Da bambina avevo un gioco da tavolo. Si chiamava L’ufficio postale dei bambini e, a voler essere precisi, non era davvero un gioco, perché non c’era modo di vincere o perdere. Bisognava semplicemente immaginare di lavorare in un ufficio postale. Lo potevi comprare in qualsiasi negozio di giocattoli e credo me lo avessero regalato i miei genitori. Dentro c’erano una piccola cassetta della posta, carta da lettere, buste, francobolli, vaglia postali e, soprattutto, un timbro postale. Usarlo mi faceva sentire molto potente: a quell’età non sapevo ancora niente delle classi sociali o che un lavoro alle poste non conferisce potere o prestigio. Con L’ufficio postale dei bambini non c’era molto altro da fare, ma erano proprio tempi diversi: niente iPad, nessuna supervisione genitoriale ossessiva. Era normale che c’intrattenessimo da soli per lunghi periodi. Potevo passare ore nella mia stanza a giocare e, con il tempo, mi convinsi sempre di più che da grande avrei fatto quel lavoro. Poi, crescendo, cominciai a guardare Er quando rientravo da scuola e allora decisi che forse sarei diventata un medico di pronto soccorso, con tanti amanti sul posto di lavoro.
Non ho mai lavorato né nella sanità né alle poste. Pensandoci ora, è stato un bene aver scartato la seconda possibilità: il 30 dicembre 2025 la PostNord ha consegnato l’ultima lettera cartacea in Danimarca. Gli uffici postali veri, quelli in muratura, non esistono più. Niente più battute dei papà sui figli che “somigliano un po’ al postino”. Hanno anche rimosso dalle strade le cassette postali rosse. Oggi una cassetta delle lettere la trovi solo nell’Ufficio postale dei bambini, che, inspiegabilmente, è ancora in commercio. Da quando ero piccola, credo abbiano aggiunto anche un bancomat finto. Del resto, anche quelli veri sono in via di estinzione.
La PostNord è un’azienda statale. La Svezia ne possiede il 60 per cento, la Danimarca il 40 per cento e, fino al 2023, aveva l’obbligo legale di consegnare la posta in Danimarca, anche se la distribuzione delle lettere era un’attività sempre meno redditizia. La spiegazione è semplice: nel 2000 in Danimarca sono state spedite 1,44 miliardi di lettere; nel 2024 il numero è sceso a 122 milioni. Nel nostro mondo digitale quella cifra mi sembra ancora piuttosto alta, ma non molto tempo fa un uomo furibondo ha bussato senza preavviso alla mia porta. Era venuto a riscuotere le 800 corone (108 euro) che dovevo alla compagnia del gas, dopo che avevo ignorato i loro solleciti. Quando ho controllato la cassetta della posta per la prima volta dopo quasi un anno, ho scoperto una serie di lettere della compagnia del gas, dal tono sempre più secco.
Ero un po’ infastidita. Non avrebbero potuto semplicemente mandarmi la bolletta via email, come farebbe un’azienda normale? In Danimarca ci vantiamo spesso, citando le stime dell’Onu, di essere all’avanguardia nella digitalizzazione e prendiamo sempre in giro la Germania perché, tra le altre cose, continua a usare i contanti. Oggi non lo fa più quasi nessuno da noi: se paghi con dei soldi veri, è facile pensare che tu viva di sussidi statali o sia coinvolto in qualche traffico poco chiaro. Eppure ora il governo ha cominciato a raccomandare di tenere un po’ di contanti da parte, nel caso la Russia decidesse di sabotare un cavo internet essenziale o di estendere il fronte bellico. Le autorità sono un po’ in difficoltà: negli ultimi vent’anni hanno gradualmente eliminato le banconote, rendendo quasi impossibile vivere senza uno smartphone. E il problema non è solo la Russia. Considerando il disprezzo attuale delle autorità statunitensi verso la Danimarca, nonostante i nostri lunghi anni di fedeltà nelle loro guerre, forse non è stata una buona idea affidare la maggior parte della nostra infrastruttura ai capoccioni delle nuove tecnologie della Silicon valley. Nel migliore dei casi pensano solo al profitto; nel peggiore, sono veri e propri demagoghi.
Negli ultimi anni in Danimarca si parla molto della nascita di un “proletariato digitale” all’interno del nostro altrimenti impeccabile stato sociale. Non è composto solo da persone anziane o da chi vive ai margini della società, come ci si potrebbe aspettare, ma anche da chi, per esempio, svolge lavori manuali e non ha mai avuto bisogno di trasferire tutta la sua vita nello spazio digitale.
