Mia figlia e io stavamo giocando ad acchiapparella, o una specie di acchiapparella. Prima ci eravamo esercitate con la lettera P e avevamo ballato sulla musica di I feel good di James Brown, una canzone che aveva selezionato lei sull’iPod. Avevamo riso ballando, lei con un senso del ritmo impressionante per una bambina di quattro anni, io con la mia irrecuperabile mancanza di grazia. Poi il nostro programma prevedeva i Muppet. Erano circa le due del pomeriggio. Giovedì 28 maggio 2020. Un giorno che aveva soddisfatto la sua promessa di non avere in serbo sorprese, come tutti gli altri giorni del lockdown, giorni rattrappiti con routine raggrinzite. “Quando il corona­virus finirà”, diceva spesso mia figlia, parole traboccanti di desiderio per la scuola materna, gli amici, le lezioni di nuoto. E io, tra brevi periodi di gioia e scoperta, mi sentivo spesso annoiata e poi in colpa per quella sensazione di noia, nel ruolo ampliato e senza limiti di genitrice-compagno di gioco.

Mia figlia ha raccolto una pompa verde per gonfiare i palloncini, mi ha spruzzato addosso l’aria ed è scappata via, girando intorno al bancone della cucina. Quando l’ho raggiunta, strillando, toccava a lei acchiapparmi. Io avevo delle ciabatte bianche che avevo infilato in valigia da un hotel in qualche luogo del mondo, ai tempi in cui i viaggi all’estero erano normali. Erano morbide e avevano la suola sottile. Ricordo tutto questo chiaramente per via delle tante cose che non sarò in grado di ricordare dopo. Mi sono allontanata dalla cucina per rendere più lungo l’inseguimento ed è successo qualcosa. Sono scivolata o inciampata o il mio destino si è assottigliato e sono caduta e ho battuto la testa sul parquet.

Non ricordo niente. Mi sono ritrovata seduta sul letto, una borsa del ghiaccio premuta contro la faccia, quando mio marito è entrato precipitosamente di ritorno dal lavoro

All’inizio del lockdown, tormentata da angosce amorfe, avevo insegnato a mia figlia come chiamare mio marito medico al lavoro. Per ogni evenienza. Mia figlia dice che le ho detto: “Chiama papà”. Mio marito dice che parlavo in modo coerente. Gli ho detto che ero caduta e che il dolore alla testa era “lancinante” e quando ho detto “lancinante” è sembrato che sussultassi. Dice che ha chiesto a mia figlia di prendere nel freezer la borsa del ghiaccio e che ho detto “Grazie tesoro” quando lei me l’ha data. Non ricordo niente di tutto questo. Mi sono ritrovata di sopra, seduta sul letto, una borsa del ghiaccio premuta contro la faccia, quando mio marito è entrato precipitosamente di ritorno dal lavoro. Più tardi lo avrei immaginato, dopo la telefonata di mia figlia, mentre si strappava di dosso l’abbigliamento protettivo, il camice bianco a sbuffo, la visiera sul volto; mi ero agitata quando la sua clinica aveva tardato un po’ a procurargli l’abbigliamento protettivo, e quando finalmente era arrivato gli avevo detto che sembrava un robot sgraziato.

“Dobbiamo andare al pronto soccorso”, mi ha detto.

Io l’ho guardato, disorientata. Cos’era successo?

So di essere caduta, ma è una conoscenza seminascosta, e non riesco ad afferrare la foschia della mia memoria per raggiungere un dettaglio chiaro. Sento una profonda impotenza, la sensazione di qualcosa che scivola via. Come sono arrivata qui? Sono nella macchina di mio marito, diretta al pronto soccorso dell’università del Maryland a Baltimora e non so cosa mi è successo.

“Probabilmente è solo una commozione cerebrale, ma dovresti fare una tac per essere sicuri che non ci sia altro”, dice mio marito.

Ma perché non ricordo? Perché non riesco a ricordare? Sembra un fallimento, una colpa.

