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L’ufficio stampa è gestito dal gruppo Hdrà


Elena Giacchino, responsabile ufficio stampa
(+39)3402682776 e.giacchino@consensoeu.com

Sarah De Pietro
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Luciana Cimino
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Sala stampa al festival
La sala stampa del festival è a Palazzo della Racchetta, in via Vaspergolo 6/a, Ferrara.

Accrediti stampa
È possibile accreditarsi al festival sul sito di Internazionale oppure direttamente alla sala stampa nei giorni della manifestazione. Saranno accreditati unicamente giornalisti muniti di tesserino o lettera d’incarico. Per il ritiro del pass e del press kit rivolgersi alla sala stampa del festival a Palazzo della Racchetta, in via Vaspergolo 6/a.

Modalità di accesso agli incontri
Per ogni evento sono disponibili 50 ingressi stampa (10 per la rassegna Mondovisioni). Ciascun giornalista potrà accreditarsi a un massimo di tre eventi al giorno, non si accetteranno più di due accrediti a testata per ogni incontro. Per richiedere l’accredito è necessario recarsi il giorno stesso presso la sala stampa. Le iscrizioni per ogni evento restano aperte fino a esaurimento posti.

Interviste e incontri con gli ospiti
L’ufficio stampa provvederà durante i giorni della manifestazione a concordare interviste e incontri con gli ospiti presenti al festival in base alla loro disponibilità.

Gli eventi
I luoghi e gli orari degli incontri potrebbero subire variazioni luoghi e gli orari degli incontri potrebbero subire variazioni. Ulteriori info in sala stampa, sull’account twitter del festival @Internazfest o sul canale Telegram di Internazionale.


  • 05 Ott 2016 13.54

Ringraziamenti

La copertura degli eventi del festival è stata resa possibile dal contributo delle studentesse del Master in Giornalismo e Comunicazione Istituzionale della Scienza dell’Università di Ferrara e delle volontarie e volontari del Liceo Ariosto e del Liceo Carducci di Ferrara e del Liceo Alfieri di Torino.

L’ufficio stampa, curato da Consenso del gruppo Hdrà, ringrazia per il loro preziosissimo apporto nella redazione dei testi di questa sezione:
Elisa Bianchi
Barbara Busnardo
Irene Lodi
Irene Marcello
Alice Marsili
Alice Scuderi
Barbara Zambelli

  • 04 Ott 2016 20.16

Alla riscossa. I movimenti sociali in Europa e negli Stati Uniti

Giovanni De Mauro, direttore di Internazionale, tira le fila del festival di quest’anno recuperando la sua suggestione sotterranea: la consapevolezza che c’è qualcosa che non va, unita al forte bisogno di organizzarsi, protestare, dire la propria con fermezza. È per questo che l’ultimo incontro del festival vuole concentrarsi sulla questione sociale in Europa e in America, attraverso le opinioni di Edwy Plenel, giornalista francese di lungo corso e fondatore di Mediapart, Bhaskar Sunkara, americano ventisettenne, fondatore di Jacobin Magazine, ed Abi Wilkinson, collaboratrice ventiseienne del Guardian. Li intervistano De Mauro e Chiara Nielsen, vice-direttrice di Internazionale.

Viene chiesto agli ospiti di raccontare cosa è successo nei loro paesi durante l’ultimo anno. Plenel racconta di una Francia diversa da quella che si legge nei giornali, in cui il fermento sociale è grande ed è semplicemente oscurato da una barriera creata appositamente per proteggere il potere istituzionalizzato: «il fremito che esiste nel paese e che non ha avuto sbocchi politici mostra che molti giovani vorrebbero un programma diverso rispetto alla politica della paura», afferma. «I neo-conservatori usano le emozioni di paura per mettere da parte la società ed essere così delegati a gestire la cosa pubblica senza interferenze».
Abi Wilkinson, dalla sua prospettiva di oltremanica, parla di due schieramenti divisi e difficilmente circoscrivibili: da una parte l’estrema destra, i promotori della Brexit, e dall’altra i laburisti, che a sorpresa hanno eletto Corbyn come loro leader. Ciò che è veramente interessante però, racconta, è l’ascesa di una serie di movimenti sociali molto vitali, nati dal basso: Occupy eMomentum, ad esempio, che sono in grado di intercettare anche i bisogni di chi non si sente più rappresentato dall’establishment. Farage («che si presenta come uomo del popolo, si fa fotografare con la pinta in mano per far vedere che è vicino alla gente») cerca di fare la stessa cosa, ma sfruttando «sentimenti e slogan populisti che in realtà appartengono alle élite».
«Io penso che questo sia il miglior momento per essere socialisti in America», dichiara Sunkara. Se Bernie non è arrivato più in alto lo deve molto alla sua età, ma Sunkara comunque non ha dubbi che «il movimento che ha sostenuto Sanders può esercitare un influsso molto più ampio e longevo del movimento alle spalle di Trump». Per la prima volta, conclude il giornalista, «abbiamo la possibilità di mettere appunto un’identità di movimento anti-establishment a sinistra del liberalismo, e forse allora il centro impedirà alla destra populista di conquistare il potere, fermando la sua deriva».

