Nel film _Casablanca _Rick Blaine (Humphrey Bogart) e Ilsa Lund (Ingrid Bergman), due ex amanti, si ritrovano nella città portuale del Marocco dove Ilsa e il marito, Victor Laszlo, sono fuggiti. La maggior parte delle persone ricorda il film come una storia d’amore in tempo di guerra, e a un primo sguardo lo è: la coppia alla fine rinuncia al suo amore per aiutare Laszlo, un capo della resistenza cecoslovacca, a continuare la sua lotta contro i nazisti. Ma la trama complessiva del film – e, di fatto, la ragione autentica per cui Ilsa e Rick s’incontrano – è imperniata su qualcosa di più banale: Ilsa e Laszlo sono alla ricerca di documenti di viaggio. Le carte in sé non hanno niente di speciale – semplici fogli piegati in due e con una firma ufficiale – ma possono fare la differenza tra la vita e la morte.
Nella prima metà del novecento, in particolare durante le guerre, molte delle persone che viaggiano in occidente hanno bisogno di visti d’uscita che gli garantiscano il diritto di lasciare il paese. E nel corso della seconda guerra mondiale il Marocco, che quando il film fu girato era ancora un protettorato francese, diventa una tappa nel percorso dei rifugiati in fuga dall’Europa occupata. I migranti viaggiano “da Parigi a Marsiglia e attraverso il Mediterraneo a Orano, poi in treno, in auto o a piedi dalle coste dell’Africa a Casablanca”, spiega la voce narrante del film. Lì corrompono un funzionario, comprano i documenti al mercato nero o trovano qualche altro modo per procurarsi le carte per andarsene, e aspettano la successiva nave o il successivo aereo verso la libertà. “I più fortunati, con il denaro, le relazioni o la buona sorte, ottengono il visto di partenza e corrono a Lisbona, e da Lisbona all’America”, aggiunge il narratore nell’introduzione. “Ma gli altri aspettano a Casablanca. Aspettano, aspettano, aspettano”.
Mentre cadono le barriere che bloccano l’uscita dai paesi, si alzano muri per impedire che le persone entrino. E che senso ha partire se non hai un posto dove andare?
Casablanca ha più di settantacinque anni. Se uscisse oggi nelle sale, sarebbe certamente criticato per il nazionalismo statunitense moraleggiante e perché celebra il governo coloniale francese senza mostrare neanche un personaggio marocchino di primo piano. Tuttavia, visto come un racconto sulla migrazione, _Casablanca _ci ricorda che i documenti d’identità sono stati creati non per darci la libertà, ma per limitarla. Il diritto alla mobilità è garantito dallo stato, e l’accesso a quel diritto è in larga misura definito dalla classe sociale d’appartenenza. I poveri, che non sono in grado di pagare i visti necessari, i costi di transito e perfino i documenti minimi, rimangono intrappolati, mentre i ricchi possono andare e venire a proprio piacimento. Nel 2016, ben 82mila milionari – una cifra record – si sono trasferiti in un nuovo paese grazie a politiche d’immigrazione fatte per attirare i ricchi del pianeta, fondamentalmente vendendo la cittadinanza e i permessi di soggiorno. Nello stesso anno, i politici populisti di tutto il mondo, dall’Austria alle Filippine, hanno conquistato ampie fette di elettorato promettendo di tenere lontana la marmaglia.
I passaporti, in altre parole, sono stati inventati non per lasciarci girare liberamente, ma per tenerci in un posto e sotto controllo. Rappresentano i confini e le frontiere che i paesi hanno tracciato intorno ai propri territori e anche le linee che hanno disegnato intorno alla popolazione. È così sia in tempo di guerra sia in tempo di pace. Mentre cadono le barriere che bloccano l’uscita dai paesi, si alzano muri per impedire che le persone entrino. E che senso ha partire se non hai un posto dove andare?
Se il passaporto serviva come simbolo di appartenenza a una nazione sovrana e, per i più fortunati, come mezzo per viaggiare fuori dalla stessa, tra non molto le linee saranno tracciate intorno ai nostri corpi, più che ai nostri paesi. I documenti stampati stanno lasciando spazio a complicate scansioni in grado di identificarci attraverso il riconoscimento dell’iride, la forma delle nostre facce e perfino la mappa delle nostre vene e arterie: non siamo più i nostri documenti, piuttosto, i nostri documenti sono diventati noi.
