Nell’ottobre scorso ho scritto un articolo per il quotidiano israeliano Haaretz sulla mia intenzione di passare un po’ di tempo con mia sorella nell’insediamento religioso che lei considera casa sua, Dolev.

L’articolo ha irritato mia sorella e, a quanto pare, anche altri residenti di Dolev. Mi ha mandato un messaggio in cui diceva di avere la sensazione che volessi prenderla in giro scrivendo che ho perso il conto dei suoi nipoti. E anche la frase “produrre bambini ebrei” l’aveva addolorata. Lei e suo marito mi avevano detto più volte che noi umani siamo sulla terra per procreare.

Oggi, grazie a nuove strade di accesso costruite per i coloni, l’altro, il palestinese, è diventato quasi completamente invisibile. Non c’è e non se ne parla mai

Di fatto, mia sorella mi ha detto più di una volta che pregava ogni giorno perché trovassi una moglie ebrea, al che rispondevo che se insisteva a pregare per me poteva almeno farlo per qualcosa che mi sarebbe piaciuto ricevere: il premio Nobel, per esempio. Ma lei si rifiuta di pregare per una cosa che considera mondana e non molto importante. Per me va bene: niente premio Nobel, solo una moglie e bambini ebrei. Dopo tutto ci sono punizioni molto più severe che Dio potrebbe infliggermi.

Mi rendo conto che leggere su un giornale o in un sito i discorsi che hai fatto con tuo fratello può essere un’esperienza imbarazzante. Nell’articolo non c’era niente di cui non avessimo parlato di persona, ma il fatto che altra gente potesse leggerlo e, soprattutto, che fosse stampato su un giornale israeliano, la metteva molto a disagio: l’avevo fatta vergognare. Anche se ritengo inevitabile che amici, conoscenti, familiari e vicini di casa di uno scrittore finiscano in un modo o nell’altro col ritrovarsi nei suoi libri e articoli, questo ovviamente non significa che in nome dell’arte o del giornalismo tutto è permesso. Secondo lei, avevo rivelato troppo di ciò che avevamo discusso, ma allo stesso tempo non le avevo rivelato abbastanza di me. Pensava che stessi abusando dell’intimità che considera riservata alla famiglia e solo alla famiglia.

Mia sorella era dispiaciuta soprattutto perché avevo dimenticato di parlare dei lati positivi del nostro rapporto. La mia risposta che non avevo avuto abbastanza spazio per farlo era un po’ troppo insolente. Voleva sapere se avevo progettato di visitare Dolev per fare la spia per la ong israeliana Breaking the silence, contraria all’occupazione, dal momento che un paio d’anni prima avevo accettato un invito di questa organizzazione a viaggiare nei Territori occupati. Di quel viaggio non avevo parlato con mia sorella, lo aveva scoperto leggendo Haaretz.

Su questo argomento ho dovuto far crollare il castello di carte di una bella teoria della cospirazione: abbiamo tutti bisogno di nemici, ma non dovremmo trasformare questo bisogno in un assurdo. Breaking the silence non ha bisogno di spie e, più esplicitamente, non ha bisogno di me come spia.

In una piovosa giornata di dicembre – la festa di Hannukkah era cominciata da qualche giorno – ho incontrato mia sorella e il marito in una casa di riposo olandese a Herzliya, vicino a Tel Aviv, dove vive la suocera di mia sorella.

Abbiamo raggiunto un compromesso: potevo scrivere di mia sorella, “ma solo cose positive”. E ha aggiunto: “Non voglio essere famosa, promettimelo, non farmi diventare famosa”.

La fama richiede molto più di un articolo ma, come convenuto, comincerò dalle cose positive e cercherò anche di concludere su questa nota.

Mia sorella ha senso dell’umorismo, è affettuosa ed estremamente ospitale, è una colona di un insediamento israeliano e allo stesso tempo una persona meravigliosa. Dopo la morte di mia madre nel 2015, mia sorella e il marito hanno accolto in casa loro un’amica non ebrea e suo figlio, che per anni si erano presi cura di nostra madre. La frase pronunciata molti anni prima – che i gentili hanno un’anima, ma le loro anime sono più simili a quelle di cani e gatti – non è mai stata ripetuta. In ogni caso la mia ragazza attuale (non ebrea) va pazza per i gatti, quindi (suppongo) non si offenderebbe troppo per questa osservazione.