Chiara Nielsen introduce il tema della crisi della sinistra, che non riesce più a capire le trasformazioni in corso, e chiede agli ospiti se questa nebulosa di movimenti può dare un vero contributo per rifondarla. Plenel sottolinea come la questione verta sul recuperare un senso di umanità, in generale, perso dalla sinistra dopo il duplice fallimento delle socialdemocrazie europee e dello stalinismo. Oggi assistiamo allo spettacolo di «un vecchio mondo che non vuole morire» dice Plenel citando Gramsci, e possiamo solo andare avanti senza conoscere il cammino, accettando la sfida di civiltà che ci si propone senza aspettare rassicurazioni. Wilkinson puntualizza però che è compito della sinistra vedere le contraddizioni nei sistemi economici e trovare delle risposte, e adesso che la classe politica tradizionale tende a dimenticare questo ruolo sono i movimenti spontanei, nati dal basso, che possono fare pressione per spostare il dibattito sui temi importanti. Sunkara parla quindi di classe lavoratrice, «uomini e donne che insieme rappresentano la maggioranza e che si devono pensare come classe sociale: per uscire dall’impasse è necessario convincere tutti quelli che potrebbero cadere preda degli slogan populisti». Riallacciandosi al tema dei lavoratori, Plenel precisa che dal suo punto di vista bisognerebbe parlare, più in generale, in termini di minoranze: «il mondo operaio si può pensare come minoranza, ma anche le donne, i giovani, gli immigrati… è necessario sbloccare la questione senza irrigidimento identitario, difendendo l’umano e quello che stiamo diventando».

Si passa poi a parlare di Italia, e di come viene vista all’estero. Sunkara racconta che in America si parla poco di Italia, e che dal suo punto di vista quello che manca al nostro paese è una sinistra forte come quella spagnola o portoghese, anche se il vero problema è l’Europa, «una camicia di forza al cui interno è difficile attuare scelte veramente di sinistra». Plenel dice che per lui l’Italia è sempre stato il paese-laboratorio che dava avvio ai grandi cambiamenti, creando «un campo di rovine della vecchia politica» che però recentemente non si traduce più in politiche concrete. Wilkinson racconta che nel Regno Unito la maggior parte della copertura mediatica sulla politica italiana è riservata ai 5 Stelle, che sembrano avere diversi punti in comune con Ukip, tra cui «un leader carismatico, euroscettico, populista, senza una vera base politica».

Si passa poi a parlare del rapporto tra giornalismo e politica. Fondare un giornale è una forma subordinata di impegno, oppure è il vero modo di fare politica? Per Plenel il ruolo sociale del giornalismo è importante tanto quanto il diritto di voto, perché nasce dal diritto di sapere tutto ciò che è di interesse pubblico per fare una scelta veramente libera. La rivoluzione digitale in questo senso è una novità positiva perché «è l’agorà entro cui può nascere la sperimentazione di nuove forme politiche». «Il Jacobin nasce da un’idea di mondo migliore», replica Sunkara, basata però su valori normativi: «noi partiamo da alcuni punti fermi, ad esempio che lo sfruttamento è sempre sbagliato, la divisione in classi pure se una controlla l’altra, eccetera… È una visione normativa moralmente, non naturalmente: è sempre una scelta». Nielsen chiede a Wilkinson cosa possono fare i giovani, prime vittime di questo mondo dove il vecchio non si decide ad arretrare. «Abbiamo parlato tanto dei fallimenti del movimento sindacale, che non è riuscito a inglobare i giovani, ma io penso che nonostante tutto noi abbiamo il merito di proporre delle visoni nuove per problemi che esistono da quando esiste il capitalismo», risponde la giornalista.

L’ultima domanda è per Plenel: esiste una speranza, concreta, di fare qualcosa? «Holderlin diceva, “dove cresce il pericolo cresce anche ciò che salva”. In questo periodo dobbiamo scommettere sull’imprevisto, sull’inatteso, sull’improbabile. Ci dobbiamo liberare dell’idea di volere delle garanzie», commenta il giornalista, e conclude: «per salvarci abbiamo bisogno di esempi ordinari… I grandi non hanno niente da insegnarci, mentre i vinti hanno salvato gli ideali che sopravvivono nelle piccole cose. Non sono gli eroi al di sopra di noi, ma i piccoli straordinari esempi dati da vite normali che ci possono aiutare e dare forza».

