03 ottobre 2017 18:17

“Morite in silenzio nel vostro continente”. Questo è ciò che si vuole ottenere con le politiche europee di chiusura dei confini. La situazione dell’Eritrea, come di altri paesi africani, viene volutamente ignorata dall’occidente e nell’incontro che si è tenuto durante l’ultimo giorno del Festival Internazionale 2017, si cerca di portare alla luce la problematica storia di un regime sanguinario che terrorizza la popolazione e obbliga migliaia di giovani a fuggire ogni giorno.

Gli eritrei sono perfettamente consapevoli che solo metà di chi tenta di varcare il confine ci riuscirà, ma sono motivati a farlo ugualmente, come racconta Meron Estefanos, attivista eritrea e conduttrice della trasmissione radiofonica su Radio Erena di Parigi Voices of eritrean refugees, al giornalista Vittorio Longhi. La dittatura in questo paese è totalmente pervasiva. “Il governo è bravissimo nel diffondere voci sul fatto che in ogni casa ci sia qualcuno che li spia”, continua Meron. Il risultato è che la gente è spaventata e non si riesce a costruire una vera opposizione che non sia in qualche modo controllata dal governo. Ogni tentativo viene duramente represso con il carcere e le torture. “Non si può neanche dire ‘ho fame’, perché qualcuno potrebbe sentire e interpretarla come una critica al governo. Gli insegnanti non possono bocciare gli alunni per paura di essere arrestati. E il vero problema è che non ci sono solo gli abusi. Stiamo creando una generazione di ignoranti”. Il servizio di leva obbligatorio in Eritrea, istituito nel 1995, impedisce ai giovani di ricevere un’istruzione e costringe anche chi ha una professione a dedicarsi esclusivamente alle armi, non importa se si tratti di un medico o un insegnante. Secondo Amnesty International, l’obbligo di leva che dovrebbe durare 18 mesi viene nella maggioranza dei casi portato a una durata illimitata e non esiste alcuna norma per svolgere attività alternative per obiezione di coscienza o motivazioni religiose.

“Lasciare militarizzato il paese per la difesa dei confini, ad esempio verso l’Etiopia, è un alibi che sospende tutti i diritti della popolazione e che la UE avrebbe dovuto risolvere”, afferma Mussie Zerai, sacerdote eritreo che da anni nel nostro paese di occupa di segnalare alla guardia costiere le richieste di aiuto da parte di chi attraversa il Mediterraneo e candidato al Nobel per la pace nel 2015. “Gli aiuti sono stati forniti solo per la chiusura delle frontiere, così come per gli altri 28 paesi coinvolti nel processo di Khartoum”. Nell’ottobre del 2014 a Khartoum, in Sudan, si è tenuta, su iniziativa dell’Italia che era allora nel semestre di Presidenza dell’Unione Europea, prima una conferenza regionale, poi una conferenza di ministri, per risolvere il problema del traffico di esseri umani nei paesi del Corno d’Africa. Quello che è diventato noto come il processo di Khartoum è quindi il trasferimento della responsabilità di difendere i confini dal flusso migratorio interamente sui paesi di origine o di transito, attraverso maggiori controlli alla frontiera e azioni di respingimento. La necessità politica era quella di fornire una risposta all’opinione pubblica dopo la tragedia di Lampedusa del 3 ottobre 2013. Ma non solo. Come sottolinea Mussie Zerai, gli interessi del processo di Khartoum sono prima di tutto economici e geo-politici: “si vuole aprire un corridoio per le multinazionali e per l’utilizzo della posizione strategica militare dell’Eritrea all’interno del Corno d’Africa. La UE sa tutto ma preferisce ignorare la situazione. Si privilegiano questi interessi rispetto ai diritti umani”.

Anche chi riesce a fuggire dal paese rimane poi intrappolato per anni nei paesi vicini, come lo scrittore Sulaiman Addonia, che passato i primi anni della sua vita in un campo per rifugiati in Sudan e poi l’adolescenza in Arabia Saudita, subendo abusi e discriminazioni in tutti i paesi che ha attraversato. “Volete sapere cosa succede ai rifugiati che scappano? Guardatevi intorno e osservate come li trattate qui. Come li scacciate quando vi si avvicinano a chiedere l’elemosina mentre state prendendo un caffè”. Quella di Sulaiman è una storia di coraggio e di riscatto perché è poi riuscito a raggiungere la Gran Bretagna, dove ha studiato ed è diventato uno scrittore di successo. Ma per quanti non è andata e non andrà così? Tutti coloro che trovano un minimo di stabilità altrove e riescono a mandare i soldi in Eritrea vengono rintracciati e costretti a pagare un’imposta del 2% all’anno sui redditi prodotti all’estero. Se non viene dimostrato che l’imposta è stata pagata, le famiglie non possono ricevere neanche le merci e il cibo che sono stati loro inviati. Per il governo eritreo è quindi molto più semplice ottenere introiti con la migrazione che con reali programmi di sviluppo all’interno del paese.

Come per molti paesi dell’Africa, la scelta delle politiche europee è di far passare il più possibile sotto silenzio quello che avviene veramente e chi muore nel deserto o nei campi per rifugiati. “Ci dicono: morite in silenzio nel vostro continente”, afferma Mussie. Ma poi impediscono anche alla popolazione di attuare qualunque forma di ribellione, continuando a consentire alle grandi potenze mondiali di sostenere le dittature militari. “Finché le forze occidentali con i loro interessi economici non se andranno”, continua Mussie “lo scontro non sarà mai alla pari. Il popolo sarà sempre destinato ad essere schiacciato. Andatevene voi e poi vediamo cosa saranno in grado di fare tra di loro gli africani”.

Ma non è solo il tragico presente dell’Eritrea a essere in gran parte sconosciuto, ignoriamo spesso anche il suo passato. “Voi italiani non conoscete la storia e le conseguenze che la vostra colonizzazione ha lasciato nel mio paese”, afferma Sulaiman, incalzando la sala gremita del Cinema Apollo. “Noi eritrei abbiamo però la consapevolezza per apprezzare anche tutte le cose belle che l’hanno contraddistinta, come l’architettura della città di Asmara. Dovreste avere la stessa maturità e studiare la storia del vostro paese”.

Alice Pelucchi, studentessa del Master di Giornalismo e Comunicazione scientifica dell’Università di Ferrara, volontaria all’ufficio stampa del festival

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