Per rompere il ghiaccio la mia ragazza, Roos, aveva mandato un’email a mia sorella prima del nostro viaggio. Per rompere il ghiaccio interconfessionale, Roos spiegava di volersi convertire all’ebraismo, sotto gli auspici di una sinagoga riformata di New York. Per mia sorella, l’ebraismo riformato è quello che il papa era per Lutero: demoniaco. Ma con mia grande sorpresa, mia sorella ha apprezzato lo sforzo e mi ha detto che l’email della mia ragazza l’aveva fatta piangere di gioia. Immagino che mia sorella abbia sentito di essere rispettata anziché rifiutata e che, finalmente, qualcuno si era accorto di lei.

Dopo una breve conversazione con la suocera di mia sorella, raggiungiamo Dolev in macchina, dove ci viene consentito di dividere la stessa camera da letto, cosa che non mi aspettavo per niente. Infatti alla mia ragazza avevo detto: “Camere separate e niente baci, niente contatti fisici, considerati una suora”. La casa è freddissima e non troppo pulita. Mia sorella ha altre priorità, perciò questa non vuole essere una critica. È una semplice osservazione.

Il mio desiderio di una casa calda e più o meno pulita è borghese, ma questo dettaglio piuttosto piccolo e mondano mi fa realizzare che oltre alle questioni etiche e politiche, ce ne sono anche di pratiche: come si fa a sopravvivere in una casa così fredda?

Tanto per cominciare, basta non togliersi il cappotto.

La segregazione politica del territorio è facile da ignorare. All’inizio del ventunesimo secolo, l’autobus da Gerusalemme a Dolev passava attraverso la città palestinese di Ramallah e qualche volta poteva essere colpito da una sassata, il che amplificava il leggero brivido di entrare in una zona di frontiera che qualcuno considerava pericolosa. Oggi, grazie a nuove strade di accesso costruite per i coloni, l’altro, il palestinese, è diventato quasi completamente invisibile. Non c’è e non se ne parla mai. A parte quando c’è un attacco, com’è successo durante la mia visita. Al che mia sorella aveva commentato: “Vedi, è per questo che la pace non ci sarà mai”.

angelo monne

Poco prima dell’inizio dello shabbat, mia sorella ci dice che possiamo fare quello che vogliamo purché queste attività illecite durante lo shabbat rimangano confinate nella nostra stanza. Nel resto della casa è shabbat: telefoni no, computer no, mangiare, cantare, pregare, parlare sì.

Di nuovo, molto generoso da parte sua e molto più di quanto mi aspettassi.

Nelle conversazioni con mia sorella cerco di puntare sul nostro passato, che mi sembra molto più proficuo delle discussioni politiche su presente e futuro. Ma anche qui si profila uno scontro. Sono sorpreso da quanto s’identifichi con la cosiddetta “seconda generazione” – i figli dei superstiti dell’olocausto – e quando cerca d’inserirmi in questa categoria non riesco a restare zitto.

“Non mi considero una vittima”, dico, “e la mia identità è molto più complessa. Gli esempi che fai sul perché sei innanzitutto seconda generazione sono così poco convincenti da diventare quasi dei luoghi comuni. Non riesci a buttare via del cibo. Be’, conosco parecchia gente che non riesce a buttare il cibo, e non sono neppure ebrei, altro che seconda generazione. Sono semplicemente tirchi”.

Suo marito ci dice che, secondo la Torah, tutti gli ebrei dovrebbero vivere in Israele. Per lui il sionismo è semplicemente un’estensione della Torah. Per me, il sionismo è stato un tentativo d’impedire l’eliminazione fisica di tutti gli ebrei d’Europa. Madagascar, Uganda, Palestina, qualunque posto, la sicurezza prima di tutto. A volte sogno ancora di uno stato ebraico in Baviera, che storicamente avrebbe avuto senso: non sarebbe meraviglioso visitare lo stato ebraico e contemporaneamente andare all’Oktoberfest? Ma ahimè, è troppo tardi per degli insediamenti ebraici sulle montagne tedesche. La storia ha preso un’altra piega.

Il sabato sera un altro abitante di Dolev, un matematico, viene a casa di mia sorella per parlare con me. Il mio articolo lo ha fatto arrabbiare.

Secondo lui io sono convinto che tutti i coloni siano ignoranti, stupidi, bigotti e fanatici, e mi dice che sono stato ingrato con mia sorella scrivendo quell’articolo.