Alice Marsili

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  • 04 Ott 2016 20.09

I nuovi jihadisti europei

Al Festival di Internazionale di Ferrara, Olivier Roy, orientalista e politologo, Farhad Khosrokhavar, sociologo franco-iraniano e Alessandro Orsini, sociologo dell’università Luiss Guido Carli, rispondono alle domande di Corrado Formigli per spiegare chi sono e cosa vogliono i giovani europei che scelgono il terrorismo. Leggi

  • 04 Ott 2016 20.04
  • 04 Ott 2016 19.56

Città e beni comuni

Innovazione urbana tra collaborazione e cooperazione Leggi

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  • 04 Ott 2016 19.50

Le cose cambiano

“Avrei voluto conoscerti per dirti che le cose andranno meglio”. È questo l’istinto, ormai diventato una missione, del progetto “Things get better” creato da Dan Savage insieme marito Terry Miller, raccontato al Cinema Apollo al Festival di Internazionale di Ferrara. Iniziato nel 2010, in risposta al suicidio di Billy Lucas, quindicenne vittima di bullismo per la sua omosessualità, il titolo dell’iniziativa prende spunto da un messaggio sulla pagina Facebook in memoria del ragazzo. A silenziare l’odio di tanti commenti, quella frase, ricolma dell’amarezza di chi sa che avrebbe potuto fare la differenza. Ed è quello che i video del seguitissimo canale Youtube del progetto fanno: salvano vite di ragazzi e giovani queer grazie al supporto, ai consigli, alle strategie, alla realizzazione del fatto che quel particolare momento passerà, e lo si guarderà con una prospettiva diversa.

Dan Savage racconta una delle storie a conferma degli effetti positivi di questo progetto: una quindicenne texana lesbica gli ha scritto di non sentirsi sola, sotto le coperte, di nascosto in camera sua, mentre nella vita di tutti i giorni nasconde ai suoi genitori la realtà del suo orientamento sessuale perché loro sono incapaci di capire e hanno rifiutato il suo coming out con tanto di seminari “correttivi”.

Dan Savage non viene invitato a parlare nei licei, troppo pericoloso e troppo scandaloso, dice. Ma per il progetto “Things get better” ha realizzato che nell’era dei nuovi media e di internet, non c’è bisogno di essere invitati né di avere il permesso. “Noi non abbiamo bisogno che i genitori ci aprano la porta per parlare ai ragazzi. Noi abbattiamo la porta d’entrata, entriamo nelle loro camere e ci infiliamo sotto le coperte con loro, come nel caso della ragazza texana. Che i loro genitori abbiano realizzato che lo vogliono, o no”. L’ultima frase scaturisce da un’affermazione proprio della quindicenne, raccontata da un Savage commosso: “mi scrisse che ogni giorno guardava i suoi genitori e li amava per quello che sarebbero stati da lì a 10 anni”.

Il successo ed il potere del progetto “Things get better” sono indiscussi. Savage parla anche di come l’orientamento sessuale sia una ragione particolare, quando si parla di bullismo e, perciò, meriti una specifica attenzione. “Esistono diverse ragioni per cui un ragazzo può essere vittima di bullismo: razza, religione, classe. Ma questi ragazzi, quando tornano a casa possono confrontarsi con una famiglia che ha la loro stessa razza, religione, classe sociale. I giovani queer no: i loro genitori non sanno cosa fare perché non ci sono passati”. Savage e il progetto in generale hanno questa ambizione: dare strumenti a questi ragazzi, oltre a conforto e speranza. In risposta ad una domanda dei ragazzi delle scuole superiori presenti all’incontro in largo numero, Savage suggerisce ai genitori di ragazzi omosessuali di amarli per quello che sono e possibilmente relazionarsi ad altri genitori che vivano esperienze simili.

Alla richiesta del moderatore Daniele Cassandro di Internazionale di spiegare le differenze tra cyberbullismo e bullismo tradizionale, il giornalista statunitense risponde in termini di durata e frequenza: “il primo può essere no stop, continuo e costante”. E in merito a questo suggerisce, pur riconoscendo la difficoltà per ragazzi che formano in maniera importante la propria identità attraverso i social media, di andarsene da tali piattaforme. “Non abbiate l’impressione di far vincere il bullo. Quello che importa siete voi, dovete proteggervi”.

Suggerimento simile quello che riguarda il coming out: “createvi una scappatoia, è un processo difficile e dovete pensare al giusto tempismo per tutelarvi. E ricordatevi che quel momento non è la fine dei vostri problemi, è l’inizio di altri, nuovi”. D’altra parte però, Savage sorride pensando a quanto sia fondamentale questa tappa, momento di unificazione della comunità LGBT a livello transgenerazionale.

Quanto alla questione, sollevata dai liceali presenti, su cosa possano fare i ragazzi a scuola per prevenire o limitare il bullismo, il giornalista suggerisce di non rispondere a violenza con violenza, ma afferma che “le norme sociali sono la soluzione”. Racconta l’episodio accaduto nella scuola di suo figlio, in cui un ragazzo gay è stato protetto da tutte le ragazze, lanciando un chiaro messaggio agli esemplari maschili: “non toccatelo o non avrete nemmeno noi”.

