I frutti dell’espansione dell’istruzione cinese stanno maturando in un campo del Pakistan rurale. Waqas Ahmad, un agronomo di Faisalabad, controlla sullo smart­phone un’app che monitora le condizioni dei suoi terreni, usando i dati satellitari per individuare le zone che hanno bisogno di acqua o di fertilizzante. “Ti fa risparmiare un sacco di rupie che sprecheresti in acqua, diesel e manodopera”, dice. L’applicazione, dotata di una voce in urdu generata dall’intelligenza artificiale, è stata sviluppata da un’università locale in collaborazione con un istituto di ricerca della Cina meridionale, uno dei sempre più numerosi centri che stanno estendendo l’influenza del sistema universitario cinese oltre i confini nazionali.

Nell’ultimo decennio gli atenei cinesi hanno avviato centinaia di sedi e programmi in tutta l’Asia, l’Africa e il Medio Oriente. Questi avamposti fanno leva sul crescente prestigio di quelle università, che negli ultimi trent’anni hanno subìto una profonda trasformazione sia per dimensioni sia per qualità. Nel 2010 tra le prime cinquanta università della classifica globale QS world university rankings ce n’era una sola cinese. Nel 2025 erano già diventate cinque, e si erano posizionate più in alto. “La scalata delle università cinesi nelle classifiche globali è un dato di fatto. Non è un ‘balzo misterioso’, ma il risultato di trent’anni di investimenti continui e mirati”, spiega Denis Simon, un accademico statunitense che in passato è stato prorettore alla Duke Kunshan university, nella provincia cinese del Jiang­su.

L’ascesa della Cina – sostenuta da ingenti finanziamenti nel settore scientifico e in quello tecnologico – contrasta nettamente con gli attacchi dell’amministrazione Trump ai fondi per la ricerca nei principali campus statunitensi. Grazie a questi tagli e al clima di forte ostilità nei confronti della Cina, gli atenei cinesi sono riusciti a richiamare in patria studiosi di primo piano.

Anche se restano dubbi sulla qualità di una parte consistente della ricerca, sulla soddisfazione degli studenti e sulla reale capacità delle università cinesi di attirare matricole e docenti da altri paesi, gli esperti dicono che l’aumento del loro prestigio e della loro influenza sul settore tecnologico del paese è innegabile. “La Cina forma molti più scienziati e ingegneri di quanti ne formiamo noi, deposita più brevetti e pubblica molti articoli scientifici”, spiega Joanne Carney, responsabile delle relazioni governative all’American association for the advancement of science. “Abbiamo visto crescere gli investimenti di Pechino in rapporto al pil, perciò non sorprende che ci abbia quasi raggiunto, se non addirittura superato, in alcuni campi”.

Risultati tangibili

I finanziamenti cinesi nell’istruzione superiore presero il via a pieno ritmo negli anni ottanta con Deng Xiaoping, che si era reso conto di quanto il paese fosse rimasto indietro rispetto all’occidente e al Giappone durante l’era di Mao Zedong. I leader successivi – Jiang Zemin, Hu Jintao e Xi Jinping – hanno tutti introdotto misure per rafforzare la competitività delle università cinesi. Il ministero dell’istruzione ha apertamente lavorato per migliorare la loro posizione nelle classifiche internazionali. I risultati di questi sforzi sono tangibili, si riflettono sulla produzione scientifica. Il ministero ha anche individuato un ristretto gruppo di istituti d’élite – guidato dall’Università di Pechino e dalla Tsinghua – a cui destinare finanziamenti via via più ingenti.

Secondo un rapporto del Center for security and emerging technology, con sede negli Stati Uniti, nel 2019 dieci università cinesi d’élite avevano un bilancio superiore ai cinque miliardi di dollari l’anno. Tra queste c’erano proprio l’Università di Pechino e la Tsinghua, entrambe nella capitale, che nell’ultima graduatoria del QS world university rankings si sono piazzate rispettivamente al 14° e al 17° posto. Ma la classifica è ancora dominata da Oxford e Cambridge e dagli atenei d’élite statunitensi come l’Mit e Harvard. La Cina non è l’unico paese a investire nell’istruzione superiore per migliorare la produttività e salire nel settore manifatturiero, però a detta degli esperti si distingue per la continuità nella spesa. “Pechino investe con costanza, anno dopo anno, da trent’anni”, dice Arnout Jacobs, della casa editrice Springer Nature. “Molti paesi, quando l’economia va bene, assumono impegni una tantum per sostenere la ricerca. Cinque anni dopo chi è al governo ha già dimenticato queste promesse. In Cina i decisori politici hanno insistito su questa strada e gli investimenti continuano a crescere”.