Durante la conversazione emergono delle divergenze tra mio cognato e il matematico. Anche se le sue opinioni politiche sono influenzate dalle sue convinzioni religiose, il matematico non cita quasi mai la Torah, parla perfino dei palestinesi con una certa simpatia – “Capisco le loro difficoltà” – e afferma di poter immaginare di vivere in un posto diverso da Dolev. Non esiste un unico colono, ripete, ci sono tanti coloni diversi. “Ma tu e Haaretz ci avete fatto diventare un cliché”.

Quando se ne va, mia sorella e il marito evitano di nominarlo. Però mio cognato sottolinea quanto sia importante per il matematico la musica classica, l’opera soprattutto. Prima la Torah, naturalmente, ma al secondo posto c’è la musica classica. Ecco un’altra notizia positiva dagli insediamenti.

Qualche anno fa, uno storico scrisse su Volks­krant, un giornale olandese, che quelli che si appropriano della terra altrui non dovrebbero lamentarsi se vengono uccisi. Le sue osservazioni erano dettate dall’uccisione di una famiglia di coloni in Cisgiordania. Io gli risposi, sempre per Volks­krant, di non essere sicuro che, malgrado tutte le nostre differenze, mia sorella colona davvero non dovrebbe avere il diritto di lamentarsi se qualcuno cercasse di ucciderla perché è una ladra di terra.

Alcuni anni dopo ho assistito alla marcia di Gerusalemme che celebra “l’unificazione” della città dopo il 1967 insieme ad alcuni esponenti di un movimento religioso giovanile di destra, Bnei Akiva, a cui da ragazzo avevo aderito senza troppo entusiasmo. Appena i marciatori hanno capito che ero un giornalista al servizio di “media stranieri”, hanno cominciato a trattarmi sostanzialmente come un traditore e mi hanno allontanato dal corteo. La maggior parte dei giovani ed entusiasti marciatori si sono rifiutati di parlarmi, solo un ragazzo che si definiva “un portavoce ufficiale” ha accettato d’intavolare una conversazione che non si è rivelata un granché.

Qualunque domanda gli rivolgessi, la sua risposta invariabilmente era: “Può dirmi perché lei è un ebreo che odia se stesso?”.

Seduto nella cucina di mia sorella a Dolev, bevo Nescafé e ripenso a quei due avvenimenti. Più precisamente, penso alla certezza con cui alcune persone sanno chi è il loro nemico. In passato anche mia sorella mi ha definito “un ebreo che odia se stesso”, ma quei giorni sono tramontati. Oggi siamo molto più rispettosi l’uno dell’altra. Ci vogliamo bene, controvoglia da parte mia, ma io sono il più giovane e amare controvoglia, stizzosamente, è un privilegio dei fratelli più giovani.

angelo monne

È piuttosto paradossale che nei Paesi Bassi alcuni esponenti dell’estrema destra abbiano anche loro l’abitudine di definirmi un ebreo che odia se stesso. Quando scrivo un articolo sostenendo che non c’è troppa differenza tra islamofobia e antisemitismo, quando dichiaro che continuare a ripetere che tutti i musulmani sono terroristi è più o meno lo stesso trucco retorico affinato da Hitler quando sosteneva che tutti gli ebrei erano bolscevichi o capitalisti, oppure capitalisti e bolscevichi contemporaneamente perché con gli ebrei tutto è possibile, quei lettori mi danno dell’ebreo che odia se stesso.

Molte delle persone che mi scrivono email arrabbiate mi invitano a visitare un certo quartiere dell’Aja, nei Paesi Bassi, dove vivono molti musulmani, e a farci una passeggiata con la _kippah _sul capo. Sono sicurissimo che loro non sono mai stati in quel quartiere e probabilmente non hanno neanche mai conosciuto nessuno con una _kippah _sul capo. Sembra che, tra certa gente, il vecchio detto che il nemico del mio nemico è mio amico sia vivo e vegeto.

Mia sorella sa chi sono i suoi nemici. Prima di tutto odia i tedeschi, anche se i nostri genitori erano tanto tedeschi quanto ebrei, ed entrambi si consideravano ebrei tedeschi. I nostri genitori ce l’avevano con gli ebrei olandesi per come avevano accolto (a malincuore?) e trattato gli ebrei tedeschi prima e dopo la guerra. Mio padre annunciava orgogliosamente, a cena, soprattutto durante le festività ebraiche, che la cultura tedesca era la migliore del mondo. Non lo faceva tanto per provocare, credeva sinceramente che la letteratura e la filosofia tedesche fossero superiori alle altre.

