicazione Istituzionale della Scienza dell’Università di Ferrara, del Liceo Ariosto e del Liceo Carducci di Ferrara e del Liceo Alfieri di Torino.

L’ufficio stampa, curato da Consenso del gruppo Hdrà, ringrazia per il loro preziosissimo apporto nella redazione dei testi di questa sezione:
Irene Lodi
Alice Pelucchi
Lorenza D’Isidoro
Marina Sardi
Matteo Gullì
Silvia Pavanetto

  • 05 Ott 2017 15.02

Sud Corea, gli echi di uno “sviluppo compresso”

Quali possono essere, a distanza di anni, le ripercussioni di una crescita economica fulminea? Al Festival di Internazionale, il ritratto spietato di una nazione in crisi identitaria Leggi

  • 05 Ott 2017 14.59

Libia: una prigione alle porte dell’Europa

Per molti migranti il viaggio finisce qui, tra caos politico, violenza abusi Leggi

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  • 05 Ott 2017 14.56

È ancora un sogno

La lunga marcia per i diritti civili non si è conclusa Leggi

  • 05 Ott 2017 14.52

Porte chiuse

Donald Trump vuole blindare il confine con il Messico. Ma i centro americani continueranno ad arrivare Leggi

  • 05 Ott 2017 14.49

Colombia: dopo la pace con le Farc si apre una nuova fase?

Marta Ruiz: “Ora che le FARC e i militari hanno lasciato la scena, lo spazio politico da occupare c’è , lo si faccia in modo democratico” 
Leggi

  • 05 Ott 2017 14.40

I titoli giusti: è possibile coniugare finanza e sostenibilità?

La finanza è entrata pesantemente nella vita di ciascuno di noi, sostenendo progetti ed imprese che possono avere impatto sull’ambiente, sui diritti umani, nella società Leggi

  • 03 Ott 2017 18.44

L’educazione occidentale è proibita. In Nigeria il problema di Boko Haram non ha ancora trovato una soluzione.

Wolfgang Bauer ha intervistato settantadue giovani donne rapite da Boko Haram e riuscite a fuggire Leggi

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  • 03 Ott 2017 18.38

Affidabile, remunerativo, intramontabile. Come la carta. 

Iris Chyi, docente alla scuola di giornalismo dell’Università del Texas: perché sarebbe un errore abbandonare la carta stampata. Leggi

  • 03 Ott 2017 18.34

Odio, dunque commento

Chi si nasconde dietro ai commenti crudeli della rete? Al Festival di Internazionale Claudio Rossi Marcelli lo chiede alla giornalista Chiara Lalli e al videomaker Kyrre Lien. Leggi

  • 03 Ott 2017 18.17

Eritrea, il regno della paura

Gli eritrei sono perfettamente consapevoli che solo metà di chi tenta di varcare il confine ci riuscirà, ma sono motivati a farlo ugualmente, come racconta Meron Estefanos Leggi

  • 03 Ott 2017 18.08

Matite appuntite: Zerocalcare e Delisle

Come un graphic novel può trasportarci al centro di un conflitto senza la spettacolarizzazione della violenza a cui i media tradizionali ci hanno ormai assuefatti. Uscire dall’informazione mainstream è possibile anche attraverso il fumetto. Leggi

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  • 01 Ott 2017 13.19

Amore e rivoluzione

Al Teatro Comunale si parla di amore e tabù sessuali dopo le rivolte delle primavere arabe con Catherine Cornet, Internazionale, che anima il dibattito tra Shereen El Feki giornalista britannica di origini egiziane, autrice di Sex and the citadel e Saleem Haddad, autore di Ultimo giro al Guapa (edizioni e/o, 2016), la storia dell’omosessualità repressa di un giovane di fede islamica. Sul palco sono presenti anche i registi egiziani Ayman El Amir e Nada Riyadh, che hanno diretto Happily ever after, l’originale documentario sulla loro storia d’amore: uno sguardo nella sfera privata di una coppia che si trova a dover superare la contrapposizione tra gli ideali politici di lei, che vuole rimanere in Egitto dopo la rivoluzione per apportare dei cambiamenti significativi e le ambizioni di Ayman, che decide invece di andare negli Stati Uniti per poter proseguire con maggiore libertà i propri progetti cinematografici.