Università di Pechino, 30 maggio 2025 (Andrea Verdelli, The New York Times/Contrasto)

Che la qualità della ricerca sia migliore è confermato dalla presenza cinese su riviste prestigiose come Science, Nature e Cell. Holden Thorp, direttore di Science, dice che il 14 per cento degli articoli accettati dalla rivista nel 2025 era cinese, la seconda percentuale più alta dopo gli Stati Uniti, al 45 per cento. Parte di questa ricerca si è tradotta in innovazioni tecnologiche che hanno accelerato la competitività industriale della Cina – dai laboratori che hanno lavorato sulle batterie ad alte prestazioni, usate dai maggiori produttori di veicoli elettrici (tra cui Catl e Byd), alle aziende biotecnologiche come Bgi Genomics, nata come istituto di ricerca statale per studiare il genoma umano.

Mentre la Cina scalava le classifiche, molti hanno denunciato però la diffusione su scala quasi industriale di frodi scientifiche e ricerche di scarsa qualità, un fenomeno dovuto in parte al peso del numero di pubblicazioni quando si decidono incarichi e promozioni accademici. Qualche volta sono stati distorti i parametri per misurare l’impatto di uno studio – come il numero di citazioni –, perché gli articoli di autori cinesi erano citati dai colleghi solo per aumentarne il punteggio. Ivan Oransky, cofondatore di Retraction watch, che segue le tendenze delle pubblicazioni, dice: “Il governo cinese ha manipolato pesantemente questi indicatori, creando incentivi che hanno diffuso pratiche scorrette, comprese le cosiddette paper mills”, cioè aziende pagate per produrre falsi studi accademici. Nel 2024 Oransky ha contato quasi tremila articoli di autori cinesi ritirati dalle riviste scientifiche, contro i 177 di autori statunitensi. Ma Bethany Allen, responsabile del programma di studi sulla Cina dell’Australian strategic policy institute, invita a non liquidare le università cinesi basandosi solo sui tanti articoli di scarsa qualità: “Anche se i numeri sono gonfiati, gli atenei cinesi stanno aumentando notevolmente la loro produzione scientifica di valore. Concentrarsi sui comportamenti scorretti significa vedere l’albero e non la foresta”.

Ma secondo gli esperti un buon posizionamento nelle classifiche non si traduce necessariamente in un’esperienza complessivamente migliore per gli studenti. “La scalata delle graduatorie è un forte segnale della capacità di ricerca e della visibilità di un ateneo, ma non un giudizio assoluto sulla sua qualità complessiva”, sostiene Simon, l’accademico statunitense.

Secondo uno studio realizzato nel 2021 dall’università di Stanford, gli studenti cinesi delle discipline Stem (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica) perdevano la capacità di pensiero critico negli ultimi due anni di corso. Al contrario i loro colleghi statunitensi che entravano all’università con capacità simili, prima della laurea registravano progressi significativi.

Peter Hessler, che ha insegnato scrittura creativa al Sichuan university –Pittsburgh institute (SUPI) dal 2019 al 2021, spiega che questi dati corrispondono alla sua esperienza. “Gli studenti cinesi studiano molto di più al gaozhong (il liceo) che all’università, esattamente il contrario di quello che succede negli Stati Uniti”, dice. Il motivo è in parte il gaokao, l’esame di ammissione all’università molto duro che si fa a 18 anni e che può determinare la traiettoria della vita. “Il sistema statunitense forma gli studenti all’università. In Cina gli studenti arrivano in facoltà già con una formazione solida”, conclude Hessler.

La classifica
I principali atenei cinesi nella classifica QS world university rankings (QS World university rankings)

Prospettive allettanti

Il prestigio accademico della Cina si sta consolidando proprio mentre molte università britanniche e statunitensi tagliano i fondi per la ricerca. L’amministrazione Trump ha cercato di ridurre quelli per le università, di limitare l’ingresso degli studenti stranieri negli Stati Uniti e di colpire alcune delle istituzioni di eccellenza, a partire da Harvard. “Il danno alla ricerca negli Stati Uniti si scontra con gli sforzi sistematici della Cina per sostenere i grandi progetti scientifici”, osserva Nick Dirks, presidente e amministratore delegato della New York academy of sciences ed ex rettore dell’università della California Berkeley. “Alcuni segnali indicano che in certi ambiti di ricerca e sviluppo, gli Stati Uniti sono già indietro”.