Quanto all’omofobia in generale, Savage sostiene come essa sia paura, debolezza, causata dalla disinformazione. “Non possiamo eradicarla, siamo pur sempre scimmie. Quello che possiamo fare è contenerla e respingerla”. Il fatto che lo Stato non discrimini, delegittima la discriminazione stessa. Tuttavia è importante ricordare, secondo Savage, che i momenti di lotta dei movimenti omosessuali hanno conseguenze sui ragazzi omosessuali, nelle scuole e nelle loro relazioni sociali in generale. “Loro diventano l’oggetto reale delle paure che gli altri ragazzi sentono e percepiscono a causa delle bugie che in queste situazioni vengono dette anche in maniera più aggressiva e preponderante. Gli adulti che lottano non sono più vulnerabili, ma devono essere coscienti della pressione che riversano sulle giovani generazioni”.

Barbara Busnardo

  • 04 Ott 2016 19.44

Quante storie per la scuola

Come si insegna e si studia la storia in Italia e come bisognerebbe farlo Leggi

  • 04 Ott 2016 19.39

Un pianeta in equilibrio

Quello che fa bene alla terra fa bene all’uomo. Al Teatro Nuovo si parla di agricoltura biologica, come strumento non solo produttivo, ma soprattutto sociale di rinascita. Leggi

  • 04 Ott 2016 19.33

Soccorrere senza soccombere

Rischi e compromessi dell’azione umanitaria in zone di crisi Leggi

  • 04 Ott 2016 19.27

Decidono le donne

Il prossimo presidente degli Stati Uniti sarà davvero una donna con un importante storia femminista e politica alle spalle, o i cittadini americani si ritroveranno al potere un candidato che passa le nottate a scrivere commenti sessisti su Twitter, come ha prospettato domenica mattina il giornalista Alessio Marchionna, di Internazionale?
La controversa candidatura di Hillary Clinton è stata al centro dell’incontro al Teatro Comunale, che ha visto protagoniste la scrittrice Rebecca Traister, la giornalista Ida Dominijannie la femminista Katha Pollitt, guidate nel confronto da Alessandro Marchionna.
Uno dei punti fondamentali del programma della Clinton è la battaglia sull’aborto: la candidata ha promesso in diverse occasioni che si impegnerà a renderlo più accessibile a tutti i ceti sociali, in modo da consentire la libertà di scelta anche alle donne più deboli economicamente. «Lo scontro sull’interruzione di gravidanza è uno spartiacque importante – ha dichiarato Katha Pollitt – è una linea di demarcazione tra uno stile di vita moderno, laico e femminista e un modo retrogrado di vedere la vita».
Oltre alle ovvie problematiche che comporterebbe l’illegalità dell’aborto, come la poca sicurezza dal punto di vista medico, e il conseguente stato di “fuori legge” per le donne che lo continuano a praticare, potrebbe anche essere motivo di profonda umiliazione per le donne che prendono questa decisione. Inoltre, è importante considerare che ad aver a che fare con queste difficoltà non sono solo mogli e donne accompagnate, ma sempre più donne single, il cui numero è in crescita di anno in anno secondo le statistiche, non solo in quelle americane. «Le battaglie femministe del secolo scorso – ha spiegato poi Rebecca Traister – hanno consentito alle donne della nostra generazione di vivere il matrimonio in maniera nuova». Non è più infatti quella rigida istituzione che consentiva alle donne di uscire dalla casa paterna e di entrare nell’età adulta, unico modo per cominciare a godere di una vita sessuale, costruire una famiglia, e assicurarsi una stabilità economica altrimenti impossibile: è solo una delle tante opzioni a disposizione delle giovani donne.

Pure Ida Dominijanni ha voluto ribadire l’importanza delle “nuove leve” del femminismo, che hanno raccolto un’eredità importante dalle antenate della cosiddetta “seconda ondata”, quella degli anni ‘60-’70, e si trovano a confrontarsi oggi con le conseguenze di questo scomodo passato. «È proprio perché abbiamo vinto la maggior parte delle nostre battaglie – ha spiegato la Dominijanni – che abbiamo a che fare con personaggi come Donald Trump. Lui è un movimento di reazione alla crescente libertà femminile, così come lo sono molti femminicidi. Ma in Italia abbiamo già vissuto tutto questo negli anni ‘90, con l’ascesa politica di Silvio Berlusconi show man e apparente esempio di self made men».
Le ha dato ragione anche Rebecca Traister, che ha sottolineato come Trump non sia altro che una personificazione del rancore di una parte della popolazione, quella che non ha mai accettato l’emancipazione di minoranze come le persone di colore e le donne: «Trump esiste perché esistono Obama e la Clinton», ha affermato. In effetti il presidente uscente, Barack Obama, rappresenta un elemento di rottura cruciale non solo in quanto primo presidente afroamericano, ma pure per la straordinaria importanza che ha dato, sia nella vita privata, sia in quella professionale, alle sue figure femminili di riferimento. «Obama prova un sentimento di sincera gratitudine per le donne della sua vita – ha affermato infatti Ida Dominijanni – ha sempre nutrito un certo orgoglio per la sua provenienza da generazioni di donne libere, considera la moglie Michelle “the rock of the family” e dimostra curiosità nei confronti delle figlie».

