Philippe Petit, l’artista e funambolo francese, è ancora lassù nel cielo, a quattrocento metri di altezza. Tra le mani ha un’asta di bilanciamento. Cammina, s’inginocchia, saluta, corre. Trasporta la sua vita sopra New York. Muove otto passi lungo il filo spesso poco più di un centimetro e mezzo, rifiutando sempre l’idea di un fallimento. Va avanti e indietro, una scheggia di audacia tra le due torri, anche se quelle torri sono scomparse.
Succede tutto nel rimbalzo della memoria, naturalmente, o nella fucina dell’immaginazione, ma la passeggiata di Philippe Petit tra le torri del World trade center nel 1974 succede ancora oggi proprio perché fu – o meglio è – un’opera d’arte. La passeggiata di Petit sulla fune parla del bisogno umano di bellezza e al tempo stesso di turbamento, di presenza sull’assenza, dell’atto di creare davanti alla distruzione.
La passeggiata parla anche dell’arte della narrazione. C’era una volta un cavo d’acciaio di più di duecento chili teso nel vuoto tra due alte torri e un uomo che ci camminava sopra. Le torri non ci sono più, e non c’è un cavo teso tra loro, ma l’uomo è vivo, in senso sia letterale sia figurato, e la passeggiata viene ancora fatta, semplicemente perché abbiamo il potere di accendere fili di pensiero intrecciato, trapuntato, immaginativo lungo i neuroni del nostro cervello: storie.
Le storie sono i mattoni fondamentali del nostro universo: sono antiche come il tempo. Sopravvivono alla morte. C’era una volta una storia. E quando le raccontiamo – soprattutto se le raccontiamo bene e in modo onesto e schietto e orgoglioso e con una sfumatura di musica dell’umano – facciamo rivivere il mondo.
E anche se di rado lo ammettiamo, attraverso le nostre storie duriamo molto più a lungo dei nostri edifici.
Dopo vent’anni la storia ci tiene ancora inchiodati. Succede alle cene. Succede agli eventi pubblici. Succede quando incontriamo nuovi amici, amanti, colleghi. Tutti parlano ancora dell’11 settembre. Perfino quelli che non si trovavano vicino a New York, o alla Pennsylvania o a Washington hanno una storia da raccontare. È successo a Parigi. È successo a Belfast. È successo a Shanghai. È successo a Buenos Aires. L’universalità di questa esperienza è sbalorditiva, forse il primo vero evento mondiale vissuto più o meno contemporaneamente da tutti.
E se vivi a New York, come me, la città ha una storia che è impossibile dimenticare.
Erano le nove e trenta del mattino. Sembrava tutto tranquillo. Uscii dallo studio nella mia casa di Manhattan e vidi che la luce rossa della segreteria telefonica era accesa. I miei figli – Isabella di quattro anni e John Michael di due – stavano giocando sul pavimento del salotto con un trenino giocattolo. Mia moglie, Allison, si stava preparando per portarli al parco.
“Qualcuno ha chiamato”, disse. “Non ho sentito chi era”.
Di solito, in quanto scrittore, la mattina non rispondo mai alle telefonate, ma passando accanto alla segreteria premetti il pulsante play. Era un messaggio di mia sorella da Londra, la voce così tesa e tirata da sembrare quasi lirica: “Ci siete? Ci siete? Ci siete? Oh Dio mio. Sto guardando le notizie. State tutti bene? Ci siete?”.
C’è una calma che arriva con la consapevolezza di essere vicini a un momento spaventoso. È l’istante in cui testa e cuore formano una comunità di terrore. Ogni tristezza disponibile è improvvisamente viva.
Accesi il televisore. Il suono era muto, ma le immagini, su ogni canale, mostravano il World trade center in fiamme. Era lì che lavorava il padre di mia moglie, Roger Hawke. Un bell’uomo alto e magro, un avvocato sui sessant’anni tranquillo e molto amato. È sempre stato il tipo d’uomo per cui i giorni sembrano arrivare come se lo conoscessero già. Andava al lavoro presto ogni mattina e prendeva sistematicamente l’ascensore fino al 57° piano. Sulla scrivania teneva sempre le pratiche del giorno e le foto dei cinque nipoti. Sullo sfondo, la Statua della libertà.
Mia moglie dava ancora la schiena al televisore muto. Stava abbottonando la camicia di mio figlio. Quando la chiamai ad alta voce, il suo nome suonò diverso, più scuro, ombrato. Fu un’agonia vederla voltarsi. Diede un’occhiata all’immagine della televisione e corse al telefono, chiamò subito sua madre. Una telefonata di cinque secondi. Nessuna notizia del padre. Allison cadde in ginocchio silenziosamente davanti al televisore.