Catherine Cornet invita Saleem Haddad a spiegare al pubblico due termini arabi centrali nelle esperienze della comunità LGBT nei paesi di fede islamica: haram e eib. “La prima rappresenta tutto ciò che è contrario alla religione, mentre il secondo è il concetto culturale di vergogna, dotato di una forte componente sociale che tende a influenzare in maniera anche più preponderante le regole di comportamento”. Saleem ricorda infatti di come haram abbia smesso di essere importante grazie a un passaggio logico razionale che ci fa rifiutare delle proibizioni imposte da una religione in cui smettiamo di credere. Superare l’aib è invece più difficile perché va a toccare tutte quelle tacite dinamiche di accettazione sociale, che mettono a rischio il nostro futuro come membri di una comunità.

Certo le app di chat come Grindr hanno reso per i giovani omosessuali arabi gli incontri più semplici, ma è interessante notare come molti tabù siano in realtà ancora presenti non tanto sul piano di quello che si fa ma di come se ne parla. Sono tante le parole per aib ormai non si possono più pronunciare, quando invece l’arabo antico annoverava ben 1083 verbi per indicare l’atto sessuale: “la politica ha ristretto il nostro vocabolario. Ora se anche la conversazione comincia in arabo, utilizziamo immediatamente l’inglese non appena passiamo a parlare di sesso!”, scherza Saleem.

Alla domanda di Catherine Cornet su come siano cambiati i personaggi femminili nella produzione cinematografica egiziana, Shereen El Feki sottolinea come sia difficile concentrarsi unicamente sulla figura della donna, avulsa dalla cornice storica e culturale in cui è situata. “Negli anni ’50, l’età d’oro del cinema egiziano, le donne erano rappresentate in modo più progressista di oggi, venivano incoraggiate le loro capacità espressive, anche sessuali. In contesto più ampio, l’immagine era quella di un paese con un forte impulso allo sviluppo e all’emancipazione. Nei film di oggi assistiamo invece a un ritorno della donna in cucina, meno libera. Emerge quindi un quadro politico volto all’affermazione di un sistema gerarchico patriarcale”.

Nella rappresentazione dell’omosessualità si riscontra invece un approccio più profondo e sfaccettato oggi. Mentre negli anni ’90 i personaggi gay erano di solito utilizzati nei film come metafora di qualcos’altro, ad esempio della corruzione e del degrado della società, oggi vengono mostrati nella loro complessità, come personaggi a tutto tondo.

Quello che invece ancora non emerge nel cinema arabo è la condizione degli uomini e la crisi della loro mascolinità. “Gli amici mi chiedono sempre perché mi occupo sempre e solo della condizione della donne, “dice Ayman “quando in realtà anche gli uomini del nostro paese si sentono vittime”. Nada evidenzia come ci sia un forte senso di ingiustizia nelle nuove generazioni, alla ricerca di un compromesso che non renda vana l’esperienza delle primavere arabe: “si tratta di egiziani che hanno fatto la rivoluzione e ora non riescono neanche più a trovare la forza per alzarsi dal letto. Sono depressi. I cambiamenti vanno attuati per tutta la popolazione, non si può pensare di allargare il campo dei diritti delle donne senza farlo anche con quello degli uomini”.

Per Saleem la strategia per superare questa fase di frustrazione è di non concentrarsi solo sulle difficoltà, ma anche sugli spazi di resistenza e solidarietà che sono comunque sopravvissuti, sui tanti attivisti della comunità LGBT e non solo che cercano nuovi luoghi e nuovi modi di stare insieme. “Le sfide sono tante, ma sono tante anche le reti e le iniziative che sono nate. Di questo dobbiamo parlare molto. E anche celebrarlo”.
Alice Pelucchi, studentessa del Master di Giornalismo e Comunicazione scientifica dell’Università di Ferrara, volontaria all’ufficio stampa del festival

  • 01 Ott 2017 13.06

Scrivere per sopravvivere in Siria.

Faraj Bayrakdar e Khaled Khalifa al festival di Internazionale Leggi

  • 01 Ott 2017 12.56

A Mosul la guerra non è ancora finita

“Mosul è oggi come una scultura d’argilla interamente distrutta da mani enormi”. Così Ghaith Abdul-Ahad (The Guardian) descrive quello che rimane della città irachena dopo che ne è stata dichiarata la liberazione dall’ISIS nello scorso luglio. All’incontro “Mosul. Una ferita aperta”, moderato da Tonia Mastrobuoni (La Repubblica), hanno partecipato anche Caroline Abu-Sada (Msf) e la corrispondente di guerra freelance Francesca Mannocchi.

All’Undicesima Edizione del Festival di Internazionale a Ferrara si mostra come, anche nel caso dell’Iraq, la complessità di una tragedia venga facilmente seppellita sotto cumuli di disinformazione e propaganda. Questo conflitto è stato spesso paragonato alla II guerra mondiale come numero di morti, ma quantificare realmente le perdite è impossibile. “È una guerra che si svolge totalmente tra i civili”, afferma Ghaith Abdul-Ahad. “Tutti quelli catturati negli ultimi giorni dopo la liberazione della città di Mosul sono stati giustiziati. Ovunque, giù dai tetti, per strada. Nessuno si è salvato. E’ stata un’orgia di uccisioni”.

Il giornalista del Guardian spiega come ormai si tratti di ISIS contro Iraq e non più di sciiti contro sunniti. “Non c’è alcuna volontà nel risparmiare i civili: secondo l’esercito iracheno chiunque sia rimasto a nella città dopo l’avanzata della Stato Islamico è colpevole”, sottolinea Caroline Abu-Sada, capomissione di Medici Senza Frontiere a Mosul. L’Iraq aveva uno dei migliori sistemi sanitari del Medio Oriente, ma ora ha collassato. Anche le poche altre organizzazioni che erano riuscite ad operare a Mosul se ne sono andate. Msf resiste, ma è da tempo nel mirino dell’esercito iracheno perché curare i civili, senza scin da che parte si trovino, significa aiutare il nemico. “Voi che li curate siete dalla parte della morte, noi della coalizione irachena siamo dalla parte della vita”. Questa è la visione presentata a Caroline della loro missione umanitaria per salvare i civili.

“La cosa che mi ha più colpito di questa guerra”, racconta Francesca Mannocchi, “è che verso la fine tutti hanno perso ogni pudore nel raccontare le cose: ‘per noi donne e uomini vanno ammazzati tutti’ mi ha riferito un colonnello, davanti alle telecamere. Anche nell’animo di chi è testimone di questa guerra è saltata la distinzione tra soldati e civili”. La giornalista da anni ricerca in Iraq le testimonianze di donne e bambini, mogli e figli dei combattenti, con tutte le difficoltà che l’accesso a queste informazioni comporta. “Le famiglie di DAESH non sono mai state considerate innocenti. E i loro nemici sono diventati vendicatori”. Francesca racconta dei campi di rifugiati attorno a Mosul in cui famiglie di vittime vivono accanto a quelle dei carnefici: “è una bomba a orologeria”.

I giovani combattenti educati da ISIS sono infatti ancora più puri e idealisti dei loro predecessori. Nelle loro parole, le azioni guerra non vengono mai chiamate missioni suicide ma “di martirio”. E non si tratta solo della de-radicalizzazione dei bambini. “Noi giornalisti ci siamo chiesti poco come l’ISIS abbia rappresentato per le donne un momento di emancipazione e gratificazione”, riflette Francesca, spiegando come questo non si declini solo nel combattimento: per una ragazza di 16 anni significa un ruolo più dominante, maggiore libertà e dignità, un motivo per essere orgogliosa. “Queste donne sono fiere di essere vedove di martiri. E madri di martiri.”

Quello che emerge è quindi che la guerra civile in Iraq sia tutt’altro che finita, “sta solo entrando in una nuova fase”, evidenzia Ghaith. “L’ISIS è stato sconfitto. Ma non c’è una volontà politica per la pace. Finché questa generazione armata che è emersa dai precedenti anni di conflitto non deciderà di smettere”. Si parla di circa 70-80 gruppi militari ben armati e organizzati: “abbiamo sconfitto l’ISIS ma abbiamo creato di peggio.” Ora in Iraq la cosa importante saranno le conseguenze del referendum in Kurdistan, con la vittoria dei sì per l’indipendenza al 92,7% proclamata lo scorso 26 settembre. Secondo Ghaith si tratterà di uno spostamento della base di conflitto “da settaria a regionale”.

Come sostiene Francesca Mannocchi, è importante per chi fa giornalismo trovare una strada per uscire dal sensazionalismo che domina nei nostri media occidentali ed entrare più a fondo nel quotidiano: nelle vere cause e motivazioni di chi è stato costretto a restare in Iraq. Di cosa abbia rappresentato l’arrivo dello Stato Islamico in un paese in mano a un governo corrotto e sostenuto dalle potenze occidentali. “Dobbiamo evitare la banalizzazione dalla nostra parte del mondo che ci ha fatto accettare passivamente il concetto che contro l’ISIS vale tutto”, sottolinea la giornalista. ”Smettere di perpetrare una narrazione in cui loro sono mostri contro i quali tutto è lecito. In questo starà la vera sconfitta di ISIS”.