Un altro fulcro su cui si basa il programma di Hillary Clinton è l’affermazione del permesso parentale per le madri lavoratrici.
Come ha sottolineato Katha Pollitt, la maternità non deve essere un ostacolo nel progresso economico della donna, ma purtroppo il mantenimento di un figlio ha molto a che vedere con la consistenza dello stipendio. Forse, però, è sbagliato misurare i successi ottenuti dalle donne con lo stesso metro di quelli degli uomini, l’ha messo in evidenza Ida Dominijanni, che vede Hillary Clinton come la prova della possibilità, per le donne, di realizzare il proprio desiderio, qualunque esso sia. Ma la Clinton ha più volte anche diviso l’opinione pubblica, è una figura complessa: vero è che in un primo momento ha preferito il modello di famiglia tradizionale a una eventuale ascesa politica, ma, come ha ricordato Rebecca Traister, volendo essere onesti, non ha mai abbandonato la sua brillante carriera di avvocato. «Io lo chiamo “potere prossimale” - ha dichiarato la Traister – è quello che si ottiene per derivazione, quando capita di “succedere” a una figura maschile in un ruolo di potere. È triste, me ne rendo conto, ma è un primo passo che conta».
Già dalla sua candidatura, indipendentemente da quello che risulterà dal voto dell’8 novembre, si è assistito a un crescente numero di candidature femminili in posizioni di responsabilità, che rappresenta una nuova possibile classe dirigente, composta da donne che si affermano autonomamente e non per “potere prossimale”, per dirla con le parole di Rebecca Traister. «Anche io da giovane ero molto più combattiva – ha concluso Katha Pollitt – ma adesso dico: ragazze, dobbiamo prenderci quello che possiamo!».
Irene Lodi

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  • 04 Ott 2016 19.20

A scuola di finanza

“Partiamo dal presupposto che gli italiani di finanza non ci capiscono nulla”, esordisce così Massimo Cirri che, insieme a Sara Zambotti di Rai Radio2- Caterpillar, ha condotto il quizzone a tema finanziario al Cinema Apollo. La risposta del Festival di Internazionale al rapporto dell’Associazione Bancaria Italiana sull’analfabetismo finanziario sono una decina di domande a risposta multipla, commentate e spiegate da Ugo Biggeri, presidente di Banca Etica e Nunzia Penelope, giornalista e scrittrice che si occupa di economia.

L’incontro è stato un’occasione divertente per approfondire temi che normalmente intimidiscono o allontanano il pubblico. Si è parlato di quantitative easing, anatocismo, finanziamenti delle banche all’industria delle armi, postergazione, bail-in e high frequency trading. Esilaranti le risposte sbagliate, ironicamente poste quelle corrette.

Vengono messe in luce le problematiche e le contraddizioni della finanza moderna, portando alla luce i rischi della scarsità di controllo delle operazioni, così come gli insuccessi di pratiche come il quantitative easing o la “Tobin tax”, quando non applicata a livello mondiale. Non manca un certo compiacimento dell’establishment finanziario nell’usare termini astrusi.

Per finire, qualche suggerimento su come scegliere la propria banca, quali parametri controllare, per sentirsi il più possibile al sicuro in un mondo difficilmente comprensibile per l’uomo della strada.

Barbara Busnardo e Alice Scuderi

  • 04 Ott 2016 19.10

I rischi di informare

“La libertà d’espressione e quella d’informazione qui non esistono”. La medesima affermazione per descrivere tre Paesi diversi, Messico, El Salvador e Venezuela, fatta da tre esempi di giornalismo votato a rivendicare il diritto a sapere e a comunicare.

Moderati da Camilla Desideri nella sala del Teatro Comunale di Ferrara, Anabel Hernández, giornalista messicana impegnata nella lotta al narcotraffico, Alberto Barriera Tyszka, scrittore e giornalista venezuelano e Roberto Valencia, giornalista di El Faro, hanno condiviso le loro esperienze al Festival di Internazionale.

“L’immagine che descrive la libertà d’espressione in Messico è quella dei sacchetti di plastica che contengono pezzi di giornalisti rapiti, torturati, stuprati ed uccisi”, esordisce Anabel Hernández.