“Ricordati, il tuo cervello è un organo delicato che fluttua dentro il cranio. Hai battuto la testa e il tuo cervello ha subìto uno scossone”, dice mio marito, ed è una nuova sorpresa per me che a causa di questo “scossone” una fetta della mia consapevolezza sia scomparsa nel nulla. Siamo così fragili. Ci rompiamo così facilmente. Eppure per navigare questa vita dobbiamo credere di non esserlo.

Mi chiedo cos’altro non ricordo e, più terribile ancora, cos’altro non riuscirò a ricordare. Il mio cervello ora è uno sconosciuto. La mia comprensione di me stessa comincia a inclinarsi.

Al liceo, in Nigeria, uno dei miei insegnanti mi chiamava spesso “cervello elettrico”. “Cervello di prima categoria”, amava ripetere un altro professore. “Quel tuo cervello”, diceva mia madre, con il sorrisetto materno che le madri nel tempo hanno sfoderato per lodare qualcosa in cui credono di avere almeno una fuggevole responsabilità.

Penso a come il mio cervello sia legato alla mia identità. Penso alla vita senza il mio cervello come lo conosco, e comincio a piangere. Nell’ultimo anno o giù di lì mi sono accorta che dimentico le parole; ogni tanto un termine ristagna al bordo della mia mente, vicino, familiare, ma sempre a un passo di distanza, fuori dalla mia portata. “Banalità” è il più recente. Per un giorno intero ho cercato di ricordare “banalità”. Mi sono preoccupata, ma solo leggermente, perché una ricerca su Google ha detto che non c’era niente di cui preoccuparsi. E ora questo.

La sala d’attesa del pronto soccorso è quasi vuota, con mia sorpresa, la testa piena di storie sulla bolgia negli ospedali di New York. L’atmosfera ha qualcosa di spettrale. Prima del covid-19 avrei potuto indignarmi con la donna che prende i miei dati, seduta all’interno di una capsula di vetro, la sua ruvidezza al limite della maleducazione. Ma ora provo empatia, immaginando il suo stress, i suoi strati di paura, come il suo chiedersi se il prossimo paziente arriverà in una nuvola invisibile di un milione di virus che lei, malgrado il suo gabbiotto di vetro e la sua visiera e le mani rosse per i ripetuti lavaggi, inalerà ammalandosi. Quando mi portano dentro, un’altra donna – forse un’assistente infermiera – mi chiede quanto peso e io la fisso con sguardo assente. Mi ricordo quanto peso o credo semplicemente di non ricordarlo perché so di non ricordare cosa è successo dopo la mia caduta?

Lei dice con impazienza: “Sto solo cercando di avere delle informazioni”.

“Sono caduta”, borbotto da dietro la mascherina, quasi a spiegare il mio sbigottimento, per cercare comprensione, perfino pazienza, ma quello che arriva da lei è una decisa freddezza.

“Allora lei non sa quanto pesa?”, chiede, e sentendomi come una scolaretta le dico quanto credo di pesare. Più tardi mi sarei chiesta quale cosa si potrebbe perdonare di non sapere a una persona che ha appena battuto con forza la testa su una superficie dura.

La mia prima infermiera si rivela un’ammiratrice, ma mi piace pensare che sarebbe stata comunque premurosa; mi porta un antidolorifico e mi racconta caustiche storielle sul coronavirus, le braccia cosparse di tatuaggi come una forma d’arte. Mi dice che forse dovrò aspettare parecchio per la tac e a un certo punto delle sei ore di attesa mio marito, seduto in macchina perché nel pronto soccorso sono ammessi solo i pazienti, mi manda un messaggio per dire: “Non è il momento migliore per una brutta caduta”. In effetti.

