Nel dicembre 2019, Hélène Giannecchini sta per concludere il suo secondo libro e pensa già a quello successivo. Vuole scrivere un libro sull’amicizia. L’amicizia come rifugio, come alternativa alla famiglia di sangue per inventare nuove forme di vita collettiva. “Quando mi lancio in questa avventura ho 34 anni”, racconta a Le Monde: “So benissimo che non metterò su famiglia, nonostante le pressioni che subisco. Sono una donna queer alla ricerca della propria storia e di quella dei propri simili”. Nel percorso di Giannecchini, che è anche storica della fotografia, tutto comincia dai libri e prosegue nelle immagini. A questo punto sa che il suo testo parlerà della memoria fragile e lacunosa delle vite queer che l’hanno preceduta. La grande forza di Un desiderio smisurato di amicizia sta nella chiarezza delle sue intenzioni: “Come definire questa storia che inseguo? Femminista, minoritaria, queer? Certamente”, scrive. Nata nel 1987, nel pieno dell’epidemia di aids, l’autrice parte da una constatazione: non le è stata raccontata tutta la sua storia. Per colmare questa lacuna decide di ritrovare le tracce di alcune vite queer che, nonostante le stigmatizzazioni e la marginalizzazione, sono rimaste in piedi, perché hanno saputo inventare altri modi di vivere insieme. Per lei questa vita solidale al di là della famiglia nucleare e dei suoi legami fittizi si fonda sull’amicizia come potente forza di emancipazione.
Amaury da Cunha, Le Monde
Un desiderio smisurato di amicizia
In principio Come animali doveva essere un romanzo realistico corposo, praticamente la storia sociale di una valle dei Pirenei. Ciò che resta alla fine è invece un testo incisivo e breve, l’accelerazione brusca di un gruppo di testimoni che precipitano il racconto verso un esito tragico. Viene ricostruita una storia molto semplice, quella di una bambina allevata da un orso in una grotta inaccessibile dove le fate l’hanno depositata. Però questa non è una fiaba. Orso è un ragazzino difficile, troppo grande, troppo pesante, troppo taciturno. Urla se qualcuno gli si avvicina. Ha allevato lassù, in una grotta inaccessibile, una bambina piovuta dal nulla. La polizia però vuole sapere. È il ruolo della polizia: stabilire la verità. Il ruolo della polizia e dei romanzi realistici. Ma Come animali non è un romanzo. È una serie di testimonianze che servono a istruire un processo, un’inchiesta sullo sfondo di un dramma o un dramma sullo sfondo di un’inchiesta. Come in una tragedia greca, la serie delle deposizioni – la maestra, i vicini, un contadino, la farmacista eccetera – è punteggiata dai canti del coro: questo coro è la voce delle fate, che mormorano negli interstizi e tra le faglie del racconto. Con grande disappunto del commissario, la serie delle deposizioni, invece di convergere ed eliminare le tante anomalie di questa storia, compone un fervido elogio della pluralità dei mondi e delle radici immaginarie di un reale che ciascuno abita a modo suo.
Jean-Christophe Cavallin, Diacritik
Quando la scrittrice bulgara Kapka Kassabova parte dal suo paese in disfacimento, deve lasciarsi alle spalle anche gran parte della propria identità. Capisce che la Bulgaria dopo la caduta del comunismo sta diventando un luogo molto diverso: per certi aspetti più interessante, per altri ancora più pericoloso. In questo romanzo autobiografico Kassabova torna nel suo paese d’origine per scoprire cosa sia accaduto e se la violenta trasformazione seguita alla rivoluzione abbia lasciato intatta qualche parte della sua identità. La trova frantumata e perfino i frammenti della vita precedente che incontra qua e là possono ferire e graffiare all’improvviso. Così, anche se scrive con umorismo e il libro è a tratti molto divertente, Kassabova resta fredda e sola, sentendosi un’estranea sia nel suo nuovo ambiente sia nel luogo che ha lasciato. Non si tratta però di un memoir del dolore, ma di una riflessione profonda sulla portata dei cambiamenti innescati dal 1989 in tutta l’Europa orientale e nell’ex Unione Sovietica. È anche un libro toccante, a tratti quasi insopportabilmente, mentre cerca, spesso invano, di opporsi a quel fatalismo che identifica come una caratteristica tipicamente bulgara. È una scrittura di altissimo livello.
Misha Glenny, The Guardian
Amanda di H.S. Cross è un romanzo storico-sentimentale ampio, antiquato e molto britannico, con echi di D.H. Lawrence ed Evelyn Waugh. Un risultato notevole per un’autrice statunitense che scrive molti decenni dopo di loro. Il romanzo si apre negli anni venti con Marion, una governante perseguitata su più fronti: dal suo breve matrimonio con un uomo violento in Irlanda, che l’ha spinta a fuggire; dalla perdita degli amati fratelli nelle trincee della prima guerra mondiale; e, più recentemente e dolorosamente, dalla sua improvvisa separazione da Jamie, lo studente dell’alta borghesia di cui si è innamorata. All’inizio del libro è passato un anno da quando Marion ha lasciato Jamie senza una parola. Attraverso dei flashback, il romanzo ricostruisce una storia d’amore complessa che supera le convenzioni sociali e sessuali del tempo: Marion è povera e irlandese, Jamie è figlio di un ricco e autoritario vescovo anglicano. Pur a tratti complesso e sovraccarico, Amanda risulta avvincente e, alla fine, convincente, cosa tra le più difficili per una storia d’amore.
Mary Marge Locker, The New York Times
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