In un contesto occidentale sempre più incerto, la garanzia di finanziamenti pubblici è diventata un vantaggio competitivo per attirare talenti. “La Cina è più capace di richiamare e trattenere le migliori menti del paese e di reclutarne altre all’estero grazie anche a restribuzioni e infrastrutture migliori e al circolo virtuoso creato dal suo prestigio”, dice Simon.

Pechino si è rivolta agli studiosi di discipline strategicamente importanti come fisica, informatica e biologia con diverse iniziative, tra cui il Programma dei mille talenti. Un accademico straniero che lavora in una delle maggiori università di Pechino e che prima aveva insegnato in un ateneo britannico racconta di aver ricevuto una generosa offerta per trasferirsi e cospicui fondi per la ricerca.

Progetti insieme
Percentuale delle collaborazioni scientifiche con la Cina rispetto al totale delle collaborazioni internazionali, per paese (Observatoire des sciences et techniques)

“Ho molto più tempo per la ricerca di quanto ne avrei in un’università britannica, dove i vincoli di spesa ti costringono a impegnarti di più nell’insegnamento. E posso anche contare su più dottorandi che lavorano ai miei progetti”, spiega lo scienziato, che preferisce restare anonimo per il divieto di rilasciare interviste imposto dall’università.

Negli ultimi anni sono rientrati dagli Stati Uniti alcuni accademici di alto profilo nati in Cina, attirati dalle opportunità di fondi, dalle iniziative di reclutamento, dalla vicinanza a genitori anziani e, in alcuni casi, dai timori per il clima ostile verso i ricercatori stranieri che si sta affermando negli Stati Uniti.

Secondo le rilevazioni di Yu Xie, Junming Huang e dei loro colleghi del Paul and Marcia Wythes center on contemporary China dell’università di Princeton, negli ultimi tempi sono tornati in Cina dagli Stati Uniti circa novanta professori all’anno. Tra loro ci sono Nieng Yan, una biologa che ha lasciato Princeton per trasferirsi alla Shenzhen medical academy of research and translation, e Song-Chun Zhu, un informatico dell’università della California a Los Angeles passato all’università di Pechino.

La maggior parte degli accademici che si trasferiscono in Cina è costituita da cittadini cinesi, ma ci sono anche studiosi stranieri di primo piano. Caucher Birkar, un matematico curdo-iraniano vincitore della Medaglia Fields (un premio riservato ai matematici che hanno meno di quarant’anni), è entrato alla Tsinghua nel 2021 per aprire un laboratorio di ricerca sulla geometria. Nel 2024 il fisico francese Gérard Mourou si è trasferito all’università di Pechino per creare un nuovo istituto di fisica nucleare e dei laser.

Spazio
Superpotenza scientifica

“La Cina ritiene che sia il momento di assumere un ruolo di primo piano in campo scientifico”, scrive Le Monde. “La scienza e la tecnologia – come la forza militare e diplomatica, le dimensioni della popolazione e del territorio e dell’economia – sono quel che rende un paese una superpotenza. Uno status che la Cina rivendica con l’obiettivo di diventare un ‘grande paese socialista moderno’ entro il centenario della Repubblica Popolare, nel 2049”. Il radiotelescopio Fast (Five-hundred-meter aperture spherical telescope), in cinese Tianyan, l’occhio del cielo, è l’emblema delle ambizioni scientifiche di Pechino e uno spartiacque nella storia dell’astronomia cinese. “Il progetto, allo studio fin dagli anni novanta, è entrato in servizio nel 2020. Prima di allora gli astronomi cinesi dovevano chiedere di usare i telescopi stranieri attraverso lunghe trafile o affidarsi a dati secondari già pubblicati da altri paesi. La sensibilità dei radiotelescopi dipende dalle loro dimensioni, che sono una dimostrazione della forza di una nazione. Essendo il più grande radiotelescopio del mondo, il Fast permette a Pechino di accumulare una grande quantità di dati. ‘La radioastronomia nel nostro paese è cominciata relativamente tardi. Quando si parte in ritardo, bisogna avanzare più velocemente degli altri, altrimenti non si riuscirà mai a raggiungerli’, ha spiegato il responsabile tecnico del Fast, Jiang Peng. Così la Cina avanza rapidamente nelle scoperte astronomiche e negli ultimi anni ha pubblicato sulle principali riviste scientifiche molto più di quanto avesse fatto in tutti i decenni precedenti messi insieme. Un altro fiore all’occhiello della Cina in campo astronomico è la missione Chang’e-6, partita nel 2024 da Hainan, la prima ad aver riportato frammenti di rocce e polvere dalla faccia nascosta della Luna. È da queste premesse che sarà lanciato anche il primo equipaggio cinese destinato a mettere piede sulla Luna entro il 2030. Pechino si è impegnata in questo senso, in un momento in cui anche gli Stati Uniti intendono tornarci”. ◆