Ho il collo in fiamme e la pulsazione alla testa si è spostata da una parte all’altra. Perché il dolore si è spostato? Perché sono così sensibile ai suoni e alla luce? Tutto lascia presagire male per il mio cervello. Avverto l’improvvisa vertigine della paura di non poter tornare a essere quella che ero. Quando la dottoressa mi visita, mentalmente ordino alla magia di compiersi, agli astri di allinearsi, ai miei antenati d’intervenire e che la sua conclusione sia che non ho bisogno di una tac ma solo di un riposino perché il mio cervello torni a posto e io di nuovo perdutamente innamorata del mondo. Ma ovviamente lei dice che serve una tac. Resisto all’impulso di cercare su Google “commozione cerebrale danni” e invece scrivo ai miei genitori in Nigeria per raccontare cosa è successo.

Poi riaffiora un ricordo. Una rapida caduta, il dolore che mi esplode su tutta la faccia e la testa. Ricordo che ero sdraiata sul pavimento, gemevo e mi tenevo metà della faccia per il dolore tremendo che non voleva diminuire. Ricordo di essermi resa conto che era successo qualcosa di serio e di aver detto “telefona a papà, telefona a papà”. Aver strappato questo ricordo dal vuoto mi sembra un’impresa eroica. La sua abbagliante chiarezza mi provoca un’ondata di speranza, perfino qualcosa di simile alla gioia. Il mio cervello sta bene. Il mio cervello starà bene. Ma qualche minuto dopo sono di nuovo angosciata: perché non ricordo il resto? Com’è possibile che abbia parlato coerentemente con mio marito e non ne abbia nessuna memoria? Cos’altro è successo che non ricordo?

Devo andare in bagno e premo il campanello perché mi liberino dai cavi fissati al petto col nastro adesivo, ma non viene nessuno. Nell’infermeria proprio davanti alla mia camera, c’è un’infermiera seduta che mangia patatine. Una seconda tiene in mano il telefono per mostrare ad altre due una foto sullo schermo. La mia infermiera non c’è. Premo e premo il campanello finché, non potendo più aspettare, sfilo il dito dal pulsiossimetro e stacco i cavi del monitor cardiaco facendo scattare dei forti segnali di allarme. Nessuna delle infermiere accenna a guardarmi quando, svuotata la vescica, torno nella mia stanza dove gli allarmi continuano ancora a squillare e a fare bip. Il suono s’infiltra nella mia testa, una pressione che la fa sballottare. Non viene nessuno.

Mi alzo ed esco dalla stanza per chiedere: “Potreste aiutarmi a spegnere l’allarme, per favore?”.

Emiliano Ponzi

“Vengo subito”, dice un’infermiera. Mangia ancora qualche patatina e passa un lungo minuto prima che si alzi.

Forse il coronavirus fa sembrare tutto il resto piccolo e trascurabile. Forse le infermiere si svegliano pensando a tutti gli operatori sanitari che hanno preso ogni precauzione e sono comunque morti per questo nuovo flagello. Forse la loro apatia è uno scudo, un modo di reagire.

La mia seconda infermiera – la prima se n’è andata a fine turno – arriva con il camice in disordine, un’aria di panico contenuto.

“Ha un’endovena?”, è la prima cosa che dice.

“Non lo sa?”, è la risposta che mi viene subito in mente. Invece dico: “No”.

Deve essere oberata. Spaventata forse. Ha visto molti pazienti sfiniti dalla tosse sforzarsi di respirare e morire?

Più tardi, dopo la tac, un breve scivolare dentro e fuori una macchina, arriva con un modulo e dice: “Può essere dimessa. Firmi questo per favore”.

Sono ammutolita dalla sorpresa. Tutto qui? Mi aspettavo che il medico mi dicesse qualcosa della tac, o almeno l’infermiera. Oppure hanno scoperto un danno così grave che vogliono semplicemente mandarmi a casa? Sicuramente se fosse così non mi manderebbero a casa.

“C’è qualcosa che devo sapere della tac?”, chiedo.

“Non ha evidenziato anomalie”.

Si volta per andarsene, il modulo firmato in mano. Sono ancora collegata al monitor.