Mia sorella è cresciuta bilingue, olandese e tedesco, mentre con me i miei genitori non si presero il disturbo, mi parlavano solo olandese. Per me è un mistero come si possa essere fedeli ai propri genitori pur ignorando una parte importante del loro retaggio. Io mi considero sia tedesco sia ebreo, anche se non ho mai vissuto in Germania: le montagne tedesche le sento più casa mia delle colline intorno a Dolev. Questa è una cosa che non dico a mia sorella perché mi darebbe di nuovo dell’ebreo che odia se stesso, o forse anche peggio.

Seduto al tavolo della sua cucina, mi rendo conto anche di un’altra cosa. Nessuno dei suoi figli ha mai neppure lontanamente tentato d’intavolare un discorso politico o religioso con me. Solo una volta la sua figlia minore, Rinatya, che quando è stata ad Amsterdam a trovare sua nonna e io l’ho portata a visitare la casa di Anna Frank, mi ha detto: “Come fanno gli ebrei a vivere qui?”.

Io le ho risposto: “Malgrado tutto quello che è successo, gli ebrei riescono a vivere qui e anche a viverci molto bene”.

Per i miei nipoti, politica e identità non sono argomenti di cui parlare, o almeno non con me. A loro sembra tutto scontato: l’identità, Israele o la questione di dove dovrebbero vivere gli ebrei. Non c’è bisogno di discuterne e non hanno la tentazione di convertire chi non ha ancora visto la luce. Per alcuni di loro le norme alimentari sono molto più importanti della politica. Quando era a New York, mio nipote Tuvya fece una breve visita nel mio appartamento e si rifiutò perfino di bere un bicchiere d’acqua. Dovetti mettergli l’acqua in un bicchiere di plastica.

Oltre ai tedeschi, mia sorella considera nemici anche gli arabi, anche se non ne parla quasi mai. Prima della seconda intifada, un palestinese di un villaggio vicino veniva a Dolev per vendere della verdura. Mia sorella ne parla quasi con affetto: “Vendeva la verdura a credito”, dice, “ma poi ha smesso di venire perché gli altri palestinesi lo avrebbero ucciso”.

Il nemico invisibile in passato appariva in veste di fruttivendolo gentile, ma ovviamente quell’uomo era un’eccezione. Suo marito ci dice: “Quando deporremo le armi, saremo ammazzati tutti. Quando gli arabi deporranno le armi, ci sarà la pace”. L’oggetto d’amore e il nemico hanno qualcosa in comune. Meno ne sappiamo, più è facile proiettare su di loro tutte le nostre fantasie.

Io credo fermamente che si debba parlare con tutti. Questo non vuol dire che il nemico non esista, non sono così ingenuo, ma parlare con chiunque significa imparare qualcosa e renderti conto che le tue fantasie spesso non sono molto precise. Più ti avvicini al mostro, più vedi che il mostro somiglia moltissimo a te.

Nel 2009 ero a Baghdad per raccontare gli strascichi della guerra, in realtà si trattava più di una guerra ancora in corso che dei suoi strascichi. Avevo ingaggiato degli agenti di sicurezza privati, degli amichevoli ragazzi iracheni con la pistola che insistevano per farmi indossare un giubbotto antiproiettile. Non avevo detto niente delle mie origini ebraiche e per andare sul sicuro mi facevo chiamare Arnold.

Una sera che stavamo mangiando agnello in un ristorante, uno dei ragazzi mi disse: “So che lei è ebreo, ma dei palestinesi non me ne frega niente. Noi abbiamo i nostri problemi. E sa, ebrei, cristiani, musulmani, crediamo tutti nello stesso dio. Il vero problema sono gli atei, quelli sono dei porci”.

Io sorrisi e apprezzai quell’osservazione. Ma non gli dissi che sono una specie di ateo: il silenzio può essere d’oro.

Mia sorella non farebbe quella differenza: tedeschi, arabi, musulmani, nemici. Però è disposta a trattare la mia ragazza non ebrea con il massimo della gentilezza, come se fosse parte della famiglia. Più ti avvicini all’altro, più vedi le vulnerabilità, i paradossi, le contraddizioni.

angelo monne

Mia sorella e io ci prepariamo ad andare a Gerusalemme a visitare la tomba dei nostri genitori. Lei ha 55 anni, solo otto più di me, ma la sua salute sembra già deteriorarsi. È sorda da entrambe le orecchie – porta l’apparecchio acustico – e ha problemi ai denti. Il giorno dello shabbat si è rifiutata di cambiare la batteria dell’apparecchio acustico, anche se il marito le ha detto che probabilmente non c’era niente di male.