Il paradosso del passaporto è facile da dimenticare in occidente, dal momento che i documenti dei paesi nordamericani ed europei garantiscono ai cittadini libero accesso, anche se temporaneo, a quasi qualunque luogo vogliano raggiungere. Un tedesco può visitare senza permesso 177 paesi; uno statunitense 173; un afgano solo 24.
Per quelli di noi che godono di un certo grado di mobilità, il problema di non potersi muovere perché non si ha un passaporto si pone solo quando la posta in gioco è relativamente bassa: se il passaporto lo dimentichiamo, lo perdiamo o lo lasciamo nel posto sbagliato. È una situazione bene illustrata anche al cinema: il momento culminante di _Sex and the city 2 _arriva quando Carrie Bradshaw, che ha dimenticato il passaporto in un negozio di scarpe ad Abu Dhabi, corre al suq con le sue amiche per recuperarlo e, dopo aver scandalizzato una folla di uomini arabi arrabbiati, viene messa in salvo da alcune casalinghe degli Emirati, che sotto i loro abaya indossano abiti d’alta moda.
La posta in gioco per Carrie Bradshaw è pateticamente insignificante: dovrà prenotare di nuovo il suo viaggio, magari volare in classe economica o trascorrere un altro giorno vestita con abiti poco appariscenti. Per il resto del mondo la situazione è più vicina a quella di Ilsa Lund e Victor Laszlo, ma senza la loro ricchezza e i loro contatti. Pensate alla minoranza rohingya perseguitata e senza stato in Birmania o ai milioni di siriani che vivono ancora in una brutale guerra civile. Non hanno documenti o, se li hanno, non sono quelli giusti. Non riescono a mettere le mani sulle carte di cui hanno bisogno per raggiungere in sicurezza il luogo dove vogliono andare, così intraprendono viaggi ardui e pericolosi per terra e per mare. E, se non riescono a ottenere un passaporto, un visto o un documento che gli garantisca un passaggio sicuro, affrontano una lunga, estenuante attesa e il rischio di essere arrestati e, spesso, di morire.
L’adozione e la standardizzazione dei documenti di viaggio su scala internazionale ha molto a che fare con la tecnologia. Finché c’erano modi per spostarsi rapidamente via terra e via mare, era più facile trattenere la gente con muri, fossati, recinti o con la forza. Ma l’accelerazione dei trasporti e la crescente interconnessione di nazioni o imperi dovuta ai commerci e alle guerre, hanno fatto aumentare anche i controlli sui movimenti delle persone. È difficile sapere esattamente chi fu il primo a possedere un passaporto o dove fu stato rilasciato il suo documento, ma secondo John Torpey, professore di sociologia e storia della New York university e autore di _The invention of the passport: surveillance, citizenship and the state _(2000), i primi controlli dell’identità erano interni, cioè avvenivano dentro i confini di un paese, di una provincia o di un impero. All’epoca del feudalesimo in Europa e in Russia, i servi erano legati alle tenute dei loro padroni; in Prussia, nel cinquecento fu emanato un editto della polizia che impediva ai “vagabondi” di ottenere “permessi” per trasferirsi in altri paesi e città. Come sempre, la possibilità di spostarsi dipendeva soprattutto dallo status socioeconomico del singolo, anche se si facevano degli sforzi per tenere in patria i lavoratori più capaci (e le loro tasse).
L’istituzionalizzazione dei passaporti da parte dello stato diventò rilevante all’epoca della rivoluzione francese. Torpey osserva che i rivoluzionari francesi si opposero a un decreto di Luigi XVI che proibiva ai suoi sudditi di lasciare la Francia senza i documenti necessari. Dopo la rivoluzione, si discusse se gli uomini liberi dovessero girare con un passaporto. Alcuni erano favorevoli, sostenendo che era importante per la coesione e la sicurezza nazionale; altri insistevano che “una rivoluzione cominciata con la distruzione dei passaporti deve garantire una dose sufficiente di libertà di viaggiare, anche nelle fasi di crisi”.
Alla fine prevalsero quelli favorevoli ai documenti. Nel corso del secolo successivo nacquero e caddero imperi, eserciti e marine andarono in guerra e la leva obbligatoria costrinse i giovani a registrarsi per combattere, lasciando la traccia del loro documento d’identità. Le guardie sorvegliavano con attenzione i confini e i posti di controllo per tenere lontane spie e nemici stranieri nei periodi di conflitto; politiche d’immigrazione come l’Immigration act degli Stati Uniti del 1924 fissarono limiti all’immigrazione in base al paese natale del richiedente.