Dalla finestra del nostro appartamento – a otto chilometri dal World trade center – non potevamo vedere niente. L’atmosfera della stanza non riusciva quasi a sopportare il peso della realtà che si stava compiendo. Alle dieci la madre di Allison, che viveva a Long Island, non aveva ancora avuto notizie. Il nostro telefono squillava in continuazione. Ogni nuova voce era una fitta al cuore. Poi rimase in silenzio: le linee non funzionavano. Non sapevamo se guardare la televisione o no. Portammo i bambini nella loro camera da letto. C’erano voci di un altro aereo dirottato che volava sopra New York.
Poi la prima torre crollò. In lontananza cominciarono a piangere le sirene, sembrava che fossero già in lutto.
E poi arrivò il momento decisivo: crollò la seconda torre e, con lei, sembrava che stesse crollando anche il peso incalcolabile delle nostre vite.
Spegnemmo il televisore. Aspettammo che squillasse il telefono. Controllammo i messaggi via internet. Niente. Sulla strada c’era una comunanza di disperazione. La gente si accalcava negli angoli e pregava. E poi, dopo le undici, arrivò la notizia, un email dalla madre di mia moglie: “Tuo padre sta bene, ringraziando Dio. È uscito dalla torre pochi minuti prima che crollasse. Sta venendo da voi”.
Quando finalmente varcò la soglia, dopo aver percorso a piedi gli otto chilometri di strada dalle torri, mio suocero si tolse le scarpe, ancora coperte di polvere e detriti dell’attentato.
Mia figlia Isabella alzò lo sguardo: “Perché nonno odora di fumo?”. Solo quando il nonno fece la doccia e si cambiò riuscì a raggomitolarsi tra le sue braccia. Confidò a mia moglie di aver pensato che il nonno fosse bruciato. Nonno e nipote si aggrapparono l’uno all’altra, il tipo di stretta che faceva pensare che il mondo fosse inesorabilmente cambiato.
Allora mi colpì il pensiero che i nostri padri – i nostri padri, le nostre madri e anche i nostri figli collettivi – vengono eternamente a casa da noi, portando i cupi semi dell’amore e del lutto. Si avvicinano a noi da diverse direzioni, e noi li aspettiamo, all’infinito, con le nostre domande, per dare un senso a qualunque luogo dove potremmo andare in futuro.
Le storie sopravvivono alla morte. E quando le raccontiamo – soprattutto se le raccontiamo bene e in modo onesto e schietto – facciamo rivivere il mondo
Per lungo tempo, fino a oggi, non ho aspettato gli anniversari dell’attentato. Sono diventato cinico, stanco delle brevi citazioni, sopraffatto dalle conseguenze.
Dopo qualche anno, ho cominciato a detestare le file di libri sugli scaffali, la pubblicità delle miniserie televisive, le brutte poesie malate di sentimentalismo, la gara politica al rialzo, il clamore per cento altri modi di definire la parola libertà. Ero esausto per l’infinita macchina del dolore che era emersa dalle macerie. Ed ero disgustato da come un evento autenticamente tragico era stato manipolato per diventare un pretesto di guerra.
L’11 settembre cresceva ed era un brutto bambino. Mi trovavo sempre più in contrasto con i miei primi ricordi, quelli della tristezza perché la città che amo era stata attaccata e perché i miei figli stavano davvero entrando nel ventunesimo secolo.
Sentivo che l’11 settembre era stato rubato e trasformato in un distintivo d’onore. Era diventato una scusa per altre barbarie. Iraq, Afghanistan, Guantánamo. Con quanta rapidità eravamo passati da vittime sgomente a torturatori con il cappuccio. Il bullo dell’asilo ha pianto per un attimo e poi ha spaventato a morte il resto della classe, semplicemente perché poteva farlo. I registri di cassa della memoria stavano sommando tutto. Tanta gente – mea culpa – diventò strappalacrime e presuntuosa.
Arrivò il quinto anniversario. E poi il decimo. Il quindicesimo è stato un po’ più sommesso. E ora tocca al ventesimo, e visto che arriva nel pieno della pandemia sarà probabilmente l’anniversario più significativo di tutti. Ma adesso sono pronto. Per la prima volta. Lo accoglierò con entusiasmo. Potrei perfino andare a downtown Manhattan e salutare quell’immagine di Philippe Petit ancora alta nell’aria.