“La cosa più importante per me è essere una brava persona”, dice.

“Perciò essere brava significa essere sorda per metà dello shabbat?”, replico.

Lei ignora le mie parole. “Qual è la cosa più importante per te?”, mi domanda.

Entrambi i miei genitori sono sepolti a Gerusalemme. Mio padre soprattutto per motivi pratici: era il 1991, lui morì ad Amsterdam e mia sorella non poteva volare perché stava per dare alla luce il quarto figlio. Così portammo il corpo di mio padre in Israele. Mia madre voleva essere sepolta accanto al marito. Nessuno dei due aveva mai manifestato particolare interesse a essere sepolto in Israele, è semplicemente andata così. Questo non vuol dire che i miei genitori non provassero affetto per Israele, ma si può anche provare molto affetto per una persona senza andare a viverci insieme.

Mia sorella aveva invitato più volte nostra madre a trascorrere i suoi ultimi anni a Dolev, e mia madre le aveva sempre risposto: “Quando sarò veramente vecchia verrò a vivere da te”. Ma continuò a rinviare la sua tardiva _aliyah _finché non fu troppo tardi; è morta nel 2015. E negli ultimi anni di vita, quando viveva con due badanti filippini nella sua casa di Amsterdam, non parlò mai di andare a Dolev. Arrivata al dunque, preferì i badanti e casa sua al sionismo attivo.

Dopo il 2010, quando mia madre si ammalò, mia sorella andava a trovarla una volta all’anno – controvoglia, direi – per una settimana. Naturalmente mia sorella aveva il lavoro, i figli, i nipoti, ma ho sempre avuto la sensazione che provasse una rabbia silenziosa perché mia madre, nonostante tutte le sue promesse di trascorrere gli ultimi giorni in Terra santa, non si era mai decisa a vivere a Dolev.

E poi negli ultimi anni mia madre era un po’ cambiata. Aveva sempre più o meno rispettato il kasher, anche se adorava la pasticceria tedesca e, per lei, tutta la pasticceria tedesca era kasher. Negli ultimi anni, però, a un tratto cominciarono a piacerle i dolci non kasher e le caramelle aspre. Quando arrivava mia sorella, mi chiedeva di nascondere le caramelle non kasher, il che la dice lunga sul loro rapporto. Mia madre era leggermente intimorita dallo sguardo affettuoso, ma anche pio e severo, di mia sorella.

E poi diceva anche: “Non ho detto a tua sorella che prendi l’aereo di sabato. La rattristerebbe moltissimo”.

Mia sorella ama la famiglia, ma la famiglia, come tutti gli altri ebrei, deve venire in Israele, deve fare un passo nella sua direzione. Mentre sono a Dolev, osservo un paio di volte quanto sia difficile per lei che io non abbia mostrato più interesse per i suoi figli in tutti questi anni.

Il ricatto emotivo è una secolare tradizione ebraica. A me non verrebbe mai in mente di dirle che per me è stato leggermente irritante che lei non abbia mostrato più interesse per i miei libri. Di fatto, nessuno dei suoi figli, per quanto ne so, ha mai letto i miei romanzi, anche se alcuni sono stati tradotti in ebraico. Credo che nella famiglia di mia sorella i miei libri siano proibiti, e non è una cosa di cui mi lamento. Anche la censura può essere un com­plimento.

Davanti alla tomba dei miei genitori, sento mia sorella che si rivolge a loro in olandese. Improvvisamente la vedo di nuovo bambina, e forse a parte tutte le altre cose che la rendono quella che è – colona, credente, psicologa infantile – è soprattutto una bambina. Un po’ come Oskar nel romanzo di Günter Grass Il tamburo di latta, una persona che si rifiuta di entrare nell’infido mondo degli adulti. A questo livello posso entrare in rapporto con lei, posso ridere con lei, posso provare lo stesso innocente senso di competizione che provavo quarant’anni fa, anche se non vorrei parlare con i miei genitori attraverso la loro tomba. Sarei troppo in imbarazzo, non voglio sentirmi ridicolo.