Un’integrazione difficile

Secondo l’Ocse, la Cina sta per superare gli Stati Uniti nella spesa complessiva per ricerca e sviluppo, con Pechino che nel 2023 ha investito 781 miliardi di dollari contro gli 823 degli Stati Uniti. Nel 2007 la Cina aveva speso 136 miliardi di dollari a fronte di 462 miliardi statunitensi. L’Ocse calcola poi che per ogni ricercatore la Cina investe in media circa 305mila dollari contro i 268mila dollari della media europea. Questo budget generoso permette di fare ancora di più in Cina, dove attrezzature di laboratorio e manodopera spesso costano meno.

In passato le università cinesi hanno avuto difficoltà a trattenere gli scienziati stranieri. Molti rimangono in Cina per brevi periodi, o per la scarsa inclusività all’interno delle istituzioni o per sensibilità politiche che complicano l’integrazione e l’avanzamento di carriera. Il contratto di Hessler al Sichuan university-Pitts­burgh institute non è stato rinnovato, anche se i suoi corsi erano molto popolari tra gli studenti. La sua permanenza in Cina è stata segnata da accuse anonime e prive di fondamento apparse sui social media, secondo cui avrebbe insultato il governo cinese. Hessler sostiene che non sa il motivo per cui non gli abbiano rinnovato il contratto, ma le crescenti tensioni con gli Stati Uniti e l’inasprimento della censura durante la pandemia hanno probabilmente inciso sulla decisione.

Riflettendo sulla sua esperienza al Supi, Hessler osserva che per i docenti stranieri è difficile integrarsi nelle università cinesi e destreggiarsi tra la miriade di temi politicamente delicati che potrebbero metterli nei guai. Gli studenti sono incoraggiati a segnalare compagni o insegnanti che esprimono opinioni non conformi alla linea ufficiale, e molte aule sono monitorate per imporre il rispetto delle regole. “Questo crea una mancanza di fiducia. Studenti e insegnanti devono stare attenti perché hanno paura di essere denunciati. È difficile quantificare i costi di questa situazione, ma sicuramente limita lo sviluppo e rende più difficile l’integrazione per chi viene da fuori”, dice.

Il predominio del mandarino e le scarse opportunità professionali per gli stranieri hanno limitato per anni l’attrattiva globale delle università cinesi. Anche la pandemia ha ridotto drasticamente il numero di studenti internazionali, che Pechino sta cercando di recuperare. Questi fattori potrebbero limitare la capacità dei campus cinesi di trasformarsi in crocevia internazionali, capaci di attirare i migliori. Ma forse non conteranno troppo, grazie al peso che gli atenei stanno avendo all’estero.

Secondo Allen dell’Australian Strategic Policy Institute, Pechino aspira da tempo a costruire università di grande prestigio globale come strumento per proiettare il suo potere e diffondere le sue tecnologie. “La Cina ha capito che avere le più rinomate università del mondo, soprattutto nella scienza e nella tecnologia, ha dato agli Stati Uniti un’influenza enorme. Ma le università cinesi invece di cercare di imitare quelle occidentali diversificando il corpo studentesco, vanno sempre più spesso all’estero – soprattutto in Asia, Medio Oriente e Africa – per aprire sedi lì e attivare collaborazioni di ricerca che puntano a formare la prossima generazione di talenti stranieri”.

All’università di agronomia di Faisalabad le partnership con istituzioni cinesi, tra cui l’accademia cinese delle scienze, offrono generose borse di studio e opportunità di ricerca. In soli due anni, raccontano i docenti, gli studenti che imparano il mandarino sono raddoppiati arrivando quasi a mille, perché sperano di raggiungere i 29mila pachistani che già studiano in Cina.

Queste collaborazioni forniscono anche alle aziende cinesi un canale per esportare nei paesi amici la loro tecnologia, come l’app per gli agricoltori. In Pakistan i centri di ricerca cinesi stanno lavorando con le università locali per introdurre il riconoscimento facciale, sistemi di sorveglianza e droni per i servizi di sicurezza. “La Cina vuole ridurre l’influenza egemonica degli Stati Uniti nell’istruzione, nella scienza e nella tecnologia. Può farlo proponendosi come alternativa, avviando collaborazioni in tutto il mondo e diventando il paese a cui gli altri si rivolgono quando hanno bisogno di qualcosa”, conclude Allen. ◆ gc

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Questo articolo è uscito sul numero 1659 di Internazionale, a pagina 52. Compra questo numero | Abbonati