“Potrebbe aiutarmi a togliere questi?”, indico il petto con un gesto.

“Oh, certo”, dice.

In macchina, tornando a casa, mentre piego e ripiego il generico foglio di dimissioni, mi sento avvilita, insoddisfatta, ma come se dovessi scusarmene. Volevo che la mia caduta fosse presa in considerazione seriamente, che mi dicessero del mio cervello, e della tac, e di cosa aspettarmi nei prossimi giorni. Ma potrebbe essere un’aspettativa irragionevole in un’epoca di coronavirus. Forse questa è la nuova normalità, questa assistenza frettolosa, infastidita, l’ennesima perdita da calcolare nel conteggio finale delle vittime della pandemia.

Volendo disperatamente risvegliare la mia memoria, chiedo a mia figlia di raccontarmi cos’è successo, esattamente quello che è successo, passo dopo passo. Sono sempre stata affascinata dal suo modo non lineare di raccontare, ma ora vorrei che fosse lineare. “Mi hai detto di chiamare papà. Poi ti sei seduta sulla sedia”, dice. Un attimo dopo aggiunge: “Mi hanno dato una maschera al compleanno di Marcon” (che è stato nove mesi fa). Mio fratello, offrendomi dell’umorismo nero per consolazione, dice che il problema è che non ho amici maneschi, altrimenti saprei che dopo una rissa la gente cade in un buco nero e non mi preoccuperei tanto della mia perdita di memoria. Mi preoccupa molto, invece. Ogni momento è carico di apprensione; in ogni pulsazione alla testa, in ogni parola che non riesco a ritrovare velocemente abbondano significati nascosti. Ho il viso gonfio e sensibile. Non riesco a sopportare il suono della musica. Anche se è troppo presto per il ciclo, ho forti crampi mestruali. Le donne soffrono in modo diverso? Una commozione cerebrale influisce sul ciclo mestruale o è stato lo stress a provocarlo?

Voglio costringere la mia mente a ricordare, perché solo ritrovare la memoria può attenuare la mia preoccupazione, ma più mi sforzo più il vuoto insidioso si allarga. Quello che ho dimenticato ha più peso di quello che ricordo. Ho paura soprattutto per la mia immaginazione: una mente bloccata, una creatività appiattita da un cervello diventato poroso come un setaccio. Non oso pensare troppo alla mia capacità di fare quello che amo di più: scrivere. Come ho potuto in qualche modo permettere questo assurdo incidente? Forse è successo qualcos’altro che ha provocato la mia caduta e che non riesco a ricordare (esamino le normalissime ciabatte d’albergo che portavo e poi le getto nella spazzatura, un atto stranamente appagante). Quello che voglio, e mi manca, è capire la mia caduta. E così diventa un mistero, reso più confuso dal mio senso di responsabilità.

“Volo semplicemente in aria e atterro sulla faccia? Perché non ho frenato la caduta con le mani?”, chiedo a mio marito e a mio fratello.

Loro si scambiano un’occhiata e soffocano un sorrisetto. Mi prendono sempre in giro perché sono scoordinata: il ballo, la pessima tecnica negli sport, la mancanza di manualità nelle cose pratiche.

Il coronavirus mi ha spinto, per la prima volta in vita mia, a prendere vitamine per le difese immunitaria, e ora mi ritrovo a cercare su Google integratori per la salute cerebrale. So che potrebbero essere tutti rimedi da ciarlatano, ma ne ordino lo stesso qualcuno per provare. Un gesto di speranza, che il mio cervello stia di nuovo bene presto. ◆ gc

Chimamanda Ngozi Adichie è una scrittrice nigeriana. Il suo ultimo libro pubblicato in Italia è Il pericolo di un’unica storia (Einaudi 2020). Questo articolo è uscito sul Washington Post con il titolo A prizewinning novelist, a bad concussion and loss of memory during the coronavirus pandemic.

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1384 di Internazionale, a pagina 102. Compra questo numero | Abbonati