Sull’onda della prima guerra mondiale, le burocrazie sovranazionali come la Società delle Nazioni (che poi diventò le Nazioni Unite) definirono un regime internazionale standard di documenti di viaggio, visti e permessi. L’uso di questi documenti si sviluppò proprio mentre si affermavano degli stati nazione e si definivano le frontiere fisiche sorvegliate dalla polizia, la cui esistenza oggi noi diamo per scontata. Secondo Torpey gli stati moderni hanno spesso negato ai loro cittadini il diritto di viaggiare liberamente all’estero, e la capacità degli stati di limitare gli spostamenti delle persone dipende dal controllo che quegli stessi stati esercitano sulla distribuzione di passaporti e documenti, che sono diventati prerequisiti fondamentali per essere ammessi in molti paesi.
Mentre le guerre ridisegnavano di continuo i confini nazionali e le popolazioni venivano trasferite, cancellate e scambiate, i documenti arrivarono a definire il posto di una persona nel mondo. Stati di nuova creazione – come Austria, Ungheria, Jugoslavia e Cecoslovacchia – cominciarono a stampare i loro passaporti: erano al tempo stesso un esercizio di costruzione di una nazione, una necessità diplomatica e una dimostrazione di appartenenza del cittadino.
Non tutti però trovavano il loro posto in queste nuove mappe: intrappolati nel mezzo c’erano i senza patria, che non avevano nazione né documenti, e gli esiliati o rifugiati che fuggivano dalle loro case con i documenti sbagliati. In Casablanca _c’è una ragazza bulgara disposta a concedersi in cambio di un visto; per raggiungere gli Stati Uniti lo scrittore Vladimir Nabokov pagò una mazzetta (“consegnata al verme giusto nell’ufficio giusto”) per ottenere un permesso per sé e la moglie. Privato della cittadinanza russa, viaggiava con un passaporto da rifugiato. Lo odiava e nella sua autobiografia, _Parla, ricordo, lo descrive come un “documento mediocre, di un verde pallido”. Molti non furono altrettanto fortunati.
Come la tecnologia contribuì alla definizione fisica delle frontiere degli stati nazione con recinzioni, muri e posti di controllo, così diede forma anche ai documenti d’identificazione che la gente portava con sé per mostrare il mondo a cui apparteneva. All’inizio del novecento pezzi di carta scarabocchiati a mano con brevi descrizioni fisiche cominciarono a evolvere fino a includere fotografie, impronte digitali, altezza, colore dei capelli e degli occhi. Nel Regno Unito, intere famiglie posavano insieme davanti all’obiettivo; fino agli anni venti, nelle immagini venivano accettati perfino cappelli, bastoni e occhiali da sole. Negli anni sessanta gli Stati Uniti vietarono alle persone di sorridere davanti alla macchina fotografica; negli anni settanta, le foto a colori sostituirono quelle in bianco e nero. Anche le contraffazioni e i favoritismi diventarono più difficili. Una cosa è comprare una carta firmata da un funzionario disonesto – o benevolo? – disposto ad aiutarvi. Un’altra è farsi passare per qualcuno che non si è. Oggi si sente dire che il passaporto ha i giorni contati. Dirigenti di compagnie aeree e funzionari governativi prevedono che, entro il 2022, i viaggi internazionali saranno “un processo lineare e senza filtri”, libero da documenti d’identità o carte d’imbarco, basato completamente sulla scansione dell’iride e il rilevamento delle impronte digitali in un decimo di secondo, inviati a un gigantesco database d’informazioni sui viaggiatori. Con l’affermarsi di queste tecnologie biometriche sullo sfondo della guerra al terrore e della ripresa del nazionalismo etnico, vediamo crescere muri – fisici, legali e retorici – a ogni piè sospinto. I muri fisici svolgono un ruolo simbolico nell’immaginario populista, dividendo i “nativi” dagli “altri”, e i controlli rinforzati alle frontiere, la sorveglianza e la tecnologia di tracciamento creano confini dagli effetti concreti di cui i politici possono vantarsi. Sono più difficili da rilevare le linee che vengono tracciate intorno agli individui, quelle descrizioni che potenzialmente li seguiranno per la vita.