Dopo il cimitero, andiamo in un ristorante a Gerusalemme dove lei paga il conto, contro la mia volontà, e io capisco che la vera barriera tra noi non sono le sue opinioni politiche. Sì, penso ancora che gli insediamenti siano un ostacolo alla pace, ma ci sono molti altri ostacoli. Secondo me gli insediamenti sono ingiusti, ma probabilmente dobbiamo affrontare una moltitudine di ingiustizie ancora più urgenti in questo mondo.

La barriera che ci divide è più sostanziale e va oltre la religione. Per me, il mondo e l’umanità sono fondamentalmente rotti, e non c’è modo di superare questa rottura, non esiste una vera guarigione, non ci sarà un futuro con un mondo intero e non rotto, non esiste una soluzione messianica, né per la politica né per la vita religiosa. Per me l’accettazione di questa rottura, della tragedia e dell’incertezza, è fondamentalmente ironica: sai di camminare sulle sabbie mobili, e riconoscendo l’imperfezione di tutti i tentativi di dare un senso alla vita accetti che i tuoi stessi tentativi possano essere sbagliati o infruttuosi. La commedia umana non è solo sanguinosa ma anche ironica, e riconoscendo il buffone in te stesso non provi più disprezzo per il comportamento buffonesco degli altri. E riesci a vivere con questa rottura, riesci perfino a viverci bene.

Quando avevo 16 anni, in Israele, portai mia sorella a vedere un film che mi aveva molto colpito, Betty Blue, diretto da Jean-Jacques Beineix. Parlandone senza rendergli davvero giustizia, è un film su uno scrittore che si arrabatta, una ragazza a cui oggi sarebbe probabilmente diagnosticato un disturbo borderline di personalità, e il loro amour fou.

A mia sorella il film non piacque affatto, e ne parla ancora oggi con orrore. La descrizione di una tragedia, anche se è una descrizione splendida, le provoca una sensazione di disgusto viscerale. Sì, apprezza le storie dei superstiti dell’olocausto e dei loro figli, ma in qualche modo l’olocausto è riuscito ad avere un lieto fine: la nascita dello stato d’Israele.

Io non sono così sicuro di quel lieto fine. E soprattutto, non ho bisogno di un lieto fine.

E c’è ancora un’altra cosa che ci divide. L’assimilazione volontaria fa parte del processo d’emancipazione di tutte le minoranze, e io sono molto favorevole a questo. Per mia sorella, l’assimilazione è più o meno l’olocausto dell’anima ebraica.

Prima di tornare a Dolev ci fermiamo a visitare il Muro del pianto; mia sorella vuole mostrarlo alla mia ragazza. Ma poi è delusa che il Muro non l’abbia colpita più di tanto. La mia ragazza mi sussurra all’orecchio: “A dire la verità, sono più impressionata da un gattino qualunque che dal Muro”. Lo capisco. Nietzsche, Freud e Joseph Roth mi hanno colpito più della Torah.

Una delle mie ultime serate in Israele la passo in un bar di Tel Aviv con un conoscente, lo scrittore israeliano Nir Baram. Mezzo ubriaco mi dice scherzando: “Tu ci tieni ancora a questo paese. Noi siamo già oltre”. Come se uno potesse avere a cuore Israele solo se non ci vive, il che per me ha senso. Il disimpegno e il distacco sono strategie di sopravvivenza efficaci e spesso necessarie.

Ovviamente è una battuta, ma c’è sempre qualcosa di più in una battuta. Sì, io ci tengo ancora; spesso i miei sentimenti sono di vergogna e disgusto, però ci tengo davvero. Anche se credere in uno stato nazione – qualunque stato nazione – mi sembra ancora più al di là dei limiti del possibile che credere in dio.

La mia opposizione al nazionalismo, alla tesi che gli esseri umani devono sempre identificarsi come membri di questa o quella comunità significa che non è solo con mia sorella che non sono d’accordo.

Ci sono molte persone, come certi miei amici olandesi, convinti che la mia avversione al nazionalismo sia snobistica, elitaria e forse addirittura pericolosa. E forse hanno ragione, forse è elitario credere di non aver bisogno dello stato nazione, di essere al di sopra del tribalismo. Ma gli stati e le tribù sono astrazioni, non si slogano una caviglia, non hanno il crepacuore, non sanno cos’è una parentesi comica.