Gli studi mostrano che tra il 20 e il 25 per cento dei danesi appartiene ai “digitalmente svantaggiati”, che faticano a usare le più di cento piattaforme digitali dedicate ai servizi pubblici che ormai ingolfano la nostra società. Noi danesi abbiamo, per esempio, una “cassetta postale digitale” che siamo obbligati a controllare. Se non lo facciamo, ci puniscono. Un esempio: il governo danese trattiene il 12,5 per cento dello stipendio di ciascun cittadino. La chiamano “quota per le vacanze” e, a dire il vero, l’ho sempre trovato un modo di dire un po’ infantilizzante, come se non fossimo capaci di risparmiare da soli per le nostre ferie. Una volta all’anno, entro una scadenza precisa, bisogna fare domanda per ricevere la propria quota sul conto. Un uomo ha perso la notifica nella sua cassetta digitale che lo avvisava di fare domanda per ricevere circa seimila corone (945 euro) e lo stato ha deciso semplicemente di tenersi la somma.
La Danimarca ha da poco introdotto anche un nuovo sistema digitale per il pagamento delle imposte immobiliari. Questo sistema, tra le altre cose, ha stimato il valore della proprietà di un uomo a 44 milioni di corone (quasi sei milioni di euro) al di sopra del prezzo della sua ultima vendita e lo ha tassato di conseguenza. In un altro caso una donna ha dovuto fare il giro del vicinato per riscuotere le tasse, perché sfortunatamente si era trasferita in una casa collegata a un numero identificativo che la burocrazia danese chiama “numero originale della proprietà”. La proprietà originale era stata da tempo divisa in altre tredici unità, ma nel sistema lei risultava come proprietaria di tutte. Successivamente la donna ha ricevuto 150mila corone (circa 24mila euro) da una fondazione privata per essere “una simpatica brontolona” (questa fondazione, la Den Georgbruunske Fond, è stata creata da un anziano rimasto solo che voleva che la sua fortuna segreta andasse a chi “lotta ostinatamente per la giustizia, la correttezza e i meno fortunati”).
Quindi, suppongo, non tutto il male viene per nuocere. Raramente una donna assolutamente ordinaria riceve un premio solo perché tenta di campare tranquilla.
Ma tornando alla PostNord: d’ora in poi l’azienda si occuperà esclusivamente della consegna dei pacchi, attività in cui, con tutto il rispetto, è davvero pessima. La maggior parte delle volte il pacco non arriva perché “non eri in casa”, una scusa facile se nessuno suona al campanello. Solo un mese fa il mio fidanzato ha vissuto un ennesimo incubo kafkiano il cui l’esito è stato che non ha mai ricevuto i regali comprati online per i suoi figli acquistati il giorno del black friday, seguendo da consumatore accorto il modello statunitense. Alla fine ha dovuto ricomprare gli stessi regali in un negozio fisico, a un prezzo molto più alto. Quindi forse la PostNord stava semplicemente facendo la sua parte per sostenere il settore del commercio tradizionale, ormai in difficoltà. Di nuovo: anche la pioggia ha il suo arcobaleno.
In effetti, la PostNord è forse l’azienda più odiata in Danimarca, superata solo dalla Dsb, che gestisce i treni. La Dsb appartiene al ministero dei trasporti e ha il monopolio sulla rete ferroviaria. Il suo unico compito è portare le persone da un posto all’altro in orario. In qualche modo non ci riesce mai del tutto, ma dato che non ha concorrenza non deve preoccuparsene. Non c’è nessuno che non abbia almeno una storia dell’orrore legata alla Dsb: treni cancellati per neve, pioggia, vento o caldo, ritardi dovuti a guasti ai segnali (è sempre colpa dei guasti ai segnali).
Naturalmente, è ancora possibile spedire una lettera cartacea in Danimarca, se lo si vuole davvero. Un’azienda privata che si chiama Dao ha preso in carico questa parte del servizio, ma trovare un francobollo è diventato così complicato (e costoso) da non valerne davvero la pena. Oggi spedire una lettera all’interno della Danimarca costa almeno 23 corone (tre euro), 210 corone se vuoi assicurarti che sia effettivamente consegnata, e 46 corone se vuoi mandare all’estero qualcosa di “piatto”, come una cartolina.
In Danimarca prendiamo sempre in giro la Germania perché, tra le altre cose, continua a usare i contanti. Oggi non lo fa più quasi nessuno da noi
Purtroppo la Dao ha avuto un inizio difficile, con lamentele per ritardi nella consegna di pacchi importanti, come campioni di sangue, e con le elezioni imminenti i politici temono che non riuscirà a recapitare agli elettori i loro quattro milioni di certificati elettorali (in Danimarca gli elettori ne ricevono uno con nome, indirizzo e numero di previdenza sociale come metodo di identificazione e devono portarlo con sé al seggio. È una delle pochissime cose che non sono digitalizzate nel paese).