Più aumentano le informazioni collegate alle nostre impronte digitali o alle nostre iridi – per esempio in che luogo viviamo, che lavoro svolgiamo, chi sono i nostri genitori o se abbiamo mai commesso un crimine – più si rafforzano le basi per una sorta di segregazione algoritmica. Grazie a tecnologie digitali come la blockchain, le registrazioni diventeranno indelebili, nel bene e nel male; le nostre storie potrebbero tornare a ossessionarci a decenni di distanza da un arresto, una bancarotta o un’espulsione. In _Automating inequality: how high-tech tools profile, police, and punish the poor _(2018), la politologa Virginia Eubanks scrive che l’amministrazione del welfare basata sulla raccolta dati negli Stati Uniti finirà in un disastro perché le tecnologie che usa “non sono neutrali”. Invece, spiega, “sono modellate dalla paura dell’incertezza economica e dall’odio verso i poveri della nostra nazione, che a loro volta modellano le politiche e l’esperienza della povertà”. Lo “scrutinio elettronico invasivo” dei poveri diventerà presto la norma per tutti gli statunitensi, avverte. È già evidente che il tracciamento biometrico prenderà di mira i destinatari delle nuove misure di controllo promesse dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump: stranieri, rifugiati e immigrati.
Quando nel gennaio 2017 l’attuale amministrazione di Washington ha annunciato il primo divieto d’ingresso – quello che divideva le famiglie, abbandonava al loro destino i residenti negli Stati Uniti e seminava il caos nei terminal aeroportuali di tutto il mondo – non era chiaro se le restrizioni per i viaggiatori provenienti dai nove paesi a maggioranza musulmana si dovessero applicare anche ai cittadini con la doppia cittadinanza e ai residenti negli Stati Uniti provenienti da quei paesi. Questi cittadini rappresentano senza dubbio una minoranza privilegiata e sicuramente la meno colpita, nell’immediato, dal divieto, e tuttavia il provvedimento ha sollevato una domanda fondamentale: cosa determina da dove veniamo? Il colore del passaporto o il colore della pelle? Dove viviamo o dove abbiamo vissuto per gran parte della nostra vita? In termini meno astratti, uno svedese iraniano o un somalo francese sono semplicemente un iraniano o un somalo agli occhi delle agenzie statunitensi che controllano immigrazione e frontiere?
Quel divieto aveva un precedente: nel 2015, durante l’amministrazione Obama, il congresso statunitense aveva votato una legge che richiedeva a tutti coloro che avevano dei legami con un paese considerato “a rischio sicurezza” (come Iran, Iraq, Siria o Sudan), a prescindere da chi fossero o da dove vivessero, dei permessi aggiuntivi per entrare negli Stati Uniti. Il loro passaporto non era più sufficiente. Questa legge è ancora in vigore. La versione di Trump, che seguiva la stessa linea in modo più radicale, alla fine è stata ridimensionata. Non riguarda più quelli che hanno la doppia cittadinanza, ed è contestata in diversi tribunali. Tuttavia suggerisce che, in futuro, i confini all’interno dei quali siamo nati potrebbero diventare invalicabili. Oggi le autorizzazioni o i visti d’ingresso sono determinati da bolli sul passaporto, registri d’entrata, città di nascita riportata su qualche documento d’identità nazionale (ma non tutti). Con raccolte di dati e tecnologie più strutturate, si ridurrà la discrezionalità: i respingimenti saranno automatici.
Tutto questo ha conseguenze legali e politiche, ma anche personali. L’insieme di informazioni biografiche, biometriche, familiari e perfino genetiche crea eredità digitali di cui è difficile liberarsi. In Cina, un paese che richiede ancora documenti per i viaggi interni, la minoranza musulmana degli uiguri è controllata con scansioni dell’iride, sensori di movimento e altre tecnologie. Quando i rifugiati di oggi ripercorrono in senso inverso la rotta dei rifugiati di Casablanca e viaggiano partendo dall’Africa attraverso il Mediterraneo fino all’Europa, le autorità raccolgono i loro dati biometrici e seguono il protocollo di Dublino, in base al quale il migrante può richiedere asilo nel primo porto dove arriva. Scomparire e ricominciare da capo sta diventando sempre più difficile.
Tracciare confini intorno alle persone può darci un mondo più ordinato e prevedibile. Ma tra tutti i benefici promessi da un’esperienza di viaggio senza contrasti, potrebbe non esserci quello di un viaggio più umano. Nel prossimo decennio i passaporti potranno anche scomparire, ma saranno sostituiti da qualcosa di molto più invasivo: un’ombra digitale che rappresenta il nostro corpo, la nostra famiglia e il nostro passato, che ci seguirà ovunque come una piccola nuvola carica di pioggia. ◆ svs
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Questo articolo è uscito sul numero 1259 di Internazionale, a pagina 104. Compra questo numero | Abbonati