In Venezuela, racconta Alberto Barriera Tyszka, si assiste ad una “normalizzazione dell’opacità, una completa mancanza di trasparenza, e una naturalizzazione della violenza”.

E in questi Paesi, il governo è uno degli attori della violenza, spesso il principale.

Dopo la morte di Chavez, racconta il giornalista e scrittore venezuelano, c’è stato un vuoto che Maduro non è stato in grado di colmare. Le conseguenze sono state un indebolimento della figura politica, un parallelo accrescimento del potere militare e, con questo, un aumento degli abusi di potere.

Per Anabel Hernández il governo, corrotto e colluso, fa il gioco dei narcotrafficanti, aggravando irrimediabilmente la situazione del Paese. “Una società, come quella messicana, che non ha un’informazione vera ed opportuna non ha democrazia. Non si possono prendere decisioni se non si conosce la verità.”

Roberto Valencia dipinge uno scenario in cui la popolazione salvadoregna vive in strutture del terrore create dalle gang, le maras, e dalle reazioni discutibili di uno Stato debole, che usa la violenza per risolvere i problemi. Da gennaio 2015 sono 720 i presunti membri di gang uccisi in El Salvador, in apparenti scontri con la polizia. “In molti casi si è trattato di esecuzioni sommarie, accettate dalla società perché questa sembra la soluzione più semplice e rapida”, rivela il giornalista di El Faro.

In queste realtà i giornalisti sono in pericolo. Anabel Hernández, che da quattro settimane è tornata in Messico dopo anni di allontanamento per sopravvivere, parla dell’adattamento alla sua vita sotto scorta, prigioniera delle minacce del governo e dei narcotrafficanti. “La legge a protezione dei giornalisti, promulgata in risposta alle richiesta della comunità internazionale è una simulazione”. È infatti lo stesso governo che ha promosso questa legge a minacciare i giornalisti, come è accaduto proprio alla Hernández, vittima di diverse irruzioni in casa da parte dell’esercito.

Ma ad essere in pericolo sono tutti, è la società, non solo i giornalisti, ribadiscono a gran voce tutti gli ospiti. “I giornalisti non vogliono essere trattati come vittime”, dice Valencia.

I dati sulle aggressioni, le uccisioni e le scomparse, danno solo una parziale idea di quanto grave sia la situazione. Questa opacità di cifre e statistiche è un punto fondamentale, ribadito più volte dagli ospiti.

Nonostante i rischi, Anabel Hernández non si arrende: “la missione dei giornalisti è difendere un diritto inalienabile, quello ad essere informati”.

Barbara Busnardo

  • 04 Ott 2016 19.05

Savage Love

“G.G.G: what people should be” Leggi

  • 04 Ott 2016 18.57

Europa senza slancio

Adriana Cerretelli modera e introduce una tavola rotonda composta da Will Hutton, giornalista dell’Observer, Beatrice Covassi, rappresentate alla Commissione Europea, Natalie Nougayrède, giornalista francese del Guardian e Daniel Smilov, ricercatore presso il Cls Sofia. Il panel discute di Europa e della crisi delle sue prospettive Leggi

  • 04 Ott 2016 18.49

Migrazioni

Corsa a ostacoli, popolazioni in fuga e nuovi muri Leggi

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  • 04 Ott 2016 18.16

Alla ricerca di un sogno nuovo

Il Sudafrica diviso tra vecchi privilegi e la voglia di reimmaginare un futuro Leggi

  • 04 Ott 2016 18.09

Fatti Nostri. Privacy, diritti e libertà ai tempi dei big data

“La lotta del XXI secolo sarà quella per il diritto al possesso dei nostri dati e sarà combattuta tra la comunità civile e le aziende” è questa la predizione di Paul Mason, giornalista economico britannico di Channel 4 e di The Guardian. Ha partecipato, insieme a Evgeny Morozov, sociologo russo che si occupa di mezzi di comunicazione di massa e nuove tecnologie, al dialogo sull’impatto che l’accesso ai dati ha sulla nostra libertà e sulla democrazia. L’incontro, moderato da Pierfrancesco Romano, giornalista di Internazionale, ha avuto luogo al Teatro Comunale di Ferrara, il 1 ottobre alle 11, nell’ambito del Festival di Internazionale.

“La questione centrale è la regolamentazione dello spazio cibernetico” spiega Morozov. Tutto nasce, secondo il sociologo russo, da un’idea iniziale, poi ripresa dalle aziende della Silicon Valley, che vedeva il cyberspazio come un luogo diverso dal mondo reale, in cui le leggi comuni non possono valere. Per questo spazio vale una legislazione diversa, il cosiddetto diritto cibernetico. “Quando si è tentato di regolamentare un’attività online con le regole del diritto nazionale, ad esempio per Airbnb, l’azienda è ricorsa in giudizio. La sua difesa? Che la regolamentazione limita la sua libertà ed è assimilabile alla censura”. Questo meccanismo dà il via libera a molte attività che dovrebbero invece essere regolamentate.