Il cliché umanitario che si debba amare il genere umano è abbastanza screditato. Ma come puoi avere a cuore le persone intorno a te se ti rifiuti di avere a cuore gli individui che non appartengono alla tua tribù, al tuo gruppo, al tuo stato, come puoi tenerci se credi che il mostro sia sempre l’altro, come puoi tenerci se non capisci che il nemico vive anche dentro di te? Se accetti il concetto di noi contro loro, della guerra perpetua, non hai a cuore le persone e basta. ◆ gc

“Essere un bravo scrittore”, rispondo. Entrambi i miei genitori sono sepolti a Gerusalemme. Mio padre soprattutto per motivi pratici: era il 1991, lui morì ad Amsterdam e mia sorella non poteva volare perché stava per dare alla luce il quarto figlio. Così portammo il corpo di mio padre in Israele. Mia madre voleva essere sepolta accanto al marito. Nessuno dei due aveva mai manifestato particolare interesse a essere sepolto in Israele, è semplicemente andata così. Questo non vuol dire che i miei genitori non provassero affetto per Israele, ma si può anche provare molto affetto per una persona senza andare a viverci insieme. Mia sorella aveva invitato più volte nostra madre a trascorrere i suoi ultimi anni a Dolev, e mia madre le aveva sempre risposto: “Quando sarò veramente vecchia verrò a vivere da te”. Ma continuò a rinviare la sua tardiva aliyah finché non fu troppo tardi; è morta nel 2015. E negli ultimi anni di vita, quando viveva con due badanti filippini nella sua casa di Amsterdam, non parlò mai di andare a Dolev. Arrivata al dunque, preferì i badanti e casa sua al sionismo attivo. Dopo il 2010, quando mia madre si ammalò, mia sorella andava a trovarla una volta all’anno – controvoglia, direi – per una settimana. Naturalmente mia sorella aveva il lavoro, i figli, i nipoti, ma ho sempre avuto la sensazione che provasse una rabbia silenziosa perché mia madre, nonostante tutte le sue promesse di trascorrere gli ultimi giorni in Terra santa, non si era mai decisa a vivere a Dolev. E poi negli ultimi anni mia madre era un po’ cambiata. Aveva sempre più o meno rispettato il kasher, anche se adorava la pasticceria tedesca e, per lei, tutta la pasticceria tedesca era kasher. Negli ultimi anni, però, a un tratto cominciarono a piacerle i dolci non kasher e le caramelle aspre. Quando arrivava mia sorella, mi chiedeva di nascondere le caramelle non kasher, il che la dice lunga sul loro rapporto. Mia madre era leggermente intimorita dallo sguardo affettuoso, ma anche pio e severo, di mia sorella. E poi diceva anche: “Non ho detto a tua sorella che prendi l’aereo di sabato. La rattristerebbe moltissimo”. Mia sorella ama la famiglia, ma la famiglia, come tutti gli altri ebrei, deve venire in Israele, deve fare un passo nella sua direzione. Mentre sono a Dolev, osservo un paio di volte quanto sia difficile per lei che io non abbia mostrato più interesse per i suoi figli in tutti questi anni. Il ricatto emotivo è una secolare tradizione ebraica. A me non verrebbe mai in mente di dirle che per me è stato leggermente irritante che lei non abbia mostrato più interesse per i miei libri. Di fatto, nessuno dei suoi figli, per quanto ne so, ha mai letto i miei romanzi, anche se alcuni sono stati tradotti in ebraico. Credo che nella famiglia di mia sorella i miei libri siano proibiti, e non è una cosa di cui mi lamento. Anche la censura può essere un complimento. Davanti alla tomba dei miei genitori, sento mia sorella che si rivolge a loro in olandese. Improvvisamente la vedo di nuovo bambina, e forse a parte tutte le altre cose che la rendono quella che è – colona, credente, psicologa infantile – è soprattutto una bambina. Un po’ come Oskar nel romanzo di Günter Grass Il tamburo di latta, una persona che si rifiuta di entrare nell’infido mondo degli adulti. A questo livello posso entrare in rapporto con lei, posso ridere con lei, posso provare lo stesso innocente senso di competizione che provavo quarant’anni fa, anche se non vorrei parlare con i miei genitori attraverso la loro tomba. Sarei troppo in imbarazzo, non voglio sentirmi ridicolo. Dopo il cimitero, andiamo in un ristorante a Gerusalemme dove lei paga il conto, contro la mia volontà, e io capisco che la vera barriera tra noi non sono le sue opinioni politiche. Sì, penso ancora che gli insediamenti siano un ostacolo alla pace, ma ci sono molti altri ostacoli. Secondo me gli insediamenti