A essere sincera, non m’importa così tanto della scomparsa delle lettere cartacee. Non ne invio una dai tempi della quarta elementare, quando a tutti noi bambini era stato assegnato un amico di penna. Se ti capitava un ragazzo eri sfortunata perché scrivevano sempre solo “come va?” o “sto bene”. Il che, a pensarci bene, è una buona preparazione per comunicare con un uomo. Non mi capita di spedire una cartolina dal 2015, quando ho fatto un viaggio on the road nel sud degli Stati Uniti. L’ho comprata al museo della Coca-Cola ad Atlanta, che resta il posto più propagandistico in cui sia mai stata.
Eppure adoro scrivere lettere. Trovo più facile comunicare i miei sentimenti per iscritto. Quindi dopo che ho litigato con il mio fidanzato, lui di solito riceve una lettera, perché quando discutiamo di persona comincio subito a piangere. Una lettera mi dà la possibilità di modulare le emozioni. Posso cercare di renderle comprensibili a un’altra persona e a me stessa, al mio ritmo. A volte funziona, mentre altre volte, le parole scritte risultano più dure di quanto volessi.
D’altra parte, la longevità della parola scritta può giocare a nostro favore. Quando scriviamo lettere d’amore, per esempio. “Ti amo” sembra più reale per iscritto. Rimarrà per sempre. Puoi conservare la lettera, rileggerla nei giorni peggiori, e puoi perfino pubblicarla in forma di libro, se sei abbastanza sfrontata.
Quando scrivo lettere d’amore o giustificazioni per il mio comportamento a tratti bizzarro con il mio fidanzato, di solito le invio via email o Facebook. Non le mando per posta. Non l’ho mai fatto. Né scrivo lettere agli amici che vivono all’estero, perché non è il mio metodo di consegna preferito, non mi è mai piaciuto che impieghino più tempo ad arrivare per posta che attraverso l’etere. Il punto non è nemmeno l’esistenza delle parole su un foglio stampato. Sono le parole stesse.
Oggi sembra che le parole stiano scomparendo o perdendo valore. Gran parte della nostra comunicazione avviene tramite brevi email piene di gergo manageriale come ooo (out of office, fuori ufficio), asap (as soon as possible, il prima possibile), fyi (for your information, per tua informazione), eod (end of day, fine giornata) e così via. In Danimarca il significato di un proverbio o l’ortografia di una parola può cambiare se molti la sbagliano abbastanza spesso. Aumentano le persone che lasciano la scuola a 16 anni senza saper leggere o scrivere, figuriamoci scrivere a mano. Io stessa non lo faccio spesso, naturalmente, anche se è una disciplina che mi dispiacerebbe veder scomparire, forse perché è sempre esistita.
D’altra parte, devo ammettere di essere ipocrita. Adoro il mio iPhone, adoro non dovermi trascinare dietro il computer per lavorare, adoro non avere bisogno del portafoglio, adoro potermi orientare e ascoltare musica allo stesso tempo. Dopo l’ultimo compleanno del mio fidanzato, al quale avevo scritto una lettera d’amore a mano, ho deciso di non farlo mai più. È stato faticoso per la mano, soprattutto se, come me, non sei molto brava a essere concisa. Ha richiesto impegno e riflessione, requisiti ormai riservati a pochissime cose, e anche se non ripeterò l’esperimento, credo che mi sia mancato dedicare sforzo alle cose.
Volevo scrivere questo pezzo sull’estinzione della lettera spedita per posta in Danimarca, forse perché m’importa davvero. La sua sparizione mi ricorda che viviamo in un mondo in cui un conflitto, o perfino una guerra nucleare, può cominciare con un singolo post sui social media. Mi ricorda anche che i giorni in cui giocavamo all’ufficio postale nelle nostre camerette sono finiti. Mi ricorda che vivo in un paese che sarebbe completamente fottuto in caso di blackout o di un’interruzione di internet, ma probabilmente sto solo romanticizzando il passato. Da bambina mi annoiavo a morte, questo è certo. Forse sarei stata meno sola se avessi avuto una comunità online invece di uno stupido amico di penna.
In ogni caso, il mondo di una volta non tornerà, a meno che tu non vada in Germania, naturalmente. Lì non solo usano ancora i contanti, ma spedire una lettera costa quattro volte meno che in Danimarca. Probabilmente ci hanno visto giusto. ◆ svb
Anna Juul è una scrittrice danese. Questo articolo è comparso sul periodico online The Dial, che si occupa di cultura e politica, con il titolo “The end of mail in Denmark”.
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Questo articolo è uscito sul numero 1657 di Internazionale, a pagina 88. Compra questo numero | Abbonati