Perché, guardiamo le cose in faccia: questo sarà l’ultimo anniversario significativo per un bel pezzo. Potrebbe esserci un po’ di rumore per il ventunesimo, forse per il trentesimo e il quarantesimo, ma di fatto il prossimo anniversario importante sarà il cinquantesimo e sarà più che affascinante vedere cosa diremo.
Si fece un gran parlare, dopo l’11 settembre, di fine della storia. Ora sappiamo che la storia non finisce, ma, a volte, diventa effettivamente storia.
E io sono pronto per la mia storia, anche se non dimenticherò.
Non sempre abbiamo bisogno di anniversari quando ci sono cose che non possiamo dimenticare. Ho già raccontato questa storia, ma penso che meriti di essere raccontata di nuovo. Non è sparita dai cassetti della mia memoria.
Il giorno dopo l’11 settembre camminavo lungo la Terza avenue nell’Upper east side. La strada era uno sventolio di volti scomparsi, le immagini incollate alle cassette postali, fissate alle finestre, appese ai pali della luce: “Cerco Derek Sword”; “Avete visto questa persona?”; “Matt Heard: lavorava per Morgan Stanley”.
La cenere cadeva, un piccolo sopracciglio sulla città.
Tutto sembrava ridotto allo stretto necessario, eccetto per una donna che sedeva sola a un tavolo all’aperto in un ristorante della 74a strada. Aveva appena ordinato una fetta di torta al cioccolato. Il cameriere gliela sistemò davanti e poi filò via. Una fetta di torta a due strati. Cioccolato fondente. Un ricciolo di panna poggiato sopra. Una spruzzata di polvere scura. La donna era elegante, sui cinquanta, bellissima. Toccò il bordo del piatto e lo spinse verso di sé.
In qualsiasi altro momento sarebbe stata semplicemente una fetta di torta, una collisione di cacao, farina e uova. Allora, però, così tanto della città era appena stato demolito: non solo le torri, ma il senso della città stessa, il desiderio, l’ingordigia, l’appetito, l’implacabile ricerca del presente. La donna srotolò la forchetta da un tovagliolo di carta e l’avvicinò alla bocca, dando dei colpetti con le punte contro i denti. Poi passò la forchetta sulla polvere di cacao affrontando la torta, scarabocchiando le sue intenzioni.
Tremila vite a New York si erano appena disintegrate in aria. Nessuno allora poteva saperlo per certo, ma centinaia di migliaia di vite sarebbero state in bilico a Baghdad, Kabul, Londra, Madrid, Bassora, Parigi e oltre. Quando cadono, le cose voluminose vanno in frantumi. Precipitano a terra e si spargono su un vasto paesaggio. Era evidente, già un giorno dopo gli attacchi, che gran parte del mondo aveva sentito l’impatto.
Io ero rimasto fermo all’angolo e osservavo il dilemma della donna. Poteva essere dolore, poteva essere grazia, o anche un senso dell’umorismo cupo, perverso. Tenne in mano la forchetta con la torta per lunghissimo tempo. Come se stesse aspettando che le parlasse, le dicesse cosa fare. Finalmente ne mangiò un boccone. Era seduta e guardava nel vuoto. Premette le labbra lungo le punte d’argento per catturare ogni granello di cioccolata rimasto, poi capovolse la forchetta e ci passò sopra la lingua. Era il gesto di qualcuno che aveva il corpo in un luogo e la mente in un altro. Morse di nuovo la torta.
Il buio sorgeva sull’Upper east side. La donna finì il suo dolce. Non raccolse le briciole. Mise la forchetta sul piatto. Pagò. Andò via. Non guardò nessuno mentre svoltava l’angolo in direzione di Lexington avenue, ma torna ancora da me dopo tutto questo tempo, un angolo dopo l’altro, a due decenni di distanza.
Non so ancora – dopo essermelo chiesto per vent’anni – se sono furibondo con la donna e il modo in cui mangiò la torta di cioccolato, o se fu uno dei più audaci gesti di dolore che ho visto in tanto, tanto tempo. ◆ gc
Colum McCann è uno scrittore irlandese con cittadinanza statunitense. Il suo ultimo libro uscito in Italia è Apeirogon (Feltrinelli 2021). Il titolo originale di questo racconto è Once upon a twenty-year time.
Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it
Questo articolo è uscito sul numero 1426 di Internazionale, a pagina 92. Compra questo numero | Abbonati