sono ingiusti, ma probabilmente dobbiamo affrontare una moltitudine di ingiustizie ancora più urgenti in questo mondo. La barriera che ci divide è più sostanziale e va oltre la religione. Per me, il mondo e l’umanità sono fondamentalmente rotti, e non c’è modo di superare questa rottura, non esiste una vera guarigione, non ci sarà un futuro con un mondo intero e non rotto, non esiste una soluzione messianica, né per la politica né per la vita religiosa. Per me l’accettazione di questa rottura, della tragedia e dell’incertezza, è fondamentalmente ironica: sai di camminare sulle sabbie mobili, e riconoscendo l’imperfezione di tutti i tentativi di dare un senso alla vita accetti che i tuoi stessi tentativi possano essere sbagliati o infruttuosi. La commedia umana non è solo sanguinosa ma anche ironica, e riconoscendo il buffone in te stesso non provi più disprezzo per il comportamento buffonesco degli altri. E riesci a vivere con questa rottura, riesci perfino a viverci bene. Quando avevo 16 anni, in Israele, portai mia sorella a vedere un film che mi aveva molto colpito, Betty Blue, diretto da Jean-Jacques Beineix. Parlandone senza rendergli davvero giustizia, è un film su uno scrittore che si arrabatta, una ragazza a cui oggi sarebbe probabilmente diagnosticato un disturbo borderline di personalità, e il loro amour fou. A mia sorella il film non piacque affatto, e ne parla ancora oggi con orrore. La descrizione di una tragedia, anche se è una descrizione splendida, le provoca una sensazione di disgusto viscerale. Sì, apprezza le storie dei superstiti dell’olocausto e dei loro figli, ma in qualche modo l’olocausto è riuscito ad avere un lieto fine: la nascita dello stato d’Israele. Io non sono così sicuro di quel lieto fine. E soprattutto, non ho bisogno di un lieto fine. E c’è ancora un’altra cosa che ci divide. L’assimilazione volontaria fa parte del processo d’emancipazione di tutte le minoranze, e io sono molto favorevole a questo. Per mia sorella, l’assimilazione è più o meno l’olocausto dell’anima ebraica. Prima di tornare a Dolev ci fermiamo a visitare il Muro del pianto; mia sorella vuole mostrarlo alla mia ragazza. Ma poi è delusa che il Muro non l’abbia colpita più di tanto. La mia ragazza mi sussurra all’orecchio: “A dire la verità, sono più impressionata da un gattino qualunque che dal Muro”. Lo capisco. Nietzsche, Freud e Joseph Roth mi hanno colpito più della Torah. Una delle mie ultime serate in Israele la passo in un bar di Tel Aviv con un conoscente, lo scrittore israeliano Nir Baram. Mezzo ubriaco mi dice scherzando: “Tu ci tieni ancora a questo paese. Noi siamo già oltre”. Come se uno potesse avere a cuore Israele solo se non ci vive, il che per me ha senso. Il disimpegno e il distacco sono strategie di sopravvivenza efficaci e spesso necessarie. Ovviamente è una battuta, ma c’è sempre qualcosa di più in una battuta. Sì, io ci tengo ancora; spesso i miei sentimenti sono di vergogna e disgusto, però ci tengo davvero. Anche se credere in uno stato nazione – qualunque stato nazione – mi sembra ancora più al di là dei limiti del possibile che credere in dio. La mia opposizione al nazionalismo, alla tesi che gli esseri umani devono sempre identificarsi come membri di questa o quella comunità significa che non è solo con mia sorella che non sono d’accordo. Ci sono molte persone, come certi miei amici olandesi, convinti che la mia avversione al nazionalismo sia snobistica, elitaria e forse addirittura pericolosa. E forse hanno ragione, forse è elitario credere di non aver bisogno dello stato nazione, di essere al di sopra del tribalismo. Ma gli stati e le tribù sono astrazioni, non si slogano una caviglia, non hanno il crepacuore, non sanno cos’è una parentesi comica. Il cliché umanitario che si debba amare il genere umano è abbastanza screditato. Ma come puoi avere a cuore le persone intorno a te se ti rifiuti di avere a cuore gli individui che non appartengono alla tua tribù, al tuo gruppo, al tuo stato, come puoi tenerci se credi che il mostro sia sempre l’altro, come puoi tenerci se non capisci che il nemico vive anche dentro di te? Se accetti il concetto di noi contro loro, della guerra perpetua, non hai a cuore le persone e basta. ◆ gc

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Questo articolo è uscito sul numero 1297 di Internazionale, a pagina 98. Compra questo numero | Abbonati