Attività come quelle di Facebook, Google, Amazon e Uber. Tutte queste società hanno imparato a sfruttare economicamente il collegamento e la comunicazione tra le persone. “La parola chiave è esternalità, quella che si esercita nello spazio tra economia e informazione” afferma Mason. Le aziende ci offrono servizi in apparenza gratuiti, che noi paghiamo cedendo loro la titolarità dei nostri dati collettivi. Questi diventano proprietà dell’azienda, che ci costruisce sopra il suo business. “La mano sinistra buona ci dà i servizi gratuitamente mentre la mano destra prende i nostri dati e può addirittura rivenderli” rincara Morozov, secondo cui il rischio è che i nostri dati finiscano nelle mani di banche o assicurazioni. “I dati sono così importanti che l’industria tecnologica riesce a controllare persino il nostro pensiero e la nostra immaginazione, attraverso la costruzione di storie.”

Internet può così diventare un rischio per la democrazia, secondo Mason. E come può esistere democrazia se non si possiede la tecnologia da cui si dipende? Si chiede Morozov. E, d’altro canto, perché il costo di un sistema alternativo alla Silicon Valley dovrebbe ricadere sul cittadino consumatore, che si troverebbe a dovere pagare di più un servizio offerto da aziende tradizionali? Su questo, Mason e Morozov sono d’accordo: occorre che la comunità si riappropri della tecnologia alla base della gestione dei servizi. “Per uscire da questa situazione, occorre un’alternativa a Uber e Airbnb che sia di tipo governativo” afferma Morozov. Significa quindi un intervento pubblico per costruire infrastrutture digitali, e per raccogliere e gestire i dati che ora sono nelle mani delle aziende della Silicon Valley. “Il consiglio comunale di Ferrara potrebbe, ad esempio, incaricare degli sviluppatori perché scrivano una app che faccia lo stesso lavoro di Uber” sollecita Mason.

L’intervento pubblico è tanto più urgente, poiché le società digitali si stanno muovendo molto più di quanto pensiamo, per avere sempre più potere. “Ad esempio, Google influenza la politica, operando spesso a Bruxelles. Inoltre, si sta ritagliando un ruolo nel settore dell’energia” afferma Morozov, che termina, domandandosi “Vogliamo davvero che in futuro tutto sia gestito da Airbnb, Uber e Google?”

Barbara Zambelli

  • 04 Ott 2016 18.02

Vi prego scattate

A Palazzo Roverella, per il festival di Internazionale di Ferrara, quattro fotoreporter italiani di fama internazionale ci raccontano il loro modo di rappresentare il dramma dei migranti, alla ricerca di una nuova visione. Leggi

  • 04 Ott 2016 17.50

La giusta misura.Il giornalismo non è tutta una questione di lunghezza

Tre giornalisti di magazine cartacei si sono confrontati sul futuro del giornalismo. L’appuntamento era al Cinema Apollo alle ore 11.00 di sabato 1 ottobre al Festival di Internazionale a Ferrara. I protagonisti sono stati Patrick de Saint-Exupéry del XXI, John R. MacArthur di Harper’s e Daniel Puntas Bernet di Reportagen con lo scrittore e insegnante Christian Raimo come moderatore.

La partita in gioco vede attualmente schierati il giornalismo on-line e il giornalismo sulla carta stampata. I lettori si stanno spostando via via dalla carta a internet e si portano dietro anche gli investimenti pubblicitari, mettendo in evidente crisi i giornali tradizionali. Il giornalismo on-line sembra andare contro l’approfondimento. Chi scrive per i blog non è portato a scrivere pezzi lunghi e anche i giornalisti tradizionali che stanno usando questo mezzo sembrano farsi corrompere.
“Credo che i giornalisti stiano impazzendo” ha affermato John R. MacArthur. C’è come una frenesia nell’aria che coinvolge tutti e porta a una “valanga informativa” che quando passa travolge e non lascia molto. Eppure diversi studi scientifici stanno dimostrando che la ritenzione di ciò che si legge su carta è maggiore rispetto all’on-line. L’attenzione migliora e ne giova la concentrazione e la voglia di proseguire. “Spero di diffondere il panico tra i genitori qui in sala” incalza John R. MacArthur che difende a spada tratta il suo modo di fare giornalismo.
Tra l’altro questa velocità e impazienza nei confronti delle notizie sul web sembra manifestarsi anche sulla pubblicità digitale che, come stanno confermando altri studi, non viene letta: “mi auguro che questo sia l’inizio della fine delle follie digitali che hanno fatto tanti danni al nostro mestiere” – auspica John R. MacArthur.
In questo panorama non solo resistono ma prosperano altre realtà. È il caso di Reportagen che, nato cinque anni fa, ha puntato tutto sulla carta stampata guadagnandosi la rispettabile fetta del 40% di pubblico sotto i trent’anni. Patrick de Saint-Exupéry sostiene che “l’obiettivo del giornalismo è offrire una rappresentazione del mondo”. Le notizie brevi tipiche del web non sono in grado di farlo: descrivono i fatti ma per comprendere cosa ci accade attorno abbiamo bisogno di andare oltre, di uscire dalla confusione e di aggiungere altri contenuti. E non è solamente la lunghezza degli articoli. Fumetti, infografiche e perfino i dati possono offrire soluzioni per raffigurare la realtà. L’importante è andare contro la semplificazione e non rinunciare mai alla complessità. L’approfondimento inoltre si accompagna con la democrazia che oggi è messa in pericolo “dal 75% di notizie che non sono da confondere con le informazioni”, sottolinea Daniel Puntas Bernet. Andare oltre la notizia offre alla gente la possibilità di reagire.