Alice Pelucchi, studentessa del Master di Giornalismo e Comunicazione scientifica dell’Università di Ferrara, volontaria all’ufficio stampa del festival

  • 01 Ott 2017 12.45

Le false informazioni nascoste dietro all’euro-scetticismo

Quando l’opinione pubblica è veicolata dalle bufale. Al Festival di Internazionale Matteo Grandi, Massimo Bordin, Eric Jozsef e Roberto Santaniello Leggi

  • 01 Ott 2017 12.39

Migranti: storie di naufragi e salvataggi

Corrado Formigli ha condotto ieri sera a Ferrara un affollatissimo incontro serale del Festival di Internazionale: “Mi piace incontrare degli amici con cui condivido moltissimo, che parlano di cose che conoscono bene perché le vivono giorno dopo giorno” ha esordito presentando i suoi ospiti, lo scrittore Erri De Luca e il presidente di Medici Senza Frontiere (Msf) Italia Loris De Filippi.

Erri de Luca, definito da Formigli una “artista meraviglioso della parola”, ha raccolto nei mesi scorsi l’invito a salire sulla Vox Prudence, nave noleggiata da Msf per effettuare i salvataggi in mare dei migranti che arrivavano sui barconi ed accompagnarli nei porti italiani di accoglienza. Ha potuto leggere nei loro occhi la paura e la disperazione vissute fino al momento del salvataggio, la felicità quasi incredula per avercela fatta (il viaggio sulla nave è stato il migliore sino a quel momento e l’unico gratuito!) e al momento dello sbarco l’incertezza per un futuro ignoto.

“È stata un’esperienza molto coinvolgente, e ho condiviso gli stessi sentimenti di umanità e compassione sia con medici e volontari, sia con il personale di bordo” ha dichiarato lo scrittore. I cosiddetti “taxi del mare“ hanno salvato negli anni circa 75000 persone, circa il 25% di tutti salvataggi in mare dal 2015.

“Ma ora questa esperienza straordinaria è “scaduta” , cancellata da un decreto del ministro degli Interni italiano Minniti che vieta di ripresentare la domanda di rifugiato dopo un primo respingimento e dalla volontà del nostro governo di fermare il flusso di arrivi sulle nostre coste”, ha proseguito Loris De Filippi. Infatti il governo ha proseguito nel suo intento con una campagna di disinformazione e calunnia verso le ONG, prima sostenendo accordi tra queste ed i trafficanti di uomini ed in seguito, dopo aver sottoposto alle ONG un codice di condotta inaccettabile, ha stipulato accordi con parte delle autorità libiche e delle milizie locali affinché controllino le coste e riportino indietro i migranti.

“Msf non accetterà mai il codice proposto da Minniti , poiché far salire militari italiani sulle navi significa comunque schierarsi ed accettare l’ingerenza della politica, condividere una attività investigativa e di deterrenza, mentre Msf in ogni parte del mondo si presenta senza alcun colore e offre assistenza a tutti”, ha continuato il presidente di Msf.

l risultato è stato il bombardamento della nave di Msf da parte dei libici, il ritiro delle ONG, ed una drastica riduzione delle partenze, ma il fenomeno non si è arrestato ed le persone continuano a morire in mare. Ancora peggiore è la situazione che vivono i migranti nei centri in Libia, spesso definiti centri di detenzione, una sorta di lager dove violenze e stupri non si contano e dove al momento neppure le forze dell’ Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati sono ancora intervenute, anche se nelle intenzioni del nostro governo si dovrebbero costituire ONG locali per l’assistenza.

Le strade per una soluzione a questa drammatica situazione passano attraverso il superamento delle norme di Dublino per una libera circolazione di migranti nei Paesi Europei dopo l’arrivo in Italia, canali umanitari e sicuri per il trasferimento e per una accoglienza condivisa in Europa, leggi sulla integrazione delle persone (es. lo ius soli, rimandato alla prossima legislatura) e l’abolizione della “Bossi-Fini”. In proposito Formigli ha pubblicizzato la campagna lanciata da Emma Bonino per la raccolta di firme in favore di una legge di iniziativa popolare per l’abolizione di questa legge che prevede la definizione di quote di ingresso e l’arrivo in Italia per i migranti che abbiano già un lavoro ed un permesso di soggiorno.

Marina Sardi, studentessa del Master di Giornalismo e Comunicazione scientifica dell’Università di Ferrara, volontaria all’ufficio stampa del festival

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