Non ultimo “leggere ci rende belli” sostiene Daniel Puntas Bernet. La lettura richiede impegno. Bisogna sedersi, prendersi del tempo, fermarsi e farsi coinvolgere dalla storia. E i migliori giornalisti sono gli scrittori: sanno immergere il lettore nel racconto e portarlo lontano.

Elisa Bianchi

  • 04 Ott 2016 17.39

Questo incontro cambierà la tua vita

“Abbracciate le insicurezze. Di fronte ad una scelta non chiedetevi se andrà bene, ma se siete o meno disposti ad accettare i rischi che quella decisione comporta”. Questa la ricetta per essere felici, secondo Oliver Bukerman, giornalista inglese autore della rubrica settimanale “This column will change your life”, tradotta ogni settimana da Internazionale.

Grazie anche alle domande di Sara Zambotti di Radio2, Bukerman ha raccontato al pubblico del festival di Internazionale che ha affollato il Teatro Nuovo di Ferrara, le sue diverse esperienze alla ricerca della felicità. Con ironia ha spaziato tra i seminari di positive thinking, le pratiche meditative buddiste, passando per le frasi motivazionali allo specchio e alle visualizzazioni degli obiettivi.

Il giornalista ha portato l’esempio della tragica spedizione sul monte Everest dell’Adventure Consultants nel 1996, in cui morirono diversi escursionisti. Un caso come molti, in cui il raggiungimento di un ambizioso obiettivo comune diventa parte dell’identità di chi se lo pone, indipendentemente dai rischi che corre.

Le celebrate ricerche sull’efficienza dell’autoaffermazione sono generalmente una farsa, racconta Bukerman, mentre le evidenze scientifiche ne mostrano l’effetto controproducente. “Ciò accade perché il cervello funziona per contrari”, spiega il giornalista, come quando si chiede di non pensare a qualcosa e ciò che si ottiene è un’ossessione.

“Le emozioni negative vengono mal tollerate dalle persone, come se fossimo allergici alla negatività e al fallimento”. Il museo dei prodotti fallimentari del Michigan è un chiaro esempio di questo rifiuto: le aziende si vergognano dei propri errori e li nascondono perfino ai propri designers, mentre il proprietario del museo guadagna grazie ad essi.

Tuttavia, sostiene Bukerman, quest’avversione ai sentimenti negativi è ingiustificata e controproducente. Nella gran parte delle occasioni ci si trova davanti ad un completo disproporzionamento tra la realtà e la reazione emotiva. Analizzando la situazione con lo sguardo del “peggior scenario possibile”, si riconoscono in maniera più oggettiva i rischi e si ridimensiona l’ansia.

“Non abbiate paura di quello che gli altri pensano: sono troppo ossessionati da loro stessi per preoccuparsi anche di voi”. Questa la sentenza del giornalista, che racconta un episodio in cui si è deliberatamente messo in ridicolo, per testare quanto le nostre paure siano insensate, rispetto al reale danno o rischio connesso alle nostre azioni.

Bukerman si sofferma poi su una questione particolare: la morte. Nella nostra cultura esiste un vero e proprio tabù, mentre in Messico ad esempio, c’è una serena quotidianità in merito all’argomento.

Più efficace del pensiero positivo è, secondo il giornalista, il pensiero stoico: “non provate a convincervi che andrà tutto bene, lasciate fluire le emozioni, anche negative, accettatele ed otterrete maggiori risultati”.

Anche nell’ambiente di lavoro Bukerman afferma l’importanza del pessimismo, che permette di vedere aspetti altrimenti trascurati.

La filosofia del giornalista si riassume nella citazione dello psicoterapeuta Shoma Morita: “arrenditi a te stesso. Vai avanti e sii la miglior persona imperfetta che puoi essere e comincia a fare quelle cose che vuoi realizzare prima di morire”.

Barbara Busnardo